Le FAZ-FAQ

Dal libro Altra Moneta di Domenico de Simone

Le domande e le risposte più frequenti (FAQ) sulla Zona Finanziaria Autonoma (FAZ).

 

1.  Breve FAQ sulla FAZ

Che cos’è una FAZ (Zona di Autonomia Finanziaria)?

La FAZ è uno spazio, fisico e virtuale, costituito da rapporti giuridici, economici e sociali per la costruzione di un’economia senza l’accumulazione monetaria, fondata sul tasso negativo, sul Reddito di Cittadinanza e sulla partecipazione.

Che cos’è un’economia alternativa?

L’economia alternativa si fonda sui principi della partecipazione, della tutela della vita dei membri della FAZ, sul massimo sviluppo delle capacità produttive al fine di creare la maggiore ricchezza possibile. Questo comporta un’idea di ricchezza diversa da quella dell’economia classica e, conseguentemente, anche un’idea diversa di produzione. Per l’economia classica, è ricchezza tutto ciò che produce come effetto l’accumulazione di capitale monetario. La produzione è quindi finalizzata all’accumulazione di beni traducibili in moneta. Per l’economia alternativa, ricchezza è tutto ciò che è espresso dall’animo umano e che non importi distruzione. Essa è quindi finalizzata all’arricchimento dello spirito senza però rinunciare al benessere materiale.

Per l’economia, la produzione consiste essenzialmente nel fare le cose, e lo stimolo a farle è dato dal guadagno. Se manca questo stimolo, perché la gente dovrebbe partecipare ad una FAZ?

E chi ha detto che in un’economia alternativa debba necessariamente mancare lo stimolo del guadagno? L’obiettivo dell’economia alternativa è quello di impedire che l’aspirazione al guadagno si traduca in potere personale, e che i benefici che ciascuno riceve dalla propria attività, non debbano necessariamente passare attraverso l’incremento di potere personale. In altri termini, la FAZ vuole dimostrare che un’economia che si basa sulla solidarietà, sulla partecipazione e sull’orizzontalità, sia più conveniente di un’economia basata sull’egoismo, sull’esclusione e sulla gerarchia.

Però se qualcuno guadagna di più significa che altri avranno di meno. Non è questo il fondamento delle disuguaglianze sociali?

Non necessariamente, almeno non è più così. Questo ragionamento ha un fondamento in un’economia in cui le risorse sono scarse e in cui la produzione è essenzialmente materiale. E’ ovvio che quando si tratta di dividere una torta se la mia fetta è più grande, la fetta di altri sarà necessariamente più piccola. Ma l’economia non è più soltanto produzione e scambio di cose materiali. Oggi essa è divenuta prevalentemente, produzione di cose immateriali, rispetto alle quali il consumo ha cambiato natura. Non si possono infatti, consumare le cose immateriali, semmai se ne può fruire.

Un’altra economia nasce in un contesto in cui le risorse non sono scarse ma almeno sufficienti. Non c’è bisogno di potere per gestire risorse alimentari sufficienti per tutti gli abitanti della terra. Questo è un fatto. Se c’è gente che ancora muore di fame dipende come abbiamo visto dal sistema finanziario. Le stesse imprese hanno interesse a che tutti possano acquistare i generi alimentari che esse producono. Il tasso negativo ci risparmierà l’orrendo spettacolo della fame e contemporaneamente della produzione che viene distrutta per mantenere il prezzo.

E’ vero che l’attuale sistema di produzione crea molti “oggetti”, in senso materiale e immateriale, ma è anche vero che la maggior parte di essi sono inutili, diseducativi, a volte pericolosi e che inducono ad un iperconsumo acritico e insensato. Come si fa a riportare la produzione in un ambito ragionevole?

L’irragionevolezza del consumo e della produzione dipendono dall’irragionevolezza dei presupposti della produzione. L’iperconsumo è frutto dell’iperproduzione e la scarsa qualità, ovvero l’inutilità, sono a loro volta, figlie dell’accumulazione monetaria. Si produce solo quello che rende soldi ed in misura maggiore di altre produzioni. La precedenza è data a quello che fa crescere il capitale il più velocemente possibile e con i rischi minori. Per questa ragione il punto nodale è fare in modo che il capitale monetario non abbia l’importanza che ha attualmente per determinare le scelte della produzione. Il che significa, come dicevamo sopra, dare una nuova definizione di ricchezza.

E allora che cos’è la ricchezza?

In un’economia capitalistica, la ricchezza coincide con l’accumulazione del capitale monetario. In un’economia alternativa, per usare la stessa immagine, la ricchezza coincide con l’accumulazione di umanità. Come sappiamo, la cultura ha un ruolo essenziale nella produzione di ricchezza. L’essenza non è nelle cose che producono o nelle cose prodotte, ma nella creatività, nelle idee che sono alla base della produzione e dell’organizzazione del lavoro. Possiamo allora definire ricchezza tutto ciò che nasce dallo spirito creativo dell’umanità e che non distrugga qualcosa. In altri termini, la ricchezza coincide in termini generali con la cultura ed un paese è tanto più ricco quanto i suoi abitanti sono più capaci di esprimere cultura ed essere creativi.

Ma in realtà non è così, oggi la cultura è in senso generale la cenerentola della ricchezza. E’ raro che fatti di cultura siano remunerati per il loro effettivo valore. Com’è possibile rovesciare questa situazione in breve tempo?

Non è questo il problema, non si tratta di stabilire un criterio diverso di remunerazione della cultura. Si rischia che poi sia premiata quella di gradimento del potere e allora forse, è meglio lasciare fare al mercato. Si tratta invece di evitare che il fine della promozione della cultura sia il denaro, e questo è possibile solo impedendo l’accumulazione. Dobbiamo fare in modo che tutti possano esprimere la propria creatività, poi deve esser la gente a scegliere chi premiare. Ma questo assume un’importanza relativa, poiché il premio della creatività è in sé stessa.

Senza il risparmio la gente non sarà più sicura poiché non può accumulare riserve per i momenti di crisi e quindi sarà costretta a fare sacrifici. E poi, senza il risparmio non ci possono essere investimenti poiché le imprese non saprebbero come recuperare il denaro di cui hanno bisogno.

A parte il fatto che il risparmio non si fa più, visto che il debito complessivo continua a crescere, gli investimenti non si basano più sul risparmio ma sul debito. La FAZ non richiede affatto che la gente faccia sacrifici, anzi. Lo scopo della FAZ è al contrario che la gente non sia più costretta a fare sacrifici, dato che le risorse non sono scarse e possono essere distribuite equamente in modo che tutti siano liberi. Quanto alla sicurezza, per quale ragione deve essere fondata su un risparmio in forma monetaria? Per quella sicurezza è più che sufficiente e garante il RdC. Se davvero dobbiamo garantirci contro il rischio di una carestia improvvisa ed imprevedibile, non sarebbe più logico accumulare scatolette di cibo piuttosto che soldi di carta che, in un’evenienza simile, certamente non varrebbero più nulla?

Senza la possibilità di risparmiare la gente non sarà costretta a fare sacrifici?

L’assunto è la libertà di tutti, ma l’idea che per garantirla sia necessario sacrificarsi è propria del potere. Al contrario, la libertà di tutti comporta che ci sarà maggiore ricchezza, perché ci sarà maggiore creatività. Anche in questo senso possiamo dire che il grado di libertà di ciascuno sarà aumentato dall’incremento della libertà degli altri.

 

2. FAQ in forma di dialoghetto

Studente: Quanto devo pagare per entrare in una FAZ?

FAZ: Assolutamente nulla, non si paga per aderire alla FAZ.

Operatore finanziario: Ma non devo acquistare i Titan per diventare socio?

FAZ: No, non è questo il meccanismo di adesione alla FAZ. Anche se i Titan sono obbligazioni i soci non devono pagare per averle. Per aderire occorre semplicemente chiedere di diventare socio della società. Per questo ci sono delle minime spese per il notaio e per le imposte relative, di cui faremmo volentieri a meno se non ci fosse questo stato che tassa anche l’aria che respiriamo, ma non si tratta di somme che vanno alla società. Poi, una volta diventati soci, la FAZ apre il conto titoli a nome del nuovo socio e gli accredita subito una somma, presumibilmente 500 € e mensilmente la somma che sarà decisa a titolo di RdC.

Pensionato: Non capisco. La FAZ mi accredita dei titoli anche se non faccio nulla?

FAZ: Certamente. La FAZ accredita a tutti i nuovi soci una somma in Titan che il socio può utilizzare come vuole spendendola presso gli altri soci. Mensilmente, poi, gli accredita altre somme a titolo di RdC tutte utilizzabili nello stesso modo. I titoli sono assoggettati al tasso negativo, per cui conviene spenderli se non si vuole subire il deperimento delle somme ricevute. C’è comunque da tenere presente che il tasso negativo è in media del 5% e che quindi 1000 euro diventano in un anno 950 se non si spendono. L’accredito non è legato a nessun obbligo da parte del socio.

Casalinga: Ma ci prendete in giro? E da dove arrivano questi soldi?

FAZ: Assolutamente no, nessuna presa in giro. I soldi arrivano esattamente dallo stesso posto dal quale li fanno arrivare le banche, con la differenza che questi sono gestiti dalla comunità e non dal potere finanziario.

Studente: I soci, quindi, non hanno nessun obbligo?

FAZ: Non è così. Se l’accredito non comporta nessun obbligo, la partecipazione alla FAZ comporta l’assunzione di obblighi da parte dei soci. In pratica l’obbligo principale è quello di accettare in pagamento i Titan in cambio della propria prestazione.

Impiegato: Questo significa che i soci sono obbligati a lavorare per la FAZ?

FAZ: Assolutamente no! Nessuno deve essere obbligato a fare alcunché. Però il socio che sceglie di fornire proprie prestazioni all’interno della FAZ, il che significa verso altri soci della FAZ, deve accettare in pagamento i Titan.

Impiegato: Ma allora io non posso essere socio della FAZ, visto che come impiegato non posso lavorare se non per lo Stato.

FAZ: Non è vero, anche gli impiegati possono essere soci della FAZ, prendere il RdC e spenderlo come meglio gli aggrada. Il fatto che non lavoreranno nella FAZ comporta che non produrranno reddito da lì, ma il solo fatto che vivano e consumino è già una produzione di ricchezza. La FAZ realizza il principio per cui la vita è ricchezza in sé.

Operaio: Chiunque, quindi, può essere socio di una FAZ?

FAZ: Certamente, anche se in una fase iniziale le FAZ dovranno crescere in maniera equilibrata. Insomma, in una discoteca non ci possono essere due ballerini e cento disk Jockey, semmai il contrario. Le adesioni alla FAZ devono rispecchiare l’equilibrio della società italiana. Ovviamente, con un numero di partecipanti sufficientemente grande questo problema non si pone più.

Operaio: Ma come può una FAZ creare tutta la ricchezza che è necessaria per mantenere anche quelli che non lavorano? La ricchezza che viene distribuita dalla FAZ, da chi è creata?

FAZ: Se mettiamo la questione in questi termini, non possiamo nemmeno capire la ragione per cui un secolo fa il 90% della popolazione produttiva era contadina e lo stesso si moriva di fame, ed oggi con solo il 6% di contadini tutti hanno da mangiare nel oltre l’abbondanza. La ricchezza è creata dalla società, senza la quale le imprese, gli operai, i consumatori, gli operatori finanziari, insomma nessuno potrebbe creare un bel nulla. E’ ovvio che qul prodotto specifico, che sia una bibita o un cuscinetto a sfera piuttosto che un film, è prodotto da un’azienda e che questa debba trarre dei vantaggi in forma di reddito dalla sua attività. Però deve essere chiaro che senza la società il film, la bibita e il cuscinetto a sfera non varrebbero proprio nulla. Impresa e società sono strettamente connesse e dipendono l’una dall’altra. In questo senso possiamo dire che alla creazione del cuscinetto a sfera contribuiscono in qualche modo anche la casalinga e il pensionato che non ne avranno mai bisogno. Il sapere sociale si è formato in quel determinato modo anche grazie a loro.

Imprenditore: Che interesse ho ad entrare in una FAZ se la mia impresa deve distribuire, in pratica gratuitamente, tutto il prodotto del suo lavoro?

FAZ: E chi l’ha detto che le imprese devono distribuire gratis i loro prodotti? Il sistema produttivo nel suo insieme deve prendere atto che senza la società esso non avrebbe alcun senso. Ma questo non significa che il loro prodotto debba essere regalato. Le imprese vendono i loro prodotti e sono pagate con i Titan all’interno della FAZ e fuori in euro, dollari, franchi o altre monete. Il fatto che un pensionato paghi un prodotto con i soldi della pensione che gli da lo Stato, soldi che non vengono da un lavoro immediato del pensionato, non significa che le imprese distribuiscano gratis il prodotto. La FAZ distribuisce RdC ai suoi soci e questi con quelle somme comprano, così come comprano i pensionati. Sul piano fattuale le due cose non sono molto distanti. Lo sono sul piano concettuale, visto che con il RdC le persone sono molto più libere.

Imprenditore: Ho capito, ma non riesco lo stesso a vedere la ragione per cui dovrei accettare Titan ed assoggettarmi alla perdita di valore del denaro. Questo certamente non mi conviene farlo.

