Training for change

Training for Change è un’organizzazione per la formazione e costruzione di capacità per attivisti e organizzatori. Una formazione qualificata ed una facilitazione di gruppo è vitale per la costruzione di movimenti per la giustizia sociale e il cambiamento radicale.

Training for Change dal 1992, ha supportato i gruppi di attivisti adottando azioni dirette, costruendo team e organizzazioni solide e lavorando a livello di base. Ogni anno addestra migliaia di persone in Nord America, e anche a livello internazionale, su diverse tematiche e settori – da workshops residenziali a campagne per gruppi di comunità anti-gentrificazione, alla formazione di facilitazione per i leader sindacali, alla lotta contro la violenza verso i gruppi di immigrati che resistono alla deportazione.

Training for Change si dedica alla trasformazione, oltre alla formazione di nuove competenze e strumenti, aiuta le persone ad affrontare conflitti, a sfidare credenze auto-limitanti, a praticare l’intelligenza emotiva e ad espandere ciò che è possibile per loro e per i loro gruppi. Ritiene che la formazione sia più efficace quando si basa sulla saggezza dell’esperienza vissuta dalle persone. La loro pratica è centrata sui partecipanti e segue le dinamiche di gruppo emergenti in un workshop, si adatta alle culture locali e alle teorie del cambiamento ed è orientata verso l’azione. Viene chiamata educazione diretta.

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Tutti i comitati dei cittadini possono impugnare gli atti in materia ambientale, secondo una sentenza del Consiglio di stato

Nuova sentenza del Consiglio di Stato (sentenza n° 3922/2020 pubblicata il 19 giugno scorso, QUI) sulle condizioni per potere impugnare atti a rilevanza ambientale da parte dei Comitati di Cittadini.

La sentenza segue il pronunciamento della Adunanza Plenaria (1) del Consiglio di Stato, sentenza n°6 del 2020 (QUI), sulla sussistenza di una legittimazione generale degli enti esponenziali in ordine alla tutela degli interessi collettivi dinanzi al giudice amministrativo, o se sia piuttosto necessaria, a tali fini, una legittimazione straordinaria conferita dal legislatore.

LA SENTENZA DELLA ADUNANZA PLENARIA.

L’Adunanza Plenaria parte dalla riflessione per cui “la circostanza che la cura dell’interesse pubblico generale (ad es. all’ambiente) sia rimessa all’amministrazione non toglie, tuttavia, che essa sia soggettivamente riferibile, sia pur indistintamente, a formazioni sociali, e che queste ultime, nella loro dimensione associata, rappresentino gli effettivi e finali fruitori del bene comune della cui cura trattasi.” Quindi aggiunge l’Adunanza Plenaria se alla Pubblica Amministrazione spetta la tutela dell’interesse pubblico alle associazioni e formazioni sociali spetta la titolarità dell’interesse legittimo o sostanziale. Da ciò l’Adunanza afferma il presente principio: “Gli enti associativi esponenziali, iscritti nello speciale elenco delle associazioni rappresentative di utenti o consumatori oppure in possesso dei requisiti individuati dalla giurisprudenza, sono legittimati ad esperire azioni a tutela degli interessi legittimi collettivi di determinate comunità o categorie, e in particolare l’azione generale di annullamento in sede di giurisdizione amministrativa di legittimità, indipendentemente da un’espressa previsione di legge in tal senso”.

Quindi non solo le associazioni riconosciute (come quelle ambientaliste dal Ministero dell’Ambiente secondo il comma 5 articolo  18 della legge 349/1986 – QUI) ma anche i Comitati e associazioni non riconosciute che rispettino i criteri fissati dalla giurisprudenza possono impugnare atti della Pubblica Amministrazione.


I CRITERI DELLA GIURISPRUDENZA CHE LEGITTIMANO ANCHE I COMITATI AD IMPUGNARE ATTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

1. perseguimento, sancito in via statutaria e in modo non occasionale, di obiettivi di natura ambientale; 2. Sussistenza di un adeguato grado di rappresentatività 3. Sussistenza  di uno stabile collegamento con il territorio in cui è sito il bene che si assume leso

L’ULTIMA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO SULLA LEGITTIMAZIONE AD AGIRE PER I COMITATI  E ASSOCIAZIONI NON RICONOSCIUTE EX LEGE