FAZ: Invece, noi crediamo che alle imprese convenga entrare nelle FAZ, e almeno per due ragioni. La prima è che per rifornirsi di capitale la maggior parte delle imprese ricorre alle banche, e questo comporta costi elevati. In una FAZ Le imprese possono ottenere il capitale che gli serve senza alcun onere finanziario. La seconda ragione è che la grande maggioranza delle imprese sta in sovrapproduzione, ed è quindi costretta a praticare sconti elevati per cercare di vendere poiché ci sono pochi acquirenti in giro. Ebbene, per un’impresa la FAZ è un mercato al pari degli altri in cui il mezzo di pagamento perde il 5% del proprio valore nominale ogni anno. Però, nel corso dell’anno chi ha venduto in Titan potrà ben acquistare prodotti e servizi in Titan visto che i soci si sono impegnati ad accettarli come mezzo di pagamento. Quante aziende vendono con sconti del 20%, del 30%, o anche superiori alla ricerca di acquirenti? Questi sconti equivalgono a tenere nel cassetto i Titan per quattro o sei anni. Vi pare possibile non riuscire a spendere in una FAZ i Titan in tutto questo tempo?

Operaio: Questo meccanismo evidentemente favorisce le imprese e i padroni. Non finirà quindi per penalizzare le classi lavoratrici e quelle più deboli rendendoli ancora più succubi del potere della borghesia?

FAZ: Non è questo il problema. Tutti saranno favoriti da questa rivoluzione, tranne i detentori del potere finanziario. Deve essere chiaro che è il potere finanziario quello che penalizza il sistema produttivo, i cittadini e lo Stato. I vantaggi per le imprese sono un vantaggio per tutti visto che da esse dipende la produzione. Allo stesso tempo, però, il RdC dà a tutti i cittadini la libertà di scegliere il lavoro e una forza contrattuale sulle condizioni del lavoro come mai nella storia. Soprattutto questo sistema non genera potere, visto che tra l’altro, si fonda sulla partecipazione dei cittadini alle scelte di produzione.

Cococo: Con il RdC molti non vorranno più lavorare. Questo non provocherà una crisi e alla fine una contrazione dell’offerta di lavoro?

FAZ: E perché mai? Le imprese producono finché c’è domanda dei loro prodotti. Oltretutto in una FAZ la domanda è sollecitata dagli stessi consumatori che indirizzano grosso modo la produzione di beni di consumo con scelte che nella FAZ possono diventare consapevoli e responsabili. Quindi se le imprese continuano a produrre ed hanno l’opportunità di diversificare facilmente i propri investimenti, le opportunità di lavoro si moltiplicheranno e i lavoratori avranno una maggiore forza contrattuale per ottenere condizioni di lavoro migliori e remunerazioni effettivamente adeguate. E poi è ora di finirla di considerare il lavoro come una merce, concetto davvero ripugnante per chiunque pensi in termini di umanità. Mettiamola in questi termini: in una società umana, tutte le attività umane sono considerate lavoro, compreso il dormire e l’andare a spasso sulla spiaggia. Per tutti i cittadini questo lavoro è remunerato almeno con il minimo indispensabile per vivere. Altri riusciranno (o cercheranno) ad ottenere dal loro lavoro una remunerazione aggiuntiva, ad esempio perché il loro è un lavoro particolarmente penoso o difficile. Le differenze devono pur esserci, altrimenti nessuno vorrebbe fare lavori penosi o pericolosi se tutti prendessero in pratica la stessa remunerazione. Quello che conta, è che gli uomini siano messi nella possibilità di scegliere che cosa fare della propria vita. Questa è l’essenza della libertà.

Operaio: Non è possibile che tutti traggano un vantaggio da una rivoluzione, ci sarà ben qualcuno che ne pagherà le conseguenze. Chi sono questi?

FAZ: In una società che ha risorse limitate la rivoluzione consiste nel prendere a chi ha troppo e dare a chi non ha nulla o quasi. In una società che produce in misura illimitata, ovvero al di sopra delle proprie necessità, com’è la nostra, il problema della divisione delle risorse non si pone se non in termini di puro potere. Per questo è necessario attaccarlo alla fonte, appunto il potere finanziario. Comunque, quelli che hanno un grande capitale in forma monetaria o in strumenti finanziari probabilmente non saranno felici di questo cambiamento. Ma ne soffriranno soprattutto quelli che gestiscono il potere del debito che è il vero nemico delle FAZ, insomma banche e finanziarie.

Operatore finanziario: In altri termini saremo noi a rimetterci l’osso del collo e dovremo cambiare mestiere.

FAZ: No, non vedo per quale ragione un operatore finanziario debba cambiare mestiere. Com’è noto si può benissimo guadagnare sia su titoli che salgono che su titoli che scendono. I Titan sono titoli che scendono per loro natura ma avranno comunque un mercato. Ci rimettono quelli che non operano con la finanza o non rischiano con le imprese ma solo per il fatto di avere grandi capitali ne prendono passivamente i frutti. C’è una bella differenza tra un operatore finanziario e un redditiero.

Studente: Se tutti saranno costretti a spendere i Titan, in una FAZ il consumo sarà spinto al massimo. Non è già esasperata questa tenenza a consumare e non è per essa che è stata costruita la società dello spettacolo, con tutti i guasti che questa comporta?

FAZ: In una FAZ le imprese non hanno la necessità di crescere all’infinito se vogliono sopravvivere, come accade nell’economia del debito. E’ quello il vero motore della follia consumistica, se le imprese potessero produrre in misura equilibrata ed avere lo stesso un guadagno lo farebbero, ma questo oggi non è possibile, chi non cresce sempre è condannato al fallimento, poiché solo crescendo si possono pagare gli interessi su un debito che continua ad aumentare. D’altra parte in una FAZ le scelte di consumo sono indirizzate dagli stessi consumatori attraverso la partecipazione e quindi l’enorme apparato pubblicitario che è alla base della società dello spettacolo perderà la sua principale ragione di esistere. Questo non significa la scomparsa della pubblicità, poiché le imprese saranno sempre in concorrenza tra loro e i prodotti dovranno pur essere presentati alla gente. Il fatto che una FAZ decida di promuovere un prodotto non significa che tutto il mondo automaticamente lo sappia. Però una cosa è la pubblicità come strumento di conoscenza altra cosa è la pubblicità come induzione all’acquisto.

Cococo: Un precario come me che opportunità ha in una FAZ? E poi è necessario pagare le tasse allo Stato?

FAZ: Poiché tutti prenderanno il RdC i precari saranno quelli che trarranno certamente un grande beneficio e potranno scegliersi l’attività che più gli aggrada. Quanto alle tasse, le attività di una FAZ non ne sono esenti a meno che non si considerino certe prestazioni come dono e non come lavoro vero e proprio, al pari di quanto avviene per le banche del tempo. Ma questo è possibile solo se l’attività è marginale rispetto alla fonte di reddito principale. Peraltro, se una FAZ fosse costituita a livello locale coinvolgendo il Comune, le tasse di questo potrebbero essere coperte dal tasso negativo, sgravando la popolazione di quell’area. Inoltre è difficile stabilire che una prestazione pagata in Titan possa avere un “valore aggiunto” visto che i Titan per definizione non hanno valore nel tempo. Infine, in un paese in cui fossero state costituite un numero congruo di FAZ queste potrebbero costituirsi in partito per decidere di abolire l’attuale sistema fiscale e passare al tasso negativo a livello nazionale. In ogni caso, anche se si pagano le tasse a questo stato i vantaggi della FAZ sono evidenti per il solo fatto di non pagare interessi alle banche e per non creare debito.

3. FAQ sui Titan

Cosa sono i titoli a tasso negativo?

Sono titoli finanziari gravati da interesse negativo per il decorso del tempo e che perdono interamente il proprio valore con la scadenza del termine di validità.

Che interesse ha un operatore economico ad accettare questi titoli?

L’interesse degli operatori economici è dato dalla fiducia nella loro spendibilità, e quindi dalla possibilità di acquistare delle merci o effettuare dei pagamenti per loro tramite.

Che interesse ha un operatore finanziario ad accettare questi titoli?

Gli operatori finanziari si basano anch’essi sulla fiducia nei confronti dei titoli, e sulla propria capacità di riuscire a rimetterli in circolazione guadagnando un interesse.

Perché si dovrebbe creare un clima di fiducia intorno a questi titoli e una loro generale accettazione?

Il presupposto dell’emissione dei titoli è un persistente eccesso di offerta globale, che induce i produttori a effettuare anche forti sconti pur di smobilitare le scorte. L’accettazione dei titoli comporta, anche in ipotesi di una loro circolazione molto lenta, l’effettuazione da parte del prenditore dei titoli di uno sconto molto basso (5% all’anno). Per questa ragione i titoli circoleranno prevalentemente tra i produttori.

Perché i titoli a tasso negativo dovrebbero circolare più velocemente delle banconote?

Perché si tratta in sostanza di mezzi di pagamento gravati da un costo. Di conseguenza, il prenditore cercherà di spenderli il più rapidamente possibile e non li tesaurizzerà per evitare il costo. E’ impossibile tesaurizzare i titoli a tasso negativo data la loro natura, e questo comporta che si tratta di mezzi di pagamento che non generano debito.

Perché i titoli a tasso negativo devono essere emessi solo per creare nuove imprese?

Nel caso di loro emissione slegata dalla creazione di attività d’impresa, si risolverebbe in una emissione di moneta senza alcuna corrispondente attività nel territorio, e quindi essi finirebbero, almeno nella fase iniziale, per premere in aumento sui prezzi. In altri termini genererebbero inflazione. Un’altra ragione risiede nel fatto che l’emissione in favore di imprese in via di costituzione favorisce un’iniziale circolazione dei titoli presso i produttori, che sono portati ad accettare qualunque mezzo di pagamento pur di liberare i propri magazzini.

Perché i titoli a tasso negativo non generano inflazione?

Perché, appunto, sono legati alla nascita di un’attività, e quindi alla corrispondente circolazione di beni. I titoli non generano nemmeno debito, poiché muoiono alla scadenza e sono ritirati dalla circolazione dall’ente che li ha emessi, lasciando, però, la ricchezza che hanno creato.

Perché si mettono le marche periodiche sui titoli?

Per evitare il loro decadimento con il tempo, e quindi la necessità per i prenditori di fare complicati calcoli sul valore effettivo del titolo nel momento in cui lo accettano in pagamento. E’ necessario e utile che il valore dei titoli  oscilli periodicamente in misura non maggiore dell’interesse periodico ad essi applicato.

Chi garantisce il pagamento dei titoli alla scadenza?

La garanzia del pagamento dei titoli è data dall’ente che li ha emessi che, a sua volta, ha ricevuto garanzie dall’imprenditore in cui favore ha rilasciato i titoli e che ha incassato le marche che consentono al termine del periodo il pagamento degli stessi titoli.

Chi paga l’interesse negativo sui titoli?

L’interesse negativo sui titoli viene ridistribuito tra la platea che li accetta in pagamento. Inizialmente, quindi, tra i produttori e poi tra tutta la popolazione locale nel caso di emissione da parte di un ente pubblico o tra i soci nel caso di emissione da parte di una società privata. Di fatto, i titoli a tasso negativo sono un’imposta che grava su una forma di emissione monetaria.

Chi incassa l’interesse sui titoli a tasso negativo?

L’interesse sui titoli viene incassato dall’ente che li ha emessi, e che è essenzialmente un ente pubblico locale. Questo comporta che essi restituiscono al potere politico un potere di spesa e di indirizzo dell’economia che la saturazione dell’economia del debito ha reso pressoché irrisorio.

Che destinazione hanno le somme ricavate dall’ente?

La destinazione naturale delle somme incassate a titolo di interesse sui titoli a tasso negativo è quella di ridurre le altre imposte, poiché si tratta di un’imposta che grava su tutta la popolazione e in particolare sulle aziende produttrici. Altra destinazione può essere quella di sostenere la domanda di beni di consumo mediante la distribuzione a titoli di reddito di cittadinanza, ovvero quella di opere di pubblica utilità e tutela dell’ambiente.

Come si può ragionevolmente garantire la circolazione dei titoli?

Prima di effettuarne le emissioni, l’ente sensibilizzerà l’opinione pubblica per mezzo di un’opportuna campagna pubblicitaria che metta in chiaro le caratteristiche dei titoli stessi, e si premunirà, facendo aderire le imprese di produzione e commerciali del luogo, ad un cartello di produttori che accettano i titoli stessi in pagamento. Una società privata deve obbligare i propri soci ad accettare i Titan come mezzi di pagamento.

Come deve essere il taglio dei titoli?

Il taglio dei titoli deve essere il più possibile ridotto, al fine di consentirne la più ampia diffusione in tutti gli strati della popolazione. E’ possibile ipotizzare un taglio minimo da 50€ ed uno massimo da 1000€.

Che effetto ha l’immissione dei titoli nell’economia locale?

Inizialmente i titoli dovrebbero determinare un aumento della domanda di beni strumentali, e poi generare una crescita equilibrata dell’offerta e della domanda di beni di consumo secondo il moltiplicatore. In generale, i titoli dovrebbero causare un aumento della ricchezza complessiva senza però generare debito.

Che ruolo hanno gli istituti finanziari con l’emissione dei titoli a tasso negativo?