La sentenza n°3922 del 2020, già citata all’inizio del post, afferma quanto segue: “Dagli atti di causa emerge la contemporanea presenza dei predetti requisiti. Il Comitato si è costituito quale soggetto collettivo il cui scopo istituzionale coincide con un impegno a carattere preventivo teso ad impedire la compromissione di un bene, l’ambiente, le cui varie componenti, sebbene suscettibili di protezione in via autonoma, possono nondimeno apprezzarsi in una prospettiva unitaria. Per il conseguimento di siffatto obiettivo esso si è reso promotore di una iniziativa estrinsecantesi in una forma alternativa di trasporto pubblico, attraverso l’estensione del metrobus sino a Brescia, nonché in una differente soluzione della viabilità, nel contesto geografico di riferimento.Le predette considerazioni devono quindi condurre al riconoscimento che parte ricorrente incarna un interesse originariamente diffuso nell’ambito della comunità rappresentata; interesse che, attraverso lo scopo perseguito dal comitato ed il suo stabile collegamento con l’area della quale si propone di tutelare i valori ambientali, si è soggettivizzato e differenziato. Per la tutela di siffatto interesse, pertanto, il Comitato è legittimato ad agire in giudizio.”

Note: (1) https://www.giustizia-amministrativa.it/adunanza-plenaria

Fonte: https://notedimarcogrondacci.blogspot.com/2020/06/consiglio-di-stato-i-comitati-dei.html?showComment=1610530831342#c1939807385182080896

Beautiful Trouble. Pubblicata la traduzione del libro. Ma non è revisionata (ancora).

A gennaio abbiamo finito la traduzione di Beautiful Trouble ed abbiamo cominciato molto lentamente a fare la revisione delle traduzioni e delle impostazioni grafiche. Ma i tempi previsti sono lunghissimi visto che sono rimasto da solo. Quindi procediamo a pubblicare la traduzione del libro online, sebbene parzialmente revisionata.

Il Cohousing diffuso

Sappiamo tutti quanto sia difficile realizzare un cohousing in una grande città italiana, sia per i costi (cohousing in acquisto) che per la scarsa disponibilità di palazzi interi da affittare (cohousing in affitto). Per riuscire a realizzare un cohousing, a Milano hanno avuto una idea interessante. Il progetto si chiama Invece si.

Sono partiti dal modello dell’albergo diffuso e l’hanno applicato al cohousing. Il cohousing è creato e fatto semplicemente dal cuore e dalla volontà dei partecipanti, che scelgono di abitare in modo collaborativo, eco, solidale. Quindi non i soliti coinquilini, che costretti a volte dalla necessità si trovano talvolta a vivere in situazioni che sembrano simili a un quadro di Dalì. Ma persone che abitano insieme condividendo un progetto, valori e sensibilità.

E in pratica?

Il cohousing diffuso è composto da tanti nuclei attivi di cohousers diffusi che aderiscono al progetto. Un cohousing non nasce necessariamente tra persone che vivono nello stesso edificio, l’importante è che le persone condividano gli stessi valori. Se possibile la maggiore efficacia si ottiene se il cohousing diffuso è realizzato in uno stesso quartiere con distanze raggiungibili a piedi.

Il primo passo quindi è creare almeno tre gruppi di coinquilini che vogliono prendere parte, e un attivatore che tenga le fila del progetto in loco.

Il secondo passo è cominciare a collaborare: verranno usate delle piattaforme online per gli acquisti condivisi, per condividere oggetti, verrà creato un gruppo di acquisto solidale tra i cohousers, e sarà creato un gruppo online per il time sharing (banca del tempo).
Le piattaforme web per fornire gli strumenti collaborativi sono già state individuate e sono pronte ad accogliere i cohousers.

Il terzo passo sarà trovare uno spazio dove organizzare iniziative comuni e per condividere servizi e oggetti. In questo modo i cohousers di Invece sì, seppur abitando in edifici separati, vivranno in modo collaborativo come in un cohousing.

Il quarto passo è contaminare alle pratiche collaborative i vicini e altri nuclei di coinquilini.

Un passo alla volta il cohousing diffuso si allarga, altri vicini cominciano a condividere e scambiare oggetti, libri, interessi, creano momenti di incontro nel vicinato.
E poi tanto altro che nascerà un passo alla volta..

Le piattaforme collaborative utilizzate saranno una cassetta degli attrezzi per sperimentare pratiche di condivisione e un’occasione per socializzare.