Le banche e in generale gli istituti finanziari, possono partecipare all’impresa prestando le garanzie necessarie per l’emissione dei titoli, e possono negoziare i titoli stessi sfruttando lo spread tra il nominale e l’interesse negativo presunto nel periodo di negoziazione garantendosi un ricavo da questo. Le banche e le finanziarie possono, più facilmente dei privati, collocare i titoli presso propri clienti in difficoltà per stimolarne la capacità produttiva e recuperare i propri crediti. I titoli a tasso negativo possono anche essere emessi dalle banche per partecipare ad una nuova impresa e
stimolare imprese esistenti.

Quando il potere finanziario si sentirà attaccato dai Titan, non reagirà vietandoli o comunque impedendone il funzionamento e l’emissione?

E’ molto difficile trovare una maniera per disinnescare il meccanismo dei Titan una volta innescato. Il fatto è che i Titan sono obbligazioni e vietare l’emissione di obbligazioni è impossibile, visto che esse rappresentano una quota consistente del mercato finanziario. Nemmeno è possibile tecnicamente vietare il tasso negativo, poiché il livello dei tassi è e deve rimanere una scelta insindacabile dell’emittente senza la quale il titolo perderebbe la propria caratteristica di strumento di mercato. Warren Buffett, che non è certo un rivoluzionario, ha effettuato nel 2002 un’emissione di obbligazioni gravate da un warrant negativo per finanziare il proprio fondo e nessuno ha trovato niente da ridire. Alla fine del 2002, inoltre, la Banca ABN Amro ha effettuato un prestito a tasso negativo in yen in favore della Société Genérale, e anche su questa operazione nessuno ha sollevato obiezioni. Le motivazioni per entrambe le operazioni, erano profondamente diverse e lontanissime dagli obiettivi dei Titan, ma ovviamente, nessun legislatore può sanzionare le intenzioni degli operatori finanziari. Sul mercato, i Titan sono obbligazioni come altre con una particolare caratteristica che le contraddistingue dalle altre ma che saranno valutate per quello che effettivamente producono. Agli operatori finanziari non interessa il colore del gatto, ma che sia capace di prendere i topi. Certo è possibile che le FAZ si trovino sotto attacco del sistema, con ispezioni, inchieste e l’attivazione di tutti gli altri strumenti di repressione che il sistema sarà in grado di attivare. Ma questo avverrà solo quando le FAZ si saranno diffuse in modo tale da rappresentare un pericolo per il sistema di potere finanziario. Solo che in quel momento sarà troppo tardi riuscire a fermarle. Se la gente avrà scoperto che attraverso questo meccanismo si crea ricchezza vera, il potere non potrà fare più nulla. Esattamente come sta accadendo per la GPL. I tentativi del sistema di impedire la diffusione dei sistemi operativi sotto GPL falliscono uno dopo l’altro. Ora è troppo tardi per impedirne la vittoria, ed è solo una questione di tempo.

I principi della FAZ

I DUE ELEMENTI FONDAMENTALI DELLA FAZ

La FAZ si fonda su questi due elementi fondamentali:

1) Moneta a tasso negativo

1. Il tasso negativo costituisce l’unico strumento possibile (oltre all’eliminazione tout court del denaro) per togliere alla moneta la sua funzione di riserva di valore. Il denaro ha perso già da tempo ogni fisicità poiché non è più legato né all’oro né ad altri beni fisicamente individuabili, ma la sua creazione è già ora determinata dalle richieste di indebitamento. In altri termini la banca crea il denaro che occorre per gli investimenti ma si appropria di parte consistente della ricchezza prodotta attraverso gli interessi. Il tasso negativo elimina gli interessi e la rendita finanziaria, il che non significa eliminare le attività finanziarie che possono svolgere una funzione utile, ma eliminare il parassitismo dell’attività finanziaria. Esattamente come l’eliminazione della rendita fondiaria dopo la rivoluzione francese non ha fatto cessare le attività agricole. Il tasso negativo toglie al denaro ogni dimensione divina perché lo rende mortale come tutti i
beni.
2. La moneta viene emessa da una Banca autogestita ad un tasso di interesse negativo che è determinato da un algoritmo che tiene conto dell’obsolescenza dei beni prodotti con gli investimenti finanziati dalla Banca;
3. Il criterio di emissione della moneta è automatico: la Banca e i suoi funzionari non hanno alcuna discrezionalità né per la determinazione del RdC né per la concessione dei finanziamenti;
4. La moneta viene emessa sui finanziamenti che vengono accordati. Per ogni finanziamento, viene emessa una corrispondente somma che viene distribuita tra i membri della FAZ a titolo di RdC. Esempio: nel mese di gennaio 2010 vengono erogati 5.000.000 di finanziamenti in Titan. La Banca crea altri 5.000.000 che vengono distribuiti tra i membri della FAZ all’inizio del mese successivo(se i membri sono 5.000 essi riceveranno 1.000 ciascuno).
5. I criteri di concessione del finanziamento sono i seguenti:

1. ciascun membro della FAZ dispone di una propria capacità di credito che è data dal livello di ricchezza della comunità. Per ricchezza si intende l’insieme delle conoscenze misurabili in termini economici. Il numero esatto deve essere trovato dal centro studi della FAZ secondo criteri meramente economicisti.
Supponiamo che la capacità di credito di una FAZ da 5.000 persone sia di 30.000 a testa (complessivamente, quindi, di 150.000.000). Un membro della FAZ chiede alla banca di finanziare il suo progetto di 30.000 e la banca DEVE dargli
il credito. Questo riduce la capacità complessiva di credito della FAZ ma solo temporaneamente, poiché la capacità di credito complessiva aumenta con gli investimenti e con la restituzione da parte delle imprese finanziate.
2. L’imprenditore, però, chiede un finanziamento maggiore della sua capacità di credito, poniamo di 1.000.000. Può ottenere il credito che richiede se presenta altri 97 soci che gli mettono a disposizione ciascuno 10.000 della propria capacità di credito che, sommati ai 30.000 fanno esattamente 1.000.000. Naturalmente la concessione di capacità di credito può variare da socio a socio: uno mette a disposizione a propria intera capacità (30.000) e un altro solo 1.000, l’importante è che il totale delle capacità di credito messe a disposizione equivalga al credito richiesto. (il meccanismo è analogo a quello delle società per azioni).
3. La capacità di credito aumenta con la restituzione delle somme richieste in prestito e con l’incremento della ricchezza (misurata in termini monetari) della FAZ.
L’imprenditore che nell’esempio fatto, ha ottenuto in prestito il milione, quando avrà restituito al termine del periodo concordato il milione preso in prestito avrà una capacità personale di credito non inferiore al milione (presumibilmente maggiore se variano in positivo gli altri parametri finanziari della FAZ).
4. L’impresa deve restituire alla Banca esattamente alla somma che ha ricevuto.
Nell’esempio, riceve un milione e deve restituire un milione nel tempo di ammortamento dell’investimento (che varia da caso a caso).
5. Il tasso negativo comincia a decorrere dal giorno dell’erogazione della somma: se quindi il milione deve essere versato nell’arco di 5 mesi in rate mensili di 200.000 ciascuna, il tasso negativo comincerà a decorrere dal giorno dell’erogazione di ciascuna somma.
6. La creazione di somme per il RdC viene effettuata nel mese successivo all’erogazione di ciascuna tranche di finanziamento.
La Banca viene remunerata per le attività che svolge con importi sufficienti a coprire i suoi costi (non diversamente da come accade ora) ma non con gli interessi che non esistono.
I vincoli all’erogazione di prestiti sono quelli stabiliti nello statuto della FAZ. Ad esempio non possono essere finanziate attività fortemente inquinanti né produzione di armi eccetera. Lo Statuto della FAZ è discusso e approvato a maggioranza qualificata dai membri della FAZ.
Tutti i membri della FAZ sono obbligati a prestare le proprie attività accettando moneta a tasso negativo in una percentuale che non può essere inferiore al 50% del prezzo, e questo finché le filiere economiche della FAZ copriranno in misura parziale le attività necessarie per vivere. Man mano che le filiere si completano la percentuale di accettazione sale (obbligatoriamente) di una percentuale determinata dalla Banca e deliberata dall’assemblea della FAZ a maggioranza.
L’emissione dei finanziamenti viene effettuata come “attestato di solidarietà societaria”, mentre l’accettazione delle somme avviene come “riconoscimento della solidarietà”.

2) Il Reddito di Cittadinanza

1. Ciascun membro della FAZ riceve una somma uguale per tutti a titolo di RdC pari agli investimenti erogati nel mese precedente a quello considerato.
2. Il RdC è essenziale per queste ragioni etiche, sociali ed economiche:

1. Il RdC libera dal lavoro coatto e consente a tutti di svolgere attività creative e di seguire le proprie inclinazioni;
2. il RdC è la remunerazione del Capitale Sociale, ovvero dell’insieme delle conoscenze della comunità che costituisce un fattore di produzione. Infatti, senza quelle conoscenze non sarebbe possibile alcuna attività di produzione.
3. Il RdC non sostituisce ma si aggiunge al reddito individuale dal lavoro ed ai proventi della partecipazione ad imprese.
4. Il RdC pone tutti i membri della comunità nelle stesse condizioni di partenza ed è quindi realmente egualitario perché consente a tutti di fare in assoluta libertà ciò che vogliono della propria vita e del proprio talento, ma allo stesso tempo non mortifica le differenze e le ambizioni.
5. Il RdC sostiene in maniera equilibrata la domanda di beni e servizi, poiché esso viene misurato sugli investimenti. In tal modo soddisfa pienamente l’equazione di Fisher sulla moneta.
6. Il RdC ci porta fuori dalla logica della società fondata sul lavoro coatto e consente il pieno sviluppo dell’automazione e quindi la completa liberazione dell’umanità dal lavoro come schiavitù.
7. Il RdC riduce le tensioni sociali e rende enormemente in termini di sicurezza sociale, poiché consente a tutti di avere il necessario per vivere dignitosamente in funzione della effettiva ricchezza della società.
8. Il RdC riequilibra i rapporti interpersonali svincolandoli da ogni dimensione di costrizione economica e costituisce un elemento fondamentale per la completa liberazione della donna che non ha un lavoro remunerato.
9. Il RdC consente a tutti di dedicare all’istruzione personale ed all’aggiornamento professionale tutto il tempo necessario La domanda e la produzione di cultura aumentano in modo esponenziale in una società dove vige il RdC.
10.Il RdC libera l’umanità dall’angoscia della necessità e dalla tirannia del tempo. Costituisce un reale salto di qualità per tutti gli umani.

Una proposta di finanza alternativa: I titoli a tasso negativo

Nel mio ultimo libro Per un’economia dal volto umano, ho avanzato una proposta per iniziare una battaglia efficace contro il potere del sistema finanziario. La proposta approfitta di un buco nell’attuale legislazione che consente agli enti locali di emettere dei titoli di debito a determinate condizioni. Ho ipotizzato che sia possibile emettere dei titoli a tasso negativo che non creano debito e che anticipano la pratica della tassazione degli strumenti finanziari, senza stravolgere il meccanismo di creazione di ricchezza. Riporto qui un brano del libro che introduce il saggio in cui analizzo in dettaglio il funzionamento di questi titoli.

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La razionalità del capitalismo

LA RAZIONALITÀ DEL CAPITALISMO (1)

di Cornelius Castoriadis

Potrà sembrare strano discutere ancora della “razionalità economica” del capitalismo contemporaneo in un’epoca in cui la disoccupazione ufficiale affligge in Francia tre milioni e mezzo di persone, oltre il 10% della popolazione attiva nei paesi CEE e i governi europei rispondono a questa situazione rafforzando le misure deflazioniste, come la riduzione del deficit di bilancio. La cosa diventa però meno strana, o piuttosto la bizzarria si sposta, allorché si consideri l’incredibile regressione ideologica che colpisce le società occidentali da quasi vent’anni. Cose che si consideravano a buon diritto come acquisite, ad esempio la critica distruttrice dell’economia politica accademica da parte della scuola di Cambridge tra il 1930 e il 1965 (Sraffa, Robinson, Kahn, Keynes, Kalecki, Shackle, Kaldor, Pasinetti, ecc.), sono non dico discusse o respinte, ma semplicemente passate sotto silenzio o dimenticate, mentre invenzioni naïves e inverosimili, come l’“economia dell’offerta” o il “monetarismo”, occupano un posto di primo piano. Contemporaneamente, i cantori del neoliberalismo presentano le loro aberrazioni come evidenze del buon senso, l’assoluta libertà dei movimenti del capitale rovina interi settori produttivi di quasi tutti i paesi e l’economia mondiale va trasformandosi in un casinò planetario. Questa regressione non è confinata all’ambito dell’economia. Essa è dominante anche nel campo della teoria politica (carattere divenuto indiscusso e indiscutibile della “democrazia rappresentativa” nel momento stesso in cui questa è sempre più svalutata in tutti i paesi dove ha un qualche passato), e più in generale nelle discipline umanistiche, come testimonia, per citare un esempio, l’offensiva scientista e positivista contro la psicoanalisi in atto negli Stati Uniti da quindici anni.

Il retroterra sociale e storico di questa regressione è visibile a occhio nudo. Essa si accompagna a una reazione sociale e politica in corso dalla fine degli anni Settanta, di cui i “socialisti” sono stati in Francia i principali artefici, e della quale nulla al momento lascia presagire la fine, fuorché, in un futuro incerto e lontano, il carattere autodistruttivo di questo nuovo corso del capitalismo. Ma nemmeno questa prospettiva è consolatoria, perché qui non è in gioco soltanto il suicidio del capitalismo, come dimostra la distruzione dell’ambiente su scala planetaria.

L’analisi critica dell’attuale momento storico si fa dunque ancora più pressante. Ma non sarà l’oggetto principale di questo testo. Il capitalismo è il primo regime sociale a produrre un’ideologia che ne decreti la “razionalità”. La legittimazione degli altri tipi d’istituzione della società era mitica, religiosa o tradizionale. In questo caso, invece, si pretende che esista una legittimità “razionale”, istituita dal capitalismo stesso (senza quindi la consacrazione dell’esperienza o della tradizione, senza il benestare degli eroi o degli dei, ecc.). E tutto si svolge come se il carattere recente di tale istituzione, anziché relativizzarla, l’avesse resa indiscutibile. Per poco che vi si rifletta, non si può evitare la domanda: che cos’è dunque la razionalità, e quale razionalità intendiamo? Il capitalismo potrebbe valersi di un certo hegelismo: la ragione è l’operazione conforme a uno scopo, diceva il vecchio maestro di Marx. Criterio della razionalità sarebbe allora la conformità di un’operazione al suo scopo. Ma per questa via diventa impossibile chiedersi: che ne è della razionalità dello scopo in questione? Questa razionalità circoscritta ai mezzi, che Max Weber chiamava curiosamente Zweckrationalität, vale a dire razionalità strumentale, non ha evidentemente alcun valore in sé. La scelta del miglior veleno per uccidere il proprio sposo, o la scelta della bomba H più efficace per sterminare milioni di persone, proprio in virtù della loro “razionalità” aumentano l’orrore che proviamo; orrore che non è motivato soltanto dallo scopo perseguito ma dai mezzi che hanno permesso di raggiungerlo con la massima efficacia. Eppure l’ideologia capitalistica, nei suoi momenti più filantropici, ha la pretesa di affermare uno scopo della “razionalità”: il “benessere”.  La sua specificità è data dal fatto che essa identifica questo benessere con un massimo (o con un ottimo) di tipo economico, o meglio presume che esso certamente deriverà dalla realizzazione di questo massimo (o ottimo). Così, direttamente o indirettamente, la razionalità è ridotta a razionalità “economica”, e questa è definita in termini puramente quantitativi come massimizzazione/minimizzazione (massimizzazione di un “prodotto” e minimizzazione dei “co-sti”). È evidentemente lo stesso regime a decidere sia che cos’è un prodotto – e come questo prodotto sarà valutato – sia quali e quanti saranno i “costi”(2).

Teniamo presente che per ogni cultura la relatività del criterio ultimo è nota, almeno a partire da Max Weber, per non risalire fino a Erodoto. Ogni società stabilisce contemporaneamente la propria istituzione e la sua “legittimazione”. Questa legittimazione, termine improprio, occidentale, che rinvia già a una “razionalizzazione”, è quasi sempre implicita. O meglio, essa è “tautologica”: le disposizioni dell’Antico Testamento o del Corano trovano la loro “giustificazione” in ciò che affermano -che “non c’è che un unico Dio, che è Dio” di cui esse rappresentano
la parola e la volontà. In altri casi – le società arcaiche – queste rinvengono la giustificazione nel fatto che sono state
istituite dagli antenati, i quali sono da riverire e onorare come prescrive l’istituzione.

Allo stesso modo è tautologica la “legittimazione” del capitalismo in base alla sua razionalità: chi, all’interno di questa società, salvo forse un poeta o un mistico, oserebbe insorgere contro la sua “razionalità”?

Questo circolarità dell’istituzione non è, beninteso, che un momento della circolarità della creazione. L’istituzione non può esistere se non assicura la propria esistenza, e la forza bruta è generalmente incapace di assolvere questo ruolo al di là di brevi periodi(3). (Aprendo una parentesi, ci si può domandare che cosa ne è di una società autonoma, cioè una società capace di rimettere in discussione, in modo esplicito e lucido, le sue stesse istituzioni. Per un verso, essa non può evidentemente uscire da questo cerchio. E affermerà che l’autonomia sociale e collettiva “vale”. Certo, potrà giustificare a valle la sua esistenza in base alle sue opere, tra cui il tipo antropologico d’individuo autonomo cui essa stessa dà vita. Ma la valutazione positiva di queste opere dipende sempre dai criteri, più generalmente dai significati immaginari sociali, che essa stessa ha istituito. Questo per dire che alla fin fine nessun tipo di società può trovare la propria giustificazione al proprio esterno.

Non si può uscire da questo cerchio, e non è là che si può costituire il fondamento di una critica del capitalismo).
Occorre notare che, nell’ultimo periodo, gli ideologi asserviti hanno abbandonato la pretesa di giustificare o legittimare il regime;  essi rimandano semplicemente al fallimento del “socialismo reale” – come se quel che fa Landru fornisse una giustificazione a quel che fa Stavisky – e alle cifre della “crescita”, là dove questa continua ad aver luogo. Erano più coraggiosi in altre epoche, allorché scrivevano trattati di Welfare Economics, cioè di Economia del benessere. È anche vero che il pietoso stato in cui versano gli ex-critici professionisti (“marxisti”, o supposti tali) del capitalismo permette loro, in piena sintonia con lo spirito dell’epoca, di mettere da parte ogni pretesa di serietà. In ogni caso, la nostra critica sarà essenzialmente immanente; cercherà di mostrare che, sul piano teorico, le costruzioni dell’economia politica accademica sono incoerenti o prive di senso o valide unicamente per un mondo fittizio; e che, sul piano
empirico, il funzionamento reale dell’economia capitalistica ha pochi rapporti con quel che se ne dice nella “teoria”. In altre parole, si farà la critica del capitalismo secondo i suoi stessi criteri. La discussione sarà divisa in quattro parti:

• la specificità e relatività sociale-storica dell’istituzione capitalistica;
• l’ideologia teorica dell’economia capitalistica;
• la realtà effettiva dell’economia capitalistica;
• i fattori dell’efficacia produttiva della società capitalistica e della sua resilienza o capacità di resistere sul piano sociale e storico.

SPECIFICITÀ E RELATIVITÀ SOCIALE-STORICA DELL’ISTITUZIONE CAPITALISTICA

Per chi osservi dall’alto la storia, il tratto caratteristico del capitalismo rispetto a ogni altra forma di vita sociale-storica è il posto che vi occupa l’economia (la produzione e il consumo, ma ancor più i “criteri” economici): l’economia è al centro ed è valore supremo della vita sociale. A corollario c’è la costituzione del “prodotto” sociale specifico del capitalismo. In poche parole, tutte le attività umane e tutti i loro effetti vengono, poco o tanto, considerati come attività e prodotti economici, o perlomeno come essenzialmente caratterizzati e valutati per la loro dimensione economica. Inutile aggiungere che questa valutazione è fatta esclusivamente in termini monetari. Questo aspetto era apertamente riconosciuto già alla fine del XVIII secolo se non prima. Le giustificazioni dell’indifferenza moderna davanti agli affari comuni e alla politica (4) chiamano in causa la centralità degli interessi economici per l’uomo moderno. Saint-Simon e Auguste Comte saranno i cantori dell’epoca “industriale” o “positivista”. Le pagine di Marx nei Manoscritti del 1844 sulla trasformazione di tutti i valori in valori monetari sono belle ed efficaci; esse non contrastano con l’opinione dell’epoca per il contenuto (si pensi a Balzac), bensì per la virulenza della critica. Ma è significativo che la chiara coscienza della storicità del fenomeno che c’era all’epoca verrà rapidamente occultata dagli apologeti del nuovo regime, reclutati soprattutto tra gli economisti. Questo occultamento prenderà la forma di una glorificazione del capitalismo, presentato come regime economico “razionale”, la cui comparsa segna il trionfo della ragione nella storia e relega i precedenti regimi nell’oscurità dei tempi “gotici” o primitivi. L’emergere storico del capitalismo diventa, nei loro scritti, epifania della ragione e, con ciò, si assicura un avvenire illimitato. Come scriveva Marx, “per loro c’è stata la storia, ma non ce ne sarà più”.

Curiosamente (oppure no se pensiamo ai vantaggi ideologici di questa tesi) il disconoscimento della storicità del capitalismo ha prevalso tra gli economisti, da Ricardo a oggi. Si è glorificata l’economia politica, e il suo oggetto, come investigazione della “pura logica della scelta” o come studio dell’“allocazione di mezzi limitati per la realizzazione di obiettivi limitati” (Robbins). Come se questa scelta potesse essere totalmente indipendente, nei modi e nei contenuti, dalla forma socio-storica nella quale avviene; e come se solo l’economia ne fosse coinvolta (o come se l’economia potesse subordinare a sé tutte le attività umane in cui si compie una scelta: dalla strategia fino alla chirurgia). Questa aberrazione ha avuto successo nel periodo recente, in cui si sono viste proliferare “economie” e pre-tese
di riduzione al calcolo economico pressoché in tutti gli ambiti (dall’educazione fino alla repressione penale). È chiaro
che in questa prospettiva i “ragionamenti” della scienza economica (scrivo ormai questa parola senza virgolette per non essere pesante) si applicano di diritto, e anche di fatto, a tutte le società che sono esistite o che esisteranno.
Sotto altra forma, queste idee sono riemerse negli scritti di F. von Hayek. Secondo Hayek la società capitalistica avrebbe dato prova della sua eccellenza – della sua superiorità – per selezione darwiniana. Essa si sarebbe cioè rivelata la sola capace di sopravvivere nella competizione con le altre forme di società. A parte l’assurdità di applicare lo schema darwiniano alle forme sociali nella storia, e la ripetizione di una menzogna ormai risaputa (“la sopravvivenza dei più adatti è la sopravvivenza dei più adatti a sopravvivere”: il successo del capitalismo mostra semmai che esso è il più forte, nel senso più brutto e più brutale del termine, non che è il migliore o il più “razionale” -l’“antimetafisico” Hayek si rivela qui hegeliano della specie più grossolana), noi sappiamo che le cose non sono andate in questo modo. Quel che si osserva nei secoli XVI, XVII e XVIII non è una competizione tra un numero indefinito di regimi da cui il capitalismo sarebbe uscito vincitore, bensì l’enigmatica sinergia di un insieme di fattori che cospirano tutti verso lo stesso risultato(5). Che poi, successivamente, una società basata su una tecnologia altamente evoluta abbia potuto mostrare la propria superiorità sterminando nazioni e tribù amerinde, aborigene tasmaniane o australiane, e riducendone in schiavitù molte altre, non è un gran mistero. Non è necessario passare qui in rassegna gli esempi e gli studi che documentano come la quasi totalità della storia umana si sia sviluppata in regimi dove l’“efficacia” economica, la massimizzazione del prodotto, ecc., non erano affatto dei riferimenti centrali nelle attività sociali. Non che queste società siano state perciò “irrazionali” a livello dell’organizzazione del loro lavoro o dei loro rapporti di produzione. Ma quasi sempre, dato un livello tecnologico, la vita si dipana con ben altre preoccupazioni che migliorare la “produttività” del lavoro con invenzioni tecniche o ristrutturazioni dei metodi di lavoro e dei rapporti di produzione. Questi settori delle attività sociali erano subordinati e integrati ad altri ritenuti ogni volta come incarnanti le finalità principali della vita umana e, soprattutto, non erano separati come “produzione” o “economia”. Queste separazioni
sono assai tardive e, essenzialmente, sono state istituite insieme al capitalismo, da e per questo. Ci si limiterà a ricordare i lavori di Ruth Benedikt sugli Indiani d’America, di Margaret Mead sulle società del Pacifico, di Gregory Bateson su Bali, ecc., senza dimenticare quelli di Pierre Clastres sui Tupi Guarani e di Jacques Lizier sugli Yanomani. Più recentemente, è stato Marshal Sahlins (Età della pietra, età dell’abbondanza) a fornire la sintesi più soddisfacente di queste questioni. Non si tratta, del resto, di discorsi limitati ai popoli primitivi. L’antropologia economica della Grecia antica conduce a conclusioni analoghe, così come l’analisi delle società medievali (6).

Tutti i lavori sull’emergere del capitalismo in Europa occidentale mostrano con forza la “contingenza” storica di questo processo, quale che ne sia la validità intrinseca. Si pensi a Max Weber, Werner Sombart, Richard Tawney, ecc. Anche per una persona così convinta della “necessità storica” in generale e del capitalismo in particolare come Karl Marx, la nascita del capitalismo è inconcepibile senza quella che egli chiama, a giusto titolo, l’accumulazione primitiva, di cui mostra diffusamente (capitoli XXVI-XXXII del primo volume del Capitale) il condizionamento da parte di fattori che nulla hanno di “economico” e nulla devono al “mercato”, in particolare le esazioni, la frode e la violenza privata e statale(7). Un lavoro analogo è stato fatto, in tempi più recenti e in modo magistrale, da Karl Polanyi, ne La Grande Trasformazione.