Per il coliving diffuso non è necessario abitare nello stesso edificio, ma si realizza usando un framework (intelaiatura, quadro strutturale) di strumenti tecnologici collaborativi e spazi comuni esterni sul quale si solidifica la pratica collaborativa e quindi l’essenza vera del cohousing.
Una forma di cohousing leggera ma che ne riproduce tutte le caratteristiche.

Invece sì è un coliving che si replica in tante declinazioni simili e diffuse per la città in contatto e collaborazione tra di loro, per adottare giuste e socievoli pratiche.
Invece sì è un cohousing per contaminazione.

Oltre a questo, i cohouser di Invece sì andranno a vivere in un normalissimo, ma speriamo non troppo grigio, condominio milanese.

Piattaforme digitali partecipative – Decidim

di Marta Almela Salvador, Researcher IN3/ UOC (Internet Interdisciplinari Institute/ Open University of Catalonia), Demosfera – 22 Gennaio 2020

​Infrastrutture digitali democratiche per la partecipazione dei cittadini: la piattaforma decidim.barcelona

Nel 2016 nasce la piattaforma di democrazia partecipativa decidim.barcelona (in italiano “decidiamo.Barcellona”), dalla mano del giovane governo comunale di Barcellona, orientata non solo a ospitare tutti i processi partecipativi della città, ma anche a costruire una vera democrazia rafforzando i legami politici, l’intelligenza e la volontà collettiva

Lo sviluppo di un processo partecipativo richiede la considerazione di una serie di aspetti:

  • lo scenario politico;
  • la neutralità delle tecnologie;
  • la rappresentatività degli strumenti di partecipazione e il loro impatto sul processo decisionale.

Innanzitutto, la crisi del sistema politico rappresentativo e la sfiducia dei cittadini nei confronti dei governi e del sistema politico tradizionale determina un contesto di partenza non favorevole.In questi ultimi anni sono nate nuove forme di espressione dei movimenti politici e delle iniziative cittadine finalizzate a cercare di costruire una democrazia vera e propria, più partecipativa. Gli Indignados, i partiti assembleari, come Podemos o 5 Stelle in Italia, le liste civiche nate da piattaforme come Barcelona en Comú (BComú) e Ahora Madrid non sono solo movimenti di protesta.Le tecnologie digitali hanno aperto nuove e interessanti opportunità d’innovazione delle forme di partecipazione, ma spesso vengono utilizzate infrastrutture digitali corporative (come Google, Facebook o Twitter) che non garantiscono la piena neutralità. Le piattaforme devono garantire i principi fondamentali della democrazia: una ampia presenza di informazioni, argomenti e posizioni; un collante sociale costituito da esperienze, conoscenze e compiti condivisi; una esposizione a una gamma differenziata di questioni politiche e di principio rilevanti.I canali e le forme di partecipazione tradizionali soffrono da tempo di diverse criticità: i cittadini che partecipano attivamente sono pochi rispetto alla popolazione, prevalgono i portatori di interesse più forti e le associazioni più organizzate. L’asimmetria tra gli attori che partecipano porta alla marginalizzazione delle fasce sociali e di età più deboli.Le differenze di conoscenza tra i cittadini e tra i cittadini e l’apparato amministrativo sugli argomenti in discussione e sul processo decisionale limitano la capacità di incidere. Diverse forme di consultazione elettroniche o tradizionali, quali i referendum, sono limitate dal fatto che, per la loro stessa natura, lasciano ad altri la decisione finale. La deliberazione delle decisioni raramente è basata sulla discussione e sul dibattito e, in generale, questi processi hanno un effetto limitato sulle politiche.In ogni caso la partecipazione digitale non dovrebbe essere un extra della partecipazione tradizionale e ancora meno una forma contenuta di partecipare (attraverso un like o un +1, o partecipando a una raccolta di firme online). La partecipazione digitale deve essere il superamento dei limiti della partecipazione tradizionale, una dimensione partecipativa nella quale intervengono dispositivi che consentono di informarsi, collaborare, discutere, contestare, contribuire a un processo decisionale e, successivamente, di monitorare e certificare.In questo scenario, nel 2016 nasce la piattaforma di democrazia partecipativa decidim.barcelona (in italiano “decidiamo.Barcellona”), dalla mano del giovane governo comunale di Barcellona, orientata non solo a ospitare tutti i processi partecipativi della città, ma anche a costruire una vera democrazia rafforzando i legami politici, l’intelligenza e la volontà collettiva.Decidim è progettata con criteri di qualità democratica per essere una infrastruttura pubblica-comune, democratica nella sua stessa natura, quindi finanziata pubblicamente, co-progettata con la cittadinanza e governata in modo condiviso.La governance di Decidim, nell’ambito della quale si progettano e sviluppano i miglioramenti del software e i molteplici aspetti del progetto, è organizzata attorno a una comunità (MetaDecidim), dalla quale fanno parte cittadini, associazioni, SMEs e qualsiasi altro tipo di organizzazione interessata.Decidim è realizzata come software libero, sviluppata sul framework Ruby on Rails, e con una licenza GNU Affero General Public License v3.0 che consente di utilizzare, copiare e modificare il codice (disponibile in Github). Inoltre, si utilizzano licenze che garantiscono la collaborazione sia per i contenuti (CreativeCommons By-SA) che per i dati (Open Access Database Licences).Altri principi ai quali si ispira il progetto Decidim, sono:

  • l’’ibridazione tecnopolitica online e offline, in cui le pratiche, gli spazi e i processi digitali e in presenza sono connessi e si alimentano reciprocamente (ad esempio, la piattaforma è utilizzata per gli incontri in presenza);
  • la trasparenza e la tracciabilità (i dettagli dell’attività di partecipazione devono essere assolutamente visibili e tracciabili);
  • la partecipazione aumentata, potenziando la dimensione collettiva e in rete, quindi il dibattito e la deliberazione e l’informazione necessaria per partecipare con conoscenza;
  • l’apertura e accessibilità (garantendo l’accesso a tutti attraverso di programmi di formazione e dell’uso di standard di accessibilità esigenti come WAI);
  • l’empowerment dei cittadini e l’effetto sull’azione amministrativa che è facilitata attraverso le funzionalità di accountability.

Il ventaglio di possibilità partecipative su Decidim è ampio e vario. Dai processi partecipativi (compresi i bilanci partecipativi e i testi partecipati come le proposte di legge), a consultazioni pubbliche e referendum attraverso l’accesso a un sistema di voto elettronico esterno, a iniziative cittadine come l’iniziativa legislativa popolare (consentendo ai cittadini di presentare proposte e di raccogliere firme a sostegno), fino ad Assemblee e Consigli municipali o settoriali (definizione delle caratteristiche degli organi e della loro composizione attraverso i profili di partecipanti, convocazioni, calendario di riunioni geolocalizzate). [1]Dunque, i cittadini possono partecipare e interagire in questi spazi utilizzando le funzionalità della piattaforma: fare proposte e dare un parere (voto), commentare e deliberare, monitorare le interazioni, le azioni e i risultati, partecipare a sondaggi, sessioni in e dibattiti aperti con funzionari eletti, esaminare la documentazione prodotta.Una caratteristica importante di Decidim è che permette di gestire tutti i processi partecipativi del comune in una unica piattaforma, in una modalità̀ omogenea che rende più facile la partecipazione. Peraltro, è multi-tenant, per cui una singola istanza del software su un server può essere utilizzata da più di una organizzazione (tenant), con una configurazione specifica per ciascuna delle istanze.Oggi Decidim, oltre che da Barcellona, è utilizzata da altre 9 città Spagnole ed è in fase di test in altre amministrazioni come la Diputació de Barcelona, la Generalitat de Catalunya, la Commission nationale du débat public (CNDP) e il comune di Helsinki. A Barcellona ci sono 27.010 persone registrate, sono stati aperti 14 processi partecipativi e un’iniziativa cittadina e sono state presentate complessivamente 11.965 proposte, di cui più del 70% sono state adottate come politica pubblica dal comune, il cui controllo e monitoraggio è attivo e trasparente.

Susana Martín: “La moneta sociale è uno strumento di politica pubblica”

Il REC – Recurso Económico Ciudadano – è la moneta sociale utilizzata nella città di Barcellona. È un esperimento sociale ed economico finanziato dall’Unione Europea e supportato dal Comune per la rivitalizzazione dell’economia locale.

Il REC ha ricevuto attacchi dall’allora governatore della Banca di Spagna, Fernando Restoy, che ha affermato che l’emissione di una moneta sociale a Barcellona sembrava non solo impossibile ma indesiderabile. Dopo dieci mesi dal suo lancio, il 28 settembre, abbiamo parlato con Susana Martín Belmonte, responsabile del modello monetario, legale e tecnologico della REC. Una donna che ha co-fondato l’IMS – Instituto de Moneda Social -, promotrice di Eurocat, un prototipo monetario e finanziario per creare un’economia al servizio delle persone e partecipante a Finance Watch.