Prima di proseguire, si pone l’esigenza di caratterizzare in maniera soddisfacente il regime capitalista. Si sa almeno da Marx che il tratto specifico del capitalismo non è il semplice accumulo di ricchezze. La tesaurizzazione è praticata in molte società storiche e altrettanto noti sono i tentativi di proprietari latifondisti di far rendere la terra su grande scala avvalendosi di lavoro servile (per citare un caso a noi vicino, la Roma imperiale). Ma la semplice massimizzazione (della ricchezza, della produzione) non basta, da sola, a caratterizzare il capitalismo. Marx aveva afferrato il cuore della faccenda, allorché poneva come determinanti del capitalismo l’accumulazione delle forze produttive combinata con la trasformazione sistematica dei processi produttivi e lavorativi e quel che lui ha chiamato “l’applicazione ragionata
della scienza nel processo di produzione”(8). L’elemento decisivo non è l’accumulazione in quanto tale, bensì la trasformazione continua del processo di produzione in vista della crescita del prodotto combinata a una riduzione dei costi. Al riguardo Max Weber parlerà di “razionalizzazione”, che a suo dire – correttamente – sotto il capitalismo tende a impadronirsi di tutte le sfere della vita sociale, in particolare come estensione del dominio della calcolabilità. Alle analisi di Marx e di Weber, Georg Lukàcs ne aggiungerà altre importanti sulla reificazione della vita sociale prodotta dal capitalismo.

Perché la “razionalizzazione”? Come ogni creazione storica, il prevalere di questa tendenza alla “razionalizzazione” è, fondamentalmente, “arbitrario”; non possiamo dedurlo né produrlo da altro. Tuttavia possiamo caratterizzarla meglio collegandola a qualcosa di più conosciuto, familiare, che in altri tipi di organizzazione sociale si è espresso in altre forme: la tendenza al dominio. Questo ci permette in particolare di operare un collegamento con uno degli aspetti più profondi della psiche individuale: l’aspirazione all’onnipotenza. Nemmeno questa tendenza, questa spinta al dominio è però specifica soltanto del capitalismo; anche le organizzazioni sociali orientate alla conquista, per esempio, la manifestano. Noi possiamo avvicinare la specificità del capitalismo considerando semmai due sue caratteristiche
essenziali.

La prima, è che questa spinta al dominio non è orientata semplicemente alla conquista “esteriore”, ma ha di mira la società tutta. Non deve realizzarsi solo nella produzione ma anche nel consumo, e non soltanto nell’economia ma nell’educazione, nel diritto, nella vita politica, ecc. Sarebbe un errore – l’errore marxista – ritenere queste estensioni come “secondarie” o strumentali rispetto al dominio della produzione e dell’economia che sarebbe invece l’essenziale. È lo stesso significato immaginario sociale che via via si impadronisce delle sfere sociali.

Che “cominci” con la produzione certo non è un caso: è nella produzione che i cambiamenti della tecnica permettono dapprima una razionalizzazione dominatrice. Ma la produzione non ne ha il monopolio. Dal 1597 al 1607 Maurice de Nassau, principe d’Orange e Statholder di Olanda e di Zelanda, fissa, con l’aiuto dei suoi fratelli Guillaume-Louis e Jean, le regole canoniche per l’uso del moschetto: esse comprendono circa 40 movimenti precisi che il moschettiere deve effettuare in sequenza e secondo un ritmo fisso e uniforme per tutta la compagnia.

Queste regole saranno codificate da Jacob de Ghyn in un Manuale sull’impiego delle armi, pubblicato ad Amsterdam
nel 1607, che avrà subito grande diffusione in Europa e sarà tradotto su ordine dello zar in una Russia praticamente analfa-beta (9).

La seconda è evidentemente che la spinta al dominio si dota di mezzi nuovi, di un carattere speciale (“razionale”, ossia “economico”) per compiersi. I mezzi non sono più né la magia né la vittoria nelle battaglie, ma precisamente la razionalizzazione, che prende qui un contenuto particolare, del tutto specifico: quello della massimizzazione/minimizzazione, cioè dell’estremizzazione, se si può coniare questo termine a partire dalla
matematica (massimo e minimo sono due casi dell’estremo). È considerando questo insieme di fatti che possiamo caratterizzare il nucleo del significato immaginario sociale del capitalismo come la spinta all’estensione illimitata del “dominio razionale”. Spiegherò in seguito il perché delle virgolette.

Questa estensione illimitata del dominio razionale va di pari passo con – ed è incarnata in – molti altri movimenti sociali-storici. Non intendo parlare delle conseguenze del capitalismo (per esempio, l’urbanizzazione e i cambiamenti dei caratteri delle città), ma dei fattori la cui presenza è stata condizione essenziale del suo emergere e del suo sviluppo:

• l’accelerazione straordinaria del progresso tecnico, fenomeno storicamente nuovo (questa constatazione è banale, ma va sottolineata). Questa accelerazione è prodotta dal fiorire scientifico che inizia già prima del “Rinascimento”, ma che si accentua enormemente con questo. E si trasforma nel periodo recente in un movimento autonomo di tecnoscienza. Bisogna sottolineare un tratto particolare di questo sviluppo della tecnica: essa è, perlopiù, orientata verso la riduzione, quindi l’eliminazione, del ruolo dell’uomo nella produzione. Questo è comprensibile, dal momento che l’uomo è l’elemento più difficile da controllare; ma al contempo questo porta a irrazionalità di altro tipo (per esempio, le défaillance dei sistemi tecnici possono avere conseguenze catastrofiche);

• la nascita e il consolidarsi dello Stato moderno. Lo sviluppo del capitalismo in Europa occidentale va di paro passo con la creazione dello Stato Assoluto, che lo nutre e lo facilita sotto più aspetti. Nello stesso tempo, questo Stato centralizzato si burocratizza, vale a dire un’“ordinata” gerarchia burocratica si sostituisce al caotico intrico feudale. Questa burocratizzazione dello Stato e dell’esercito fornirà un modello organizzativo alla nascente impresa capitalista;

• nei casi più importanti (Inghilterra, Francia, Paesi Bassi…), la creazione dello Stato moderno è parallela alla formazione delle nazioni moderne. Si costituisce così una sfera nazionale che, tanto dal punto di vista economico (mercati protetti nazionali e coloniali, ordinazioni statali) che giuridico (unificazione delle regole e delle giurisdizioni), è essenziale per la prima fase dello sviluppo capitalistico;

• una significativa mutazione antropologica ha luogo. Il motivo economico, bene o male, tende a scalzare tutti gli altri. L’essere umano diventa homo oeconomicus, cioè homo computans. Il tempo è riassorbito nel tempo misurabile, imposto a tutti. Il tipo dell’imprenditore schumpeteriano, poi dello speculatore, diventa centrale. Le differenti professioni sono chi più chi meno imbevute della mentalità del calcolo e del guadagno.
Nello stesso tempo, nasce e si sviluppa una psicosociologia operaia, caratterizzata dalla solidarietà, dall’opposizione all’ordine esistente e dalla sua contestazione, che per quasi due secoli si opporrà alla mentalità dominante e condizionerà il conflitto sociale;

• ma soprattutto il capitalismo nasce e si sviluppa in una società in cui è presente fin dall’inizio il conflitto e, più specificamente, la messa in discussione dell’ordine stabilito. Manifestatasi all’inizio come movimento della protoborghesia che mirava all’indipendenza dei comuni, questa messa in discussione traduce finalmente, nel contesto dell’Europa occidentale, la ripresa dell’antico movimento verso l’autonomia e si dispiegherà sotto le vesti del movimento democratico e operaio. L’evoluzione del capitalismo dopo uno stadio iniziale è incomprensibile
senza questa contestazione interna, che è stata di importanza decisiva come condizione stessa del suo sviluppo,
come verrà ricordato oltre.

L’ IDEOLOGIA TEORICA DELL’ECONOMIA CAPITALISTA

Quella che passa attualmente sotto il nome di “scienza economica” è stata l’oggetto di così tante critiche distruttive, e intrattiene così pochi rapporti con la realtà, che occuparsene ancora può sembrare anacronistico e inutile quanto frustare cavalli morti. Ma la regressione ideologica dell’epoca, come ho già detto, è talmente grande e soprattutto i cocci di queste “teorie” sopravvivono ancora in troppi spiriti confusi, non soltanto nei giornalisti, che diventa necessario dedicarsi a un’opera sommaria di ricapitolazione. C’è stata un’economia politica classica che termina di fatto
con Marx. Ma come questi già segnalava, ciò che sotto i suoi predecessori classici era stato sforzo di analisi seria della nuova realtà sociale emergente era rapidamente diventato, tra le mani degli epigoni di Smith e di Ricardo, esercizio di difesa e glorificazione del nuovo regime. Dopo una fase di apologetica volgare, l’economia politica indossa abiti matematici, cosa che le permette di avanzare pretese di “scientificità”. Ma il carattere ideologico della nuova scienza è smascherato dal suo sforzo insistito di presentare il regime come al contempo inevitabile
e ottimale. Sarebbe facile far presente che una o l’altra di queste virtù basterebbe; ma che l’inevitabile sia anche ottimale non può che far rizzare le orecchie. Qui si tenterà soltanto di mettere in luce alcuni postulati fondamentali di quest’ideologia, e di mostrarne sia la vacuità che l’irrealtà. L’idea che sovrasta tutte le altre è l’idea di separabilità, che
conduce a quella di imputazione separata. Ora in realtà il sottospazio economico, come ogni sottospazio sociale, non è né discreto né continuo (va da sé che questi termini sono utilizzati in senso metaforico). Nelle loro attività economiche, un individuo o un’azienda sono certo identificabili come entità a parte, ma la loro attività da ogni punto di vista è costantemente intrecciata con quella di un numero indefinito di altri individui o aziende in una molteplicità di modi non propriamente separabili. Un’azienda decide in funzione di un “clima generale” nella pubblica opinione, e le sue decisioni modificheranno questo clima generale. Le sue azioni, senza che lo voglia o lo sappia, renderanno la vita e l’attività di altre aziende più facile (economie esterne) o  più difficile (diseconomie esterne) e in cambio subirà, positivamente o negativamente, gli effetti delle azioni di altre aziende e di altri fattori della vita sociale. L’imputazione di
un risultato economico a un’azienda è puramente convenzionale e arbitraria, segue delle frontiere tracciate dalla legge
(proprietà privata), la convenzione o l’abitudine. Ugualmente arbitraria è l’imputazione del risultato produttivo a tale o tal altro fattore di produzione, il “capitale” o il “lavoro”. Capitale (nel senso dei mezzi di produzione prodotti) e lavoro contribuiscono al risultato produttivo senza che sia possibile, eccetto forse nei casi più triviali, separare il contributo di ciascuno. La stessa cosa vale all’interno di una fabbrica tra i diversi reparti. E vale anche per il “risultato del lavoro” di ogni individuo. Nessuno potrebbe fare quel che fa senza la sinergia della società in cui è immerso, e senza l’accumulo nei suoi gesti e nel suo animo degli effetti della storia precedente. Questi effetti sono, tacitamente, trattati dall’economia politica classica come “regali gratuiti della storia”, ma essi hanno risultati fortemente tangibili, che possiamo constatare, per esempio, se compariamo la produttività industriale di una popolazione europea con
quella delle popolazioni dei paesi precapitalisti (10). Il prodotto sociale è il prodotto della cooperazione di una collettività le cui frontiere sono sfumate. L’idea di prodotto individuale è un’eredità della convenzione/istituzione giuridica della prima instaurazione della “proprietà privata” sul terreno. Queste idee, separabilità in generale e possibilità d’imputazione separata in particolare, sono i taciti presupposti dei postulati della teoria economica. Il primo di questi postulati, esplicito o implicito, è quello dell’homo oeconomicus, che non riguarda solo gli individui, ma le organizzazioni (imprese, Stato – benché questo, curiosamente, sembri sfuggire al postulato di razionalità che caratterizzerebbe tutti gli altri attori della vita economica, indubbiamente perché è perturbato da fattori politici). Il fatto che questi corpi collettivi sviluppino delle condotte, delle “razionalità” e soprattutto delle irrazionalità specifiche non preoccupa più di tanto i teorici. Quest’uomo economico è un uomo esclusivamente e perfettamente calcolatore. Il suo comportamento è quello di un computer che massimizza o minimizza in ogni istante i risultati delle sue azioni. Si potrebbe facilmente far sorridere il lettore sviluppando rigorosamente le conseguenze di questa finzione: lui non lo sa, ma ogni mattina, dopo il risveglio ma prima di scendere dal letto, passa in rassegna i miliardi di possibilità che gli si offrono per massimizzare il piacere o minimizzare il dispiacere della giornata che comincia, ne soppesa le combinazioni, quindi poggia il piede per terra, sempre pronto peraltro a rivedere le conclusioni del suo calcolo alla luce di ogni nuova informazione che dovesse ricevere… Come nel loro giudizio del sistema capitalista i suoi apologeti sembrano ignorare la storia, l’etnologia e la sociologia, analogamente questo postulato ignora deliberatamente la psicologia e la psicoanalisi così come la sociologia dei gruppi e delle organizzazioni. Nessuno funziona cercando costantemente di massimizzare/minimizzare le sue “utilità” e “disutilità”, i suoi benefici e i suoi costi, e nessuno potrebbe farlo. Nessun consumatore è al corrente della totalità delle merci che sono sul mercato, delle loro qualità e dei loro difetti, e nessuno potrebbe esserlo. Così come nessuno è guidato esclusivamente da considerazioni di utilità o di “ofelimità” personale; deve scegliere nell’ambiente che gli è accessibile, è influenzato dalla pubblicità, i suoi “gusti” riflettono una serie d’influenze sociali più o meno aleatorie dal punto di vista “economico”. Questo vale anche per le decisioni delle organizzazioni. La burocrazia manageriale che dirige le aziende non solo ha un’informazione imperfetta e criteri il più delle volte falsi, ma prende le sue decisioni non come esito di una procedura “razionale”, bensì al termine di una lotta tra schieramenti mossi da motivazioni di cui la massimizzazione dei profitti aziendali è una e non sempre la più importante. Il postulato della matematizzazione è evidentemente consustanziale alla “razionalizzazione” concepita in termini esclusivamente quantitativi. I manuali e i testi di economia politica sono zeppi di equazioni e grafici, che quasi mai hanno senso, se non come esercizi elementari di calcolo differenziale e di algebra lineare. Tale mancanza di senso ha molteplici ragioni.

• Questa matematizzazione è essenzialmente quantitativa (algebrico-differenziale). Ora l’economia reale presenta il paradosso di essere piena di quantità, che non sono però suscettibili di trattamento matematico se non elementare. Ci sono certo le quantità fisiche, ma queste quantità, si sa, sono eterogenee. Non si possono addizionare né sottrarre, tranne quando si tratta rigorosamente dello stesso oggetto. (Non sto parlando dei calcoli dell’ingegnere). Eppure esse sono addizionate lo stesso sul mercato, o nelle tabelle di contabilità nazionale, con il loro prezzo. Ma le grandezze così stabilite hanno significato soltanto all’interno di un quadro molto stretto. Per esempio, non sono comparabili né nel tempo né tra Paesi. Solo le valutazioni secondo i prezzi correnti si possono sommare, ma queste forniscono al più un’immagine “istantanea” e di significato limitato. A esser rigorosi, non è granché sensato comparare, ad esempio, il prodotto nazionale su periodi temporali successivi (anche vicini), perché la sua composizione nel frattempo è
cambiata e i metodi inventati per aggirare il famoso problema dei numeri indici sono artifici poco rigorosi. Questo non contraddice la verità di frasi come “la produzione quest’anno è diminuita rispetto all’anno scorso”, o “i consumi delle fasce operaie sono notevolmente aumentati nell’ultimo secolo”, ma rende i calcoli e le previsioni al terzo o quarto decimale, abitualmente praticati nella contabilità nazionale, assolutamente ridicoli.

• L’economia politica parla continuamente del “capitale” come fattore di produzione, intendendo l’insieme dei mezzi di
produzione prodotti. Ora questo insieme non è, per la verità, misurabile, per molteplici ragioni: la sua composizione è eterogenea, le valutazioni dei beni che lo compongono ai prezzi del mercato possono cambiare dall’oggi al domani secondo lo stato della domanda e le previsioni di profitto, le invenzioni tecniche modificano costantemente il “valore” degli elementi che lo compongono (delle macchine nuove possono perdere tutto il loro valore se sul mercato entrano macchine più performanti); i cambiamenti dei “gusti”, vale a dire modificazioni più o meno durature della struttura della domanda, modificano anch’esse il “valore” di questi elementi. Tuttavia questo non impedisce ai manuali di economia politica, e nemmeno ai Premi Nobel, di parlare continuamente di “funzioni di produzione” e di litigare tra loro sulla forma matematica più appropriata.

• D’altra parte, il calcolo differenziale ha a che fare con grandezze continue, mentre le quantità economiche sono discrete (sia che le si prenda “fisicamente” sia che si considerino le loro valutazioni in prezzi correnti). Le derivate e i differenziali di cui sono pieni i testi d’economia sono una presa in giro della matematica. Tutte le curve “marginali” – dei costi, di “utilità”, ecc. – sono fondamentalmente prive di senso. È vero che la stessa domanda appare in fisica quantica, dove si utilizza il calcolo differenziale mentre i fenomeni hanno probabilmente una struttura soggiacente discreta. Ma la realtà osservabile è comunque abbastanza “pseudo-continua” da giustificare questo trattamento, cosa del resto mostrata dall’efficacia scientifica dei metodi della fisica. (La stessa cosa vale per le equazioni della termodinamica statistica). È possibile “interpolare” i punti di una curva supposta a partire da valori osservabili estrema-mente
vicini, e si può quindi calcolare una quasi-derivata. Ma un grafo di cui si possono determinare solo pochi punti esclude
il trattamento da parte dell’analisi matematica. Questo è vero in tutti gli ambiti dell’economia, ma particolarmente trattandosi di capitale e di produzione. Per fare un esempio sorprendente, ma nient’affatto eccezionale, una compagnia aerea che voglia aumentare la sua capacità di trasporto può farlo solo acquistando unità che valgono decine di milioni di dollari l’una.

• Tutto ciò non fa che ribadire che la nozione di funzione in economia è priva di validità. Una funzione è una legge che
collega in maniera assolutamente rigida uno o più valori della variabile indipendente a uno e un solo valore della variabile dipendente. Ma anche a supporre che queste variabili siano misurabili, simili relazioni rigide semplicemente non esistono in economia. Ci sono certo un gran numero di regolarità approssimative, senza le quali la vita reale dell’economia sarebbe impossibile. Ma la valutazione corretta di queste regolarità, e il loro utilizzo adeguato da parte degli attori dell’economia, rientrano nella sfera dell’arte, non in quella “scientifica”. Si può essere certi, tutto sommato, che se la domanda di una merce aumenta a fronte di un’offerta più o meno stabile, il prezzo della merce aumenterà. Ma è assurdo voler dire matematicamente di quanto. Ugualmente, un aumento della domanda comporterà, in generale, un aumento della produzione. Ma la ripartizione del potere d’acquisto della domanda addizionale tra aumento
del prezzo e aumento dell’offerta (della produzione) dipende da una congerie di fattori che non sono misurabili e a
dire il vero non sono sempre identificabili: per esempio, il grado di oligopolio nel settore in questione, le stime delle aziende sul carattere passeggero o duraturo dell’aumento della domanda, ecc. Nemmeno le possibilità di aumento dell’offerta (della produzione) in un caso simile sono determinabili a priori. La capacità di produzione a capitale fisso è determinata con rigore solo in alcuni settori eccezionali (altiforni, ecc.). Per la maggior parte delle industrie manifatturiere, questa capacità può variare da una fino a quasi tre volte tanto, a seconda che sia o non sia possibile passare dal lavoro a una squadra al lavoro a due o tre squadre. Il grado di utilizzo del capitale fisso è indefinito, e, a un gradino inferiore, la stessa cosa vale per l’intensità dell’utilizzo della forza lavoro. Più generalmente, parlare
di “leggi” in economia è un mostruoso abuso di linguaggio, fatta eccezione, ancora una volta, per pochi casi triviali neppure degni di un trattamento quantitativo rigoroso. Anche nel corto periodo, in un’economia “statica”, lo stato e l’evoluzione del sistema dipendono essenzialmente dalle azioni e reazioni degli individui, dei gruppi e delle classi, che non sono sottoposte a determinismi fissi. Ancor più questo vale per l’evoluzione a medio e lungo termine. Questa è determinata per un verso dal ritmo e dal contenuto dei cambiamenti tecnologici, che sono per essenza imprevedibili. Se fossero prevedibili, sarebbero stati istantaneamente realizzati, come faceva notare già Joan Robinson nel 1951(11). Essa è d’altra parte determinata dall’atteggiamento delle aziende – atteggiamento motivato, oltre
che da altri fattori “irrazionali”, dalle loro previsioni, che nulla garantisce saranno corrette. Essa è infine determinata dal comportamento della classe lavoratrice, altrettanto poco prevedibile (la loro tendenza ad avanzare rivendicazioni, per esempio, e la possibilità di farlo con successo, è soggetta a fattori psicologici, politici, ecc.).

• Infine, il nucleo dei ragionamenti dell’economia accademica riguarda lo studio delle situazioni di “equilibrio” e delle loro condizioni di realizzazione. L’ossessione dell’equilibrio ha due radici, entrambe ideologiche. Le situazioni di equilibrio sono scelte perché sono le sole a permettere soluzioni determinate e univoche: i sistemi di equazioni simultanee forniscono una maschera di scientificità rigorosa. D’altra parte, gli equilibri sono quasi sempre presentati come equivalenti a situazioni di “ottimizzazione” (mercati “puliti”, fattori pienamente impiegati, consumatori che realizzano la loro soddisfazione massimale, ecc.). Il risultato è stato che, fino agli anni ’30, i persistenti disequilibri
o gli “equilibri” catastrofici o non ottimizzanti (gli “equilibri” dei mercati monopolistici o oligopolistici, implicanti
uno sfruttamento addizionale dei consumatori, o gli “equilibri” di sottoccupazione) sono stati perlopiù nascosti o relegati in note a piè di pagina. Si era arrivati persino a compiere la prodezza (Pigou) di presentare situazioni di disoccupazione massiccia come situazioni di equilibrio più o meno soddisfacenti, spiegando che gli operai disoccupati si erano in realtà “ritirati dal mercato” perché avevano preferito cercare un altro impiego piuttosto che accettare una drastica riduzione dei salari. (Questo genere di asinate circola ancor oggi, quando si presume che la disoccupazione in Europa sarebbe riassorbita se solo l’“offerta del lavoro” divenisse più “flessibile”, cioè se gli operai accettassero
tagli salariali e altri simili vantaggi…). Ora la situazione permanente dell’economia capitalista è una successione di disequilibri cangianti, il che ha come risultato di rendere le previsioni aleatorie e la struttura presente tanto del “capitale” che della domanda piena di “fossili” (Joan Robinson).

LA REALTÀ EFFETTIVA DELL’ECONOMIA CAPITALISTA

“La questione è”, disse Alice, “se voi potete dare alle parole significati così diversi”. “La questione è”, rispose Humpty Dumpty, “chi ha da essere il padrone, ecco tutto”.(12)

Per molto tempo, la nuova “scienza economica” si è preoccupata unicamente dei fattori che determinano i prezzi delle merci particolari in condizioni di “equilibrio” statico. Gli economisti credevano o facevano finta di credere che gli stessi fattori che determinano il prezzo di una merce “ideale” in condizioni “ideali” (concorrenza perfetta, ecc.) determinerebbero quasi tutti i prezzi (compresi il “prezzo del lavoro” e il “prezzo del capitale”), i quali a loro volta determinerebbero tutto ciò che accade d’importante nell’economia: il suo equilibrio globale, la ripartizione del reddito nazionale, l’allocazione delle risorse prodotte tra diverse categorie di utenti e di uso, e – ma questa questione restava avvolta in una nube di vapore – l’evoluzione a lungo termine. Tutto ciò doveva, tranne poche correzioni, de-rivare
dalle curve dei costi e delle utilità marginali, di cui si poteva “dimostrare” con poca spesa che si incrociavano sempre in punti ottimali di “equilibrio”. Che la caratteristica fondamentale del capitalismo sia lo sconvolgimento brusco e violento dell’economia e della società, dunque la riproduzione incessante delle discontinuità, non sembrava far loro perdere il sonno. Questo ritornello continua a essere mormorato sotto voce dagli economisti accademici d’oggi, ma nessuno sembra più prenderlo sul serio. Senz’altro questo è dovuto al fatto che la finzione della concorrenza perfetta, pura e perfetta o perfettamente perfetta è andata in fumo – tornerò su questo – e che è impossibile, anche sulla carta, passare dalla realtà di mercati oligopolistici a “equilibri” generali capaci di ottimizzare qualcos’altro che non siano i profitti degli oligopoli o, più precisamente, dei gruppuscoli che ne sono a capo. Non solo, la mondializzazione
effettiva della produzione capitalista – con le differenze colossali di condizioni di produzione che esibisce tra paesi di antica in-dustrializzazione e paesi “emergenti” – rende semplicemente ridicolo ogni postulato d’omogeneità anche approssimativa dei mercati dei “fattori di produzione” su scala planetaria.