 

Susana, cos’è il REC? Raccontaci un po ‘degli inizi, da dove viene il nome, come funziona …

La parola REC viene da Rec Comtal, che è il canale di irrigazione di Barcellona che ha mille anni, ha irrigato l’intera città e le ha permesso di avere l’ acqua corrente. È una bellissima metafora perché il canale Rec inizia nel fiume Besós e, cosi vorremmo che il progetto della moneta, come il fiume, si estendesse a tutta Barcellona. Inoltre, l’acqua e il fiume sono sempre stati una metafora del denaro, perché la parola currency significa sia moneta che corrente in inglese. È qualcosa che irriga le attività e le cose prosperano. D’altra parte, il REC è una risorsa economica per i cittadini e in inglese l’abbiamo tradotta come real economy currency, moneta dell’economia reale. Per tutti questi motivi ci è piaciuto molto il nome.

È un progetto europeo che eroga un reddito minimo garantito, cioè denaro pubblico per le persone che ne hanno più bisogno e una parte di quel denaro pubblico torna a migliorare l’economia del quartiere. Ad una parte di cittadini che ricevono quel reddito minimo garantito viene data assistenza per cambiare il 25% di euro in REC. Chi accetta il REC sono i negozi di prossimità locali che hanno anche una gestione indipendente, cioè hanno una capacità decisionale totale.

Questo ci permetterà di vedere se queste persone riescono a prendere decisioni in merito alle loro forniture ed alle loro strategie di spesa, in modo da poter aumentare il moltiplicatore economico locale di questa spesa pubblica. Prima di introdurre il REC, abbiamo misurato il moltiplicatore economico locale fornendo aiuti simili a questi in euro e stiamo misurando cosa succede quando introduciamo un aiuto del 25% di cambio in REC. L’esperimento è iniziato 7 mesi fà e i risultati sono piuttosto interessanti.

Il tasso di ricircolo è l’indicatore con cui misuriamo quale percentuale del reddito che i commercianti ricevono in REC è spesa in REC invece di essere cambiata in euro. Nel primo mese era del 2%, nel quarto del 17% e nel sesto del 29%. È aumentato molto, ma non siamo ancora riusciti a chiudere il cerchio. Non siamo riusciti a ottenere una spesa in REC che viene effettuata in un commercio locale con un grossista locale o un fornitore locale di altri beni e servizi che è anche un rivenditore. Ci sono rivenditori indipendenti che in alcuni casi lo trascorrono nel quartiere. Molto poco è la percentuale di REC che possiamo girare e tornare al punto di partenza per ricircolare di nuovo.

 

Come è lo schema delle monete? In cosa consiste?

Il cittadino che cambia euro in REC è il beneficiario dell’aiuto, ma può farlo anche qualsiasi cittadino. L’applicazione di pagamento che utilizziamo consente a qualsiasi cittadino di mettere la propria carta di credito o debito e apportare modifiche di euro a REC. Una volta cambiato, possono spenderlo nei negozi del quartiere e questi negozi lo accettano e non hanno alcuna penalità per cambiarlo nuovamente in euro. Volevamo vedere come funzionava la possibilità per i commercianti che ricevevano REC di scambiare liberamente euro. Ti invitiamo comunque a considerare i vantaggi di non cambiare e spendere in REC. Il tasso di ricircolo mostra che i trader sono sempre più consapevoli e fanno sforzi per far ricircolare il REC.

Per quanto riguarda l’operazione, gli euro vanno a un’entità di pagamento certificata di cui siamo agenti e ai conti di pagamento che i commercianti hanno, in modo che quei commercianti abbiano lì in deposito, non possono accedere a questi fondi se non portano REC e restituiscili.

In questo momento il REC viene creato come prestiti ai commercianti, l’unica cosa che tecnologicamente i commercianti non ricevono quei REC, ma vanno direttamente all’individuo nel processo di cambiamento. Il commerciante ha un’attività – che è l’euro – immagazzinata nell’entità di pagamento e una passività, che sono i prestiti in REC che stiamo concedendo loro per cambiare gli utenti finali.

In qualsiasi momento puoi annullare quelle due posizioni, cioè se vuoi lasciare il sistema, ad esempio, quell’attività e quella responsabilità passano ad un’altra e basta. Se ricevono REC in pagamento e vogliono cambiare in euro devono inviarci il REC sul conto centrale e noi del conto in euro che hanno attivato l’uscita sulla loro banca di tale importo.
Il REC è una valuta virtuale ma viene messo in circolazione come prestito ai commercianti ed è supportato al 100% con i conti di pagamento in euro.

Valuta sociale sociale
Il REC (Risorsa Economica Cittadina) è la moneta cittadina di Barcellona.

Mi dici che viene concesso in prestito ai commercianti e, dall’altro, alle persone che ricevono aiuti pubblici …

L’utente che cambia riceve l’aiuto in euro e immediatamente la modifica viene apportata a REC. Il processo di cambio è che apportiamo una modifica alla tua carta, con la quale gli euro sono già nel conto di pagamento del commerciante, il commerciante funge da punto di cambio. Il commerciante ha una funzione aggiuntiva che deve essere un punto di scambio. Addebitiamo l’utente sulla carta, quei fondi in euro vanno sul conto del commerciante, il conto centrale paga REC al commerciante e dal commerciante all’individuo. In questo modo il passaggio da REC a euro viene apportato al beneficiario. È il modo che sembrava più appropriato.

La circolazione avviene attraverso pagamenti per prestiti agli utenti commercianti. Dal conto centrale vengono pagati attraverso questi prestiti, che sono supportati dal conto in euro, che per l’entità di gestione è a rischio zero perché il conto in euro è gestito da noi, è a nome del commerciante ed è qualcosa che avrà potenzialmente se il REC ci ritorna, ma se non li restituisce, non succede nulla, il debito in REC e l’attività in euro viene passato a un altro commerciante e basta. I REC sono distribuiti, quindi lo sono. Il commerciante funge da punto di scambio, ma non ha REC (in possesso), l’hanno attraversato, ma non è stato lasciato, è stato dato all’individuo.

L’individuo va al commercio e lo spende, e può essere speso per quel commerciante che lo ha trasformato in un punto di scambio o in qualsiasi altro. Tutto il resto sta spendendo in REC in beni e servizi. Quindi succede che quando i commercianti hanno il REC accumulato, e questo è solo per le vendite, perché nella modifica iniziale non ottengono alcun REC. Con questi ricavi in ​​REC possono fare due cose, spenderli o cambiarli in euro, per ora non ci sono penalità per il passaggio agli euro, ma proviamo a incoraggiarli a spendere in REC e forniamo loro strumenti, ad esempio per pagare gli stipendi, per addebitare il proprio reddito in REC, alcuni lo fanno, perché sono autonomi. Informiamo coloro che hanno dipendenti.

 

Che ruolo svolge il Consiglio comunale di Barcellona?

Abbiamo un accordo non economico. Ha 3 ruoli importanti. È responsabile dell’aiuto europeo che stiamo ricevendo e ci finanzia nel 20%, l’80% è il finanziamento europeo che proviene dal progetto B-mincome. Il secondo ruolo è stato che i tecnici commerciali collaborano con noi, ci inviano richieste dai commercianti che vogliono entrare nel REC, li vedremo, ci invieranno reclami o eventuali problemi che potremmo avere e possiamo risolverli, ci danno supporto. D’altra parte, abbiamo un accordo non economico attraverso il quale ci impegniamo a un livello minimo di servizio in quanto l’utente può spendere il REC sui beni di prima necessità e allo stesso tempo si impegnano a condizionare la raccolta di supporto di inclusione minima a condizione che il 25% sia cambiato in REC, che è il modo in cui possiamo avere soldi.
Non voltare le spalle alle piccole e medie imprese che soffrono molto. C’è un processo di desertificazione commerciale in cui ogni giorno ci sono meno negozi di prossimità indipendenti.

 

Che previsione di continuazione hai?

Siamo in circolazione da sei mesi, ora altri sei mesi nel b-mincome, perché termina ad ottobre. Ma l’idea era di avere 2 anni di [progetto] pilota e ne avremo solo uno, quindi quello che è stato concordato con il Consiglio Comunale è che finanzieranno un secondo anno di pilotaggio. Il REC non è una valuta municipale, ma una valuta gestita da un’entità cittadina.

 

Che feedback hai ricevuto da aziende e utenti?

Il feedback è abbastanza buono perché l’80% degli utenti che sono soddisfatti del REC, sono generalmente soddisfatti della valuta. Lo trovano molto facile da usare del 90% e alcune aziende hanno affermato di aver aumentato il numero di clienti e il volume delle vendite. Abbiamo iniziato con 80 negozi e in 6 mesi sono diventati 170. L’orecchio ha funzionato molto. All’inizio non abbiamo posto restrizioni e ci sono abbastanza negozi, diciamo che l’aumento previsto delle vendite viene distribuito molto. Le quantità non sono molto significative ma il livello delle vendite è valutato molto bene.