Per la fase “classica” del capitalismo, cioè fino al 1975 circa, tre gruppi di problemi si ponevano ad ogni analisi economica che volesse mantenersi pertinente alla realtà e a quegli aspetti dell’economia importanti per lo stato e l’evoluzione della società. Il primo, definito con chiarezza da Ricardo e ripreso da Marx, è quello della ripartizione del prodotto sociale (“reddito nazionale”). Esso influenza fortemente l’allocazione delle risorse tra categorie (“settori”) della produzione. Il secondo è quello del rapporto tra risorse produttive disponibili (“capitale” e lavoro) e la domanda sociale effettiva, rapporto da cui dipende il pieno impiego o il sottoimpiego di queste risorse. È strettamente legato al terzo: quello dell’evoluzione dell’economia, cioè della crescita effettiva o desiderabile della produzione. I tre gruppi sono in comunicazione stretta, poiché per esempio la ripartizione del reddito è il principale fattore che regola la ripartizione delle risorse, la quale a sua volta svolge un ruolo essenziale nella quantità come nel contenuto dell’investimento, e da lì sulle evoluzioni future dell’economia.  Se si trascurano i dettagli, le qualificazioni e i casi particolari, e se in prima istanza si fa astrazione dal commercio estero (per esempio, ipotizzando un’economia mondiale pressoché omogenea), la risposta a queste domande è sorprendentemente semplice. La ripartizione dei redditi tra classi sociali e, all’interno di ciascuna classe, tra gruppi sociali evolve in funzione essenzialmente
del rapporto di forze tra loro. Questa ripartizione regola in prima approssimazione l’allocazione delle risorse tra
consumo e investimento. Grossomodo, i lavoratori consumano quel che guadagnano; i possidenti guadagnano da quel che gli altri spendono, consumano una piccola parte del proprio reddito e ne investono la maggior parte – o non la investono, nel qual caso essa sparisce, nello stesso momento in cui appare una situazione di sottoccupazione. Per quella via si determina anche la ripartizione dell’investimento tra industrie produttrici di beni di consumo e industrie produttrici di mezzi di produzione.  L’“equilibrio globale” – l’uguaglianza approssimativa tra capacità d’offerta, ossia impiego del capitale e della forza lavoro disponibili, e la domanda effettiva, cioè solvibile – dipende in primo luogo dal numero di investimenti. Se si considera il totale dei salari e dei redditi dei possidenti destinati al consumo come dati, ci sarà equilibrio solo nel caso in cui le imprese investano quanto basta a riassorbire la capacità produttiva delle industrie produttrici di mezzi di produzione. Nulla impedisce che lo facciano. Ma neanche garantisce che lo faranno.
Questo dipende da numerosi fattori, di cui il principale è costituito dalle previsioni in loro possesso sulla domanda futura dei loro prodotti(13). Su queste previsioni si possono dire poche cose ragionevoli, a priori e in generale. Di qui, le fluttuazioni ricorrenti del livello d’attività e le “complicazioni” che possono arrivare fino a depressioni più grandi o a fasi di forte inflazione. Se si considera in prima approssimazione il ritmo del progresso tecnico (e quindi anche dell’aumento della produttività del lavoro) come pressoché costante, queste stesse previsioni e il livello d’investimento che comandano determineranno il tasso di crescita dell’economia a più lungo termine. In questo caso, la tendenza sarà condizionata dall’insieme dell’esperienza passata dell’economia capitalista, che è quella di un’espansione in media. Ci sarà dunque sul “lungo termine” una prospettiva favorevole alla crescita, ma anche un margine d’incertezza importante in ogni singolo istante per ogni singola impresa, la quale, combinata con gli echi degli effetti delle
fluttuazioni precedenti sul capitale fisso esistente, esclude che ci possa essere mai una crescita equilibrata e “stazionaria” (a tasso praticamente costante, steady) a lungo termine. Questo quadro generale può e deve essere evidentemente riempito considerando altri fattori (accelerazione o rallentamento del progresso tecnico, variazioni nel movimento demografico, apertura di nuove zone geografiche di investimento e così via).
In tutto questo niente autorizza a parlare né di equilibrio assicurato, né di un tasso di crescita o di un livello di produzione ottimale, né di una massimizzazione dell’utilità sociale, né di una remunerazione del lavoro secondo il suo “prodotto marginale”, né di un tasso naturale del profitto o dell’interesse, né di nessun altro degli adoni e delle ninfe che popolano i manuali di economia. In particolare, i profitti delle aziende non sono determinati dal “costo marginale” del loro prodotto (che fissa solamente, in tempi normali, un limite inferiore ai loro prezzi di vendita) ma dal prezzo che esse possono ottenere (imporre, estorcere) per il loro prodotto essendo dato lo stato della domanda.

Già questo basta a escludere ogni discussione sulla “razionalità” dell’allocazione delle risorse nell’economia.

Ecco comunque un certo numero di fatti che mostrano in concreto in cosa consiste la “razionalità” economica sotto il capitalismo:

• ogni azienda investe in primo luogo nella propria linea di produzione, e non laddove il profitto sarebbe “marginalmente superiore” (dunque “socialmente preferibile”). Se si avventura a investire in altri settori, è perché prevede là un tasso di profitto sensibilmente superiore;

• quasi tutte le aziende (compresi gli esercizi commerciali di quartiere) si trovano in situazioni d’oligopolio e non di concorrenza – se non di vero monopolio o di intesa tra produttori in varie forme;

• questo fatto comporta un’indeterminatezza delle nozioni di “merce” come prodotto omogeneo e di “settore” come insieme di aziende che producono “lo stesso prodotto”;

• le decisioni dell’azienda, se investire o no, se aumentare o ridurre la produzione, sono prese sempre disponendo di informazioni lacunose e oblique; nelle aziende importanti, queste decisioni sono il risultato di battaglie interne di “esperti” e di gruppetti burocratici (e non di una “procedura razionale di decisione”, Simon, ecc.). Esse sono fortemente manipolate nel senso favorevole a mantenere in carica la classe dirigente, come avevano mostrato fin dagli anni ’60 gli studi di Robin Marris;

• la situazione interna all’azienda presenta una quota più o meno elevata di opacità per i dirigenti, dovuta alla burocratizzazione dell’azienda e alla resistenza dei lavoratori(14);

• il “mercato del capitale” (e del credito) è totalmente “imperfetto” sia perché i fondi disponibili, come già detto, si dirigono di preferenza verso gli ambiti dove sono stati guadagnati, sia perché la situazione dei movimenti finanziari è opaca, sia perché esistono legami molto forti tra banche e industria;

• in stretta connessione col punto precedente, il “capitale”, come potere di disporre di risorse produttive e in particolare del lavoro altrui, è in parte dissociato dalla proprietà o dal possesso di somme di valori. Ciò che conta è la possibilità di accesso a tali risorse che può essere assicurata per altre vie (per esempio, credito bancario);

• la “valutazione” delle imprese esistenti sul mercato è nebulosa, perché dipende dalle previsioni sui loro profitti futuri e sul “tasso medio” previsto di profitto;

• la produzione (e il mercato del lavoro fino a un certo punto) è piena di rendite di posizione;

• la proprietà privata della terra crea una rendita fondiaria assoluta (Marx) che non ha né può avere alcuna giustificazione economica;

• la forza lavoro non è una merce. La sua produzione e riproduzione non sono né possono essere regolate da un “mercato”(15);

• il rendimento effettivo del lavoro (o il tasso effettivo remunerazione/rendimento fisico, TERR(16)) è largamente indeterminato.

Nella fase attuale del capitalismo, cioè da circa un quarto di secolo, tutto ciò resta vero, ma nuovi fattori sconvolgono la
prospettiva d’insieme. Così, la mondializzazione effettiva della produzione, resa possibile da ulteriori sviluppi tecnologici (in breve, la riduzione a quasi niente, quantitativamente parlando, dell’importanza della qualificazione del lavoro nella produzione materiale, mettendo così alla mercé del capitale mondiale miliardi di affamati di ogni dove) e politici (la resa dei governi in materia di politica economica, in particolare la liberazione completa dei flussi internazionali di capitale), ha prodotto quest’effetto apparentemente paradossale di distruggere l’omogeneità
delle condizioni economiche di produzione nel mondo nel momento stesso in cui si stava stabilendo un mercato realmente mondiale. In queste condizioni ogni discussione che provi a determinare i prezzi o altro – inclusi i profitti capitalistici – tramite fattori “razionali” diventa ridicola. Tornerò su questo nella parte finale del testo.

EFFICACIA RELATIVA, ACCORTEZZA E RESISTENZA DEL CAPITALISMO

La miglior giustificazione del capitalismo resta quella che offriva, al termine della sua vita, Schumpeter, in Capitalismo, Socialismo, Democrazia. Joan Robinson(17) l’ha riassunta così: il sistema è certo crudele, ingiusto, turbolento – ma fornisce la merce, e smettetela di brontolare perché è questa merce che voi volete.

Giustificazione circolare, anche qui. Nei paesi “ricchi”, le persone “vogliono” questa merce perché sono addestrati fin dalla più tenera età a volerla (andate a visitare una scuola materna di oggi) e perché il regime impedisce loro, in mille e un modi, di volere qualcos’altro. In tutti i paesi, perché se il capitalismo non ha inventato ab ovo quello che si chiama effetto di dimostrazione, ne ha elevato il potere a un grado prima sconosciuto. Per il momento, questa merce bene o male continua a essere in grado di fornirla. Qui la discussione non può che fermarsi: fintanto che la gente vorrà questa accumulazione di cianfrusaglie, accumulazione sempre più aleatoria per un numero crescente di persone, e di cui potranno forse un giorno essere saturi, la situazione non cambierà.

Ma alcune domande restano. Fin dove arriva, e su che cosa poggia, questa “efficacia”, malgrado tutti i suoi limiti, del capitalismo? Come si spiega che il regime abbia potuto sopravvivere a una lunga serie di crisi e di vicissitudini storiche e, fino a un certo momento almeno, uscirne rinforzato? Quali sono, al riguardo, i cambiamenti che la sua nuova fase può generare?

La risposta alla prima domanda non è così difficile. Il capitalismo è il regime che punta ad accrescere con ogni mezzo la produzione – una certa produzione, non dimentichiamolo – e a ridurre con ogni mezzo i “costi” – costi, non dimentichiamo neppure questo, definiti in un senso molto restrittivo: né la distruzione dell’ambiente, né lo schiacciamento delle vite umane, né l’abbrutimento delle città, né il trionfo universale dell’ir-responsabilità e del cinismo, né la sostituzione della tragedia e della festa popolare con i teleromanzi sono tenuti in conto in questo calcolo, né potrebbero esserlo in nessun calcolo di questo tipo. Per fare questa fine, esso ha saputo e potuto contare su uno sviluppo della tecnologia senza precedenti nella storia, che esso stesso ha in mille modi promosso – tecnologia essa pure strettamente orientata, è vero, ma adeguata ai fini perseguiti: potere per le fasce dominanti, consumo di massa per la maggioranza dei dominati, distruzione del senso del lavoro, eliminazione del ruolo umano nella produzione. Ma il mezzo più formidabile è stata la distruzione di tutti i significati sociali precedenti e l’aver instillato nell’animo dei più il desiderio rabbioso di acquisire tutto ciò che, nella sfera di ciascuno, è o appare accessibile (per questo esso accetta praticamente tutto). Questa enorme mutazione antropologica può essere chiarita e compresa, ma non “spiegata”.  A questi mezzi si è aggiunta, da un certo momento e nient’affatto dall’inizio, la trasformazione di un meccanismo istituzionale risalente ai tempi più remoti, il mercato, liberato da ogni impedimento ed esteso gradualmente a tutte le sfere della vita sociale. Questo mercato non è, non è mai stato e mai sarà, fintanto che il capitalismo esisterà, un mercato “perfetto” né tantomeno concorrenziale nel senso pietoso dei manuali d’economia politica. È sempre stato caratterizzato dagli interventi del potere statale, le coalizioni dei capitalisti, la parzialità delle informazioni, le manipolazioni dei consumatori e la violenza aperta o camuffata contro i lavoratori. Non è molto diverso da una giungla moderatamente selvaggia: come in ogni giungla, i più adatti a sopravvivere sono sopravvissuti, e sopravvivono. Senonché questa attitudine alla sopravvivenza non coincide con nessun optimum sociale, né col massimo di una produzione ostacolata dalla concentrazione del capitale, dagli oligopoli e dai monopoli, per non dire delle allocazioni irrazionali di risorse, delle capacità non impiegate e del conflitto permanente sulla produzione nei luoghi di lavoro. Ma attraverso gli alti e bassi, i boom e i crash, bene o male esso ha funzionato pur nei suoi limiti e secondo le sue finalità.