Le persone hanno valutato positivamente la mappa, c’è una mappa con tutti i negozi, possono anche essere elencati, le offerte possono essere inserite, ecc. Con quattro clic il commerciante può scattare una foto del prodotto e metterlo come offerta. Hanno anche valutato molto positivamente la gestione degli utenti all’interno dell’applicazione. Un commerciante può caricare con il proprio cellulare. In generale, il feedback è buono.

 

Il Citizen Economic Resource fa sì che molte persone si fidino del sistema

Quale raccomandazione daresti ad altre valute sociali che si stanno sviluppando nel paese?

È un fantastico strumento di politica pubblica ed è molto buono avere il sostegno del Consiglio comunale, fa sì che molte persone si fidino del sistema. La mia raccomandazione sarebbe quella di provare a unire le forze, fare un’economia di 15 milioni. Non voltare le spalle alle piccole e medie imprese che soffrono molto.

Nel Besós ogni giorno ci sono meno negozi di prossimità e indipendenti. Tutto viene assorbito dal commercio elettronico e dalle grandi catene, che lasciano pochissima ricchezza in città. Credo che la cosa potente sia combinare gli obiettivi del comune stesso, rivitalizzare l’economia locale, non lasciare che i negozi che sono lì ogni giorno muoiano con i loro ciechi aperti. Questo genera un circolo virtuoso molto interessante che si basa su queste tre gambe: cittadinanza, commercio locale e Municipio.
La cosa positiva di queste valute è che possono andare ben oltre la promozione del commercio di prossimità a prodotti di prossimità, obiettivi a chilometro zero e altre questioni più ambiziose.

Devi andare passo dopo passo, la prima cosa è che il commercio di prossimità non scompare, perché se scompare non hai più alleati per altri scopi.

 

Fatti interessanti sul REC

-Ci sono 199 negozi che li hanno utilizzati, di cui 151 attivi.
-Ci sono 600 utenti privati ​​attivi.
– Sono stati creati 539.951,72 REC, di cui 364.847,05 sono stati cambiati in euro.
-81,3% tasso di conversione inverso (da recs a euro).
-23,4% tasso medio di riutilizzo.
-3.206,19 REC iscritti in media dal commercio.

 

Articolo di Genoveva López, El Salto – 13/07/2019 (Traduzione di Marco Giustini)

 

Beautiful Trouble. Abbiamo finito la traduzione!

A dicembre 2019 il gruppo dei Traduttori per la Pace ha terminato la collaborazione per la traduzione di Beautiful Trouble.  L’opera di traduzione è stata finita da Socialforge nel corso del 2020. Un grosso lavoro è stato fatto ma ora inizia quello della revisione del testo, che con i nostri tempi durerà ancora per un bel pò!

Parigi rende ufficiale l’occupazione temporanea di spazi inutilizzati

7 Ott 2019 – Polo Positivo

La battaglia contro l’abbandono di edifici inutilizzati è finalmente iniziata, ed è Parigi a sguainare per prima la spada. 

Il 26 agosto di quest’anno, il quotidiano francese Le Parisien ha informato i cittadini parigini che diciotto grandi gestori immobiliari hanno firmato un contratto volto ad autorizzare l’occupazione temporanea dei locali vuoti in attesa di lavori.

Il progetto della capitale francese ha preso forma dopo cinque anni di grande lavoro da parte di alcuni collettivi, associazioni, cooperative, che col tempo hanno visto aumentare la loro credibilità.

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L’esperimento più riuscito in questo senso è stato condotto cinque anni fa dalla cooperativa Plateau urbain in un vecchio ospedale in pieno centro, luogo che si è trasformato in un villaggio utopico chiamato Les Grands Voisins. Questo progetto è ancora oggi una realtà dinamica e vivace ospitante circa 140 associazioni, artisti, artigiani e start-up.

Paul Citron, il direttore dello sviluppo di Plateau urbain, spiega il significato del fenomeno nascente parigino, l’urbanismo transitorio:

È il fatto di poter occupare degli edifici vuoti per incentivare attività che non potrebbero essere ospitate in città ai prezzi di mercato tradizionali: dall’economia sociale e solidale, alle attività culturali, associative o artigianali, fino all’ospitalità d’urgenza…e tutto questo si integra in edifici in transizione, vuoti che variano estensione da 1000 m2 fino a edifici di migliaia di ettari. Parigi è piena di luoghi che favorirebbero tali opportunità.

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L’urbanismo transitorio nasce ufficialmente a Parigi, dopo che la reputazione delle associazioni occupanti è migliorata ed è nato un clima di fiducia, rispetto e solidarietà tra i proprietari e gli operatori. 

Quale sarà la risposta delle altre città europee sull’abbandono edilizio per contrastare a loro volta questa enorme piaga?

Pietro Battaglini

Beautiful Trouble in italiano. Siamo a metà dell’opera!

E’ settembre e durante l’estate abbiamo fatto uno sprint per ultimare le traduzioni delle sezioni Tattiche e Principi. Restano da tradurre gli articoli delle altre sezioni. Siccome i tempi di ultimazione da parte del collettivo Traduttori per la pace non sono brevi a causa dei tanti impegni lavorativi dei membri, abbiamo deciso di rendere pubblico il sito con le traduzioni finora fatte cosi da cominciare a far conoscere questi materiali. Mancano da fare le revisioni dei links all’interno di ogni articolo e tante altre cose. Il tempo è tiranno e quindi ci appelliamo ai visitatori per aiutarci a terminare più velocemente la traduzione del libro, cosi da poterci dedicare esclusivamente alla revisione professionale del testo finito.

Occupa, resisti, produci

Un film di Dario Azzellini e Oliver Ressler
34 min., 2018

Scop Ti si trova a Gémenos, una piccola città vicino a Marsiglia, nel sud della Francia. Lo stabilimento era precedentemente di proprietà di Lipton, una filiale di Unilever. Produceva tè alle erbe e alla frutta, così come il marchio locale di tè nero Thé de l’Éléphant, vecchio di 120 anni. Nel settembre 2010, Unilever ha deciso di trasferire la produzione e le macchine in Polonia, chiudendo lo stabilimento e mettendo 182 persone senza lavoro. I lavoratori, sostenuti dal sindacato CGT, hanno immediatamente occupato il loro posto di lavoro. Inizialmente, tutti i 182 lavoratori hanno partecipato all’occupazione; dopo tre anni, 76 sono rimasti attivi. Il piano dei lavoratori era di costruire una cooperativa e passare alla produzione di tisane naturali e biologiche usando principalmente prodotti regionali.

Così, hanno preteso che Unilever desse loro il controllo della fabbrica, dei macchinari e del marchio Thé de l’Éléphant. La lotta di Fralib si è basata sulla continuazione della produzione, la protesta pubblica, una campagna di solidarietà e azioni legali contro Unilever. In diverse occasioni, i tribunali hanno invalidato i piani della transnazionale di chiudere ufficialmente la fabbrica, hanno condannato i suoi piani sociali insufficienti e l’hanno obbligata a pagare i salari arretrati.

Alla fine di maggio 2014, Unilever ha accettato di consegnare lo stabilimento e i macchinari ai lavoratori; inoltre, ha pagato un’importante compensazione finanziaria, permettendo così ai lavoratori di formare una propria cooperativa e riprendere la produzione.

Nel maggio 2015, l’ex Fralib è stata rilanciata come cooperativa con il nome di “Scop Ti”. Il marchio principale è “1336”, che si riferisce al numero di giorni in cui è durata la lotta dei lavoratori. Oggi, 41 lavoratori di Scop Ti producono 16 diversi tè naturali alle erbe e alla frutta, oltre a diversi tè biologici. La fabbrica è democraticamente autogestita dai lavoratori. Le precedenti differenze salariali sono state in gran parte eliminate; il divario salariale tra operai e supervisori è ora di soli 70 euro al mese.

In “Occupy, Resist, Produce – Scop Ti”, i lavoratori raccontano la storia della loro lotta collettiva e parlano della loro organizzazione democratica del lavoro. Descrivono le difficoltà e le contraddizioni di cercare di mantenere una produzione industriale su larga scala e allo stesso tempo rimanere fedeli ai loro valori e principi: solidarietà, produzione biologica e collaborazione con i produttori locali e regionali.

Questo è il quarto di una serie di cortometraggi sull’occupazione e la produzione sotto il controllo dei lavoratori in Europa. La serie è stata lanciata nel 2014 con il titolo “Occupy, Resist, Produce”.

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