La risposta alla seconda domanda, sempre che ve ne sia una, è più difficile e complessa. Per l’essenziale, essa è paradossale. Lasciata a se stessa, la minimizzazione dei costi implica logicamente salari più bassi possibile per una produttività più alta possibile. Era verso una situazione di questo tipo che si orientava spontaneamente il capitalismo della prima metà del XIX secolo, ed è questa logica che Marx ha estrapolato con i suoi concetti del depauperamento e della sovrapproduzione. Sono state le lotte operaie a controbilanciare questa tendenza, imponendo aumenti di salario e riduzione dell’orario di lavoro che hanno creato enormi mercati interni di consumo ed evitato al capitalismo di affogare nella sua stessa produzione. Si è ugualmente visto, si sa, lo si può dimostrare – Keynes l’aveva
fatto – che lasciato a se stesso il sistema non va spontaneamente verso un “equilibrio”, per quanto approssimativo, ma
semmai verso un’alternanza di fasi espansive e recessive – le crisi economiche – le più violente delle quali possono generare, ed è successo, una distruzione ingente di ricchezze accumulate e una disoccupazione vertiginosa (il 30% della forza lavoro negli Stati Uniti nel 1933). Ora, anche in questo caso, sono state reazioni sociali e politiche a imporre a partire dal 1933, inizialmente negli Stati Uniti, nuove politiche d’intervento dello Stato nell’economia.
Nei due casi – ripartizione del prodotto sociale, ruolo dello Stato – l’establishment capitalista, bancario e accademico ha rabbiosamente combattuto queste folli innovazioni che rischiavano di provocare la fine del mondo. Per molto tempo, i padroni non si sono limitati a chiedere (e a ottenere) l’intervento dell’esercito contro gli operai in sciopero; hanno proclamato che era loro impossibile accordare aumenti di salario o riduzioni della giornata lavorativa senza provocare il fallimento delle loro imprese e della società tutta; e hanno sempre trovato dei professori di economia politica che dessero loro ragione. E M. Rueff, l’eroe della politica economica francese, organizzava la “deflazione Laval” nel 1932, mentre dall’altra parte della Manica il Tesoro e la Banca d’Inghilterra accumulavano memorandum dimostrando
che qualunque rilancio della domanda tramite lavori pubblici avrebbe generato una catastrofe economica.
È solo dopo la seconda guerra mondiale che aumenti più o meno regolari dei salari e regolazione statale della domanda globale sono stati generalmente accettati dai datori di lavoro e dagli economisti accademici. Ne è seguita la più lunga fase di espansione capitalista, pressoché ininterrotta (i “trenta gloriosi”). Come Kalecki aveva previsto già nel 1943, la conseguenza è stata una pressione crescente sui salari e sui prezzi, manifestatasi chiaramente a partire dagli anni ’60. Nulla attesta che essa non avrebbe potuto essere moderata da politici moderati. Ma qui è entrato in gioco un fattore propriamente politico. Questa situazione lievemente inflazionistica è stata il segnale, e il pretesto, per una controffensiva reazionaria (Thatcher, Reagan), una sorta di controrivoluzione conservatrice, che da quindici anni si è diffusa su tutto il pianeta. Sul piano politico, questa controffensiva ha significato il fallimento dei partiti “di sinistra” tradizionali, l’enorme perdita d’influenza dei sindacati, il manifestarsi della mostruosità dei regimi del “socialismo
reale” prim’ancora del loro crollo, l’apatia e la privatizzazione delle popolazioni, la loro irritazione crescente contro l’ipertrofia e l’assurdità delle burocrazie statali. A parte l’ultimo, tutti questi fattori traducono direttamente o indirettamente la crisi del progetto sociale-storico di autonomia individuale e collettiva. Il grande squilibrio nel rapporto tra forze sociali che ne è conseguito ha riaperto la strada a un “liberalismo” brutale e cieco, di cui certo i principali beneficiari sono i grandi gruppi industriali e finanziari e le élite che ne sono a capo, ma che va ben al di là del loro ruolo politico; in Francia, in Spagna, in molti paesi nordici, sono stati i partiti cosiddetti socialisti a incaricarsi di introdurre e imporre, o di mantenere (in Gran Bretagna) il neoliberalismo. Si assiste al trionfo sfrenato dell’immaginario
capitalista nelle forme più grossolane. Questo si è materializzato soprattutto con lo smantellamento del ruolo dello Stato nel settore dell’economia. I movimenti internazionali dei capitali sono stati liberati di ogni controllo; il
feticismo dell’equilibrio di bilancio impedisce ogni politica di regolazione della domanda; la politica monetaria è passata interamente nelle mani di banche centrali la cui unica preoccupazione è la lotta contro un’inflazione ormai inesistente. Ne è risultata, negli ultimi quindici anni, una disoccupazione mantenuta a livelli elevati; là dove c’è stato un indietreggiare della disoccupazione, come negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, il prezzo è stato la proliferazione di lavori part time o mal remunerati e la stagnazione o la riduzione dei salari reali, parallelamente a una crescita costante dei profitti delle aziende e dei redditi delle classi ricche. L’attacco frontale contro i salari e i vantaggi un tempo conquistati dai lavoratori, reso possibile dal rialzo della disoccupazione e dalla precarietà dei lavori, viene
giustificata col seguente ricatto: bisogna ridurre i costi del lavoro per far fronte alla concorrenza estera ed evitare le delocalizzazioni. Si pretende così di credere che una diminuzione di qualche punto percentuale dei salari in Francia o in Germania basti per lottare con successo contro la produzione di paesi in cui i salari sono un decimo o un ventesimo dei nostri (2,5 dollari, ossia 15 franchi, al giorno per gli operai della Nike reclusi nelle fabbriche in Indonesia; ancora di meno in Vietnam). Nessuna “flessibilità del lavoro” nei vecchi paesi industrializzati potrebbe opporre un argine alla concorrenza della manodopera miserabile di paesi che contengono una riserva inesauribile di forza lavoro. Ci sono, mobilitabili rapidamente e praticamente senza bisogno di formazione, centinaia di milioni di potenziali operai e operaie in Cina, altrettanti in India, pochi di meno negli altri paesi asiatici, per non parlare dell’America latina, dell’Africa e dell’Europa dell’est. Ed è ridicolo pretendere che una transizione esente da contrasti potrà portare paesi che
presentano simili distanze nelle loro condizioni di partenza a una situazione di armoniosa divisione internazionale del lavoro. Si assiste a una fase di transizione brutale, selvaggia, su una scala molto più grande e in un lasso di tempo molto più concentrato rispetto alle altre fasi di transizione della storia del capitalismo, che si vuole giustificare con il pretesto assurdo che il corso attuale è ineluttabile, che nessuna politica può resistere allo juggernaut dell’evoluzione dell’economia. In una tale situazione è vano discutere di qualunque “razionalità” del capitalismo. Il regime ha allontanato da sé i pochi mezzi di controllo che 150 anni di lotte politiche, sociali e ideologiche erano riusciti a imporgli.
La dominazione anomica dei “baroni” predatori dell’industria e della finanza negli Stati Uniti alla fine del secolo scorso offre solo un pallido precedente. Le aziende multinazionali, la speculazione finanziaria e anche le mafie nel senso stretto del termine saccheggiano il pianeta, guidate unicamente da una visione a breve termine dei loro profitti. L’insuccesso di ogni tentativo di preservare l’ambiente dagli effetti dell’industrializzazione, civile e selvaggia, non è che il segno più spettacolare della loro miopia. Gli effetti prevedibili e terrificanti della “modernizzazione” degli altri quattro quinti del mondo non svolgono nessun ruolo nelle attuali politiche(18).

La prospettiva che ne risulta non è quella di una “crisi economica” del capitalismo nel senso tradizionale. In astratto, il capitalismo (la aziende mondiali) potrebbe andare sempre meglio fino al giorno in cui il cielo ci cadrà sulla testa. Questo implicherebbe tuttavia, tra le altre cose, che la rovina dei vecchi paesi industrializzati, soprattutto in Europa, e l’uscita di miliardi di persone dal loro mondo millenario per entrare in società tecnicizzate, salariate e urbane nei paesi non ancora industrializzati potrebbero avvenire senza scosse sociali e politiche ulteriori. È una prospettiva possibile. Non è sicuro che sia la più probabile. L’analisi può proseguire fino a porsi questo tipo di domande. Il resto dipende dalle reazioni e dalle azioni dei popoli dei paesi coinvolti.

(Settembre 1996-Agosto 1997)


Note:

(1) Il saggio è stato pubblicato nella “Revue Internationale de Psychosociologie”, n. 8/1997. Il testo è una relazione tenuta all’incontro del CIRFIP, “Razionalità strumentale e società”, nell’ottobre 1996, dal titolo: «Appunti utili a una critica della “razionalità” del capitalismo». La presente versione, notevolmente ampliata e rimaneggiata, deve molto ai rilievi critici di Vassili Gondicas. Questo testo è pubblicato nella rivista del Centre International de Recherche, Formation ed Intervention Psychosociologiques (CIRFIP). La rivista affronta tematiche centrali per chi si occupa di consulenza e di formazione, in una prospettiva molto vicina a quella in cui si colloca lo Studio APS (Analisi Psicosociologica) . Segnaliamo che il numero da cui abbiamo tratto l’articolo è intitolato “La résistible emprise de la rationalité instrumentale”, è curato da F. Giust-Desprairies, da A. Lévy e A. Nicolai, ed è ricco di contenuti interessanti rispetto ai problemi discussi nelle Giornate di studio. Questo contributo è stato tradotto da Roberto Camarlinghi.

(2) Cfr. il mio testo del 1974, Riflessioni sullo “sviluppo” e la “razionalità”, ripreso in Domaines de l’homme, Les Carrefours du labyrinthe II, Le Seuil, Paris, 1984 (tr. it., Gli incroci del labirinto II, Hopefulmonster, Torino, 1989, N.d.T.), in particolare il§ 4, «La finzione di un’economia “razionale”».

(3) Cfr. il mio testo «Potere, politica, economia» (1988), ripreso ora in Le Monde morcelé, Le Seuil, Paris, 1990, pp. 113-140.

(4) Già in Ferguson (An Essay on the History of Civil Society, 1759) e Benjamin Constant (De la liberté des Anciens, comparée à celle des Modernes, 1819).

(5) Cfr. il mio libro L’institution imaginaire de la société, prima parte (1965), ripresa nell’edizione di Seuil (1975), p. 62, e «Développement et “rationalit锻 (1974), cit. N.d.T. Di questo testo solo la II parte è stata tradotta in italiano; cfr. nota n.2.

(6) Cfr. l’opera fondamentale di Aaron Gurvitch, Categories of Medieval Thought  (tr. fr. presso Gallimard).

(7) Se ne ha una nuova dimostrazione in vivo – e in anima vili – nel carattere propriamente mafioso della
“ri-accumulazione primitiva” operata dal processo di “privatizzazione” nelle società dei paesi ex-comunisti.

(8) La separazione del produttore e dei mezzi di produzione non è specifica del capitalismo; essa è già all’opera
nella schiavitù.

(9) Cfr. William H. McNeill, Keeping Together in Time, Harvard UP, 1996, e la critica di John Keegan in Times
Literary Supplement, 12 luglio 1996, p. 3, e 6 settembre 1996, p.17.

(10) Già nel mio testo del 1974 citato prima notavo come i responsabili della “politica dello sviluppo” cominciassero
a capire che gli “ostacoli allo sviluppo” erano ben più profondi dell’assenza di capitale o di qualifiche tecniche. Questo risulta da rapporti ufficiali della Banca mondiale, ad esempio, ma senza influenzare gli “economisti teorici”. Del
resto, persino responsabili politici “seri” continuano a scoprire la Luna. In un recente discorso, Alan Greenspan,
presidente della Federal Reserve, avanzava l’idea che l’introduzione del capitalismo in un paese era impossibile
se certi presupposti “culturali” non erano dati. William Pfaff, International Herald Tribune del 14 luglio 1997 (p. 8) lo cita dicendo che dal 1989 (!) lui aveva scoperto che “molte cose che avevamo ritenute scontate nel nostro sistema di
mercato e supposte appartenere alla natura umana non appartenevano affatto alla natura, ma alla cultura.
Lo smantellamento della pianificazione centrale in un’economia non instaura automaticamente, come supponevano alcuni, un capitalismo di mercato”.

(11) “Notes on The economics of technical progress”, in The Rate of Interest and Other Essays, 1951, p. 56:
“If future innovation were foreseen in full detail it would begin to be made at once…”. L’argomento lo si
ritrova anche in testi successivi di Karl Popper, con lo stesso intento di mostrare l’imprevedibilità del progresso
tecnico.

(12) Nell’originale: “which is to be master”. Altri passaggi di Alice mostrano che l’autore, in costruzioni analoghe,
utilizza alternativamente e indifferentemente i termini which (“quale dei due”) e who (“chi”): per esempio, nell’ultimo capitolo di Through the Looking-Glass, si trova “which dreamed it?” e “who it was that dreamed it all”.

(13) Keynes vi aggiungeva il “costo” dell’investimento misurato in base al tasso d’interesse. Ma, per le aree
che contano, le variazioni del tasso d’interesse sono meno decisive delle prospettive di profitto e soprattutto
i loro effetti sono dissimmetrici. Le banche centrali possono soffocare un’espansione mediante aumenti
importanti dei tassi d’interesse, ma possono con minor facilità, per non dire nessuna, suscitarla. Lo testimoniano numerosi casi dal 1945, e ancora oggi la situazione in Germania., in Francia e soprattutto in Giappone. I tassi reali in
Francia e in Germania sono ai minimi da molto tempo; mentre in Giappone il tasso di sconto è dello 0,5% e il
rendimento delle obbligazioni inferiore al 2%.

(14) Cfr. il mio testo “Sur le contenu du socialisme, III” (1958), oggi in L’expérience du mouvement ouvrier, vol.
2, ed. 10/18, 1974.

(15) Ho sviluppato questo punto numerose volte: in “Sur la dynamique du capitalisme” (Socialisme ou barbarie,
n. 12, sett./ott. 1953); “Le mouvement révolutionnaire sous le capitalisme moderne” (1960) ripreso in Capitalisme moderne et révolution, vol. 2, ed. 10/18, 1979; “Valeur, égalité, justice, politique: de Marx à Aristote et d’Aristote
à nous” (1975), ripreso in Les Carrefours du labyrinthe, Le Seuil, Paris, 1978. N.d.T. cfr nota n. 2.

(16) Cfr. il mio libro Devant la guerre, Paris, Fayard, 1981, p. 132, nota 1.

(17) Economic Philosophy, Penguin, 1962, p. 130.

(18) Evocavo gli effetti prevedibili dell’industrializzazione dei paesi “non sviluppati” già nel mio testo del
1974, citato in nota 2, e senza dubbio non ero il primo.

Il neomutualismo

banlieuesda Banlieues n.3, aprile 1999

Prefazione

La lenta costruzione di una conflittualità pienamente autonoma, dispiegata su tutto il fronte del dominio capitalistico, richiede uno sforzo duplice, uno sguardo doppio. Conosciamo fin troppo bene la necessità di leggere la fase, di coglierne le linee forti di sviluppo, di elaborare teoria critica all’altezza dei meccanismi della produzione, di sollecitare l’avanzamento delle lotte. Anticipare e prefigurare ma anche ripensare, guardare in profondità ma a tratti volgersi indietro perché esiste una storia che è storia di conflitti radicali, di soggettività autonome, di processi d’autorganizzazione, tutta da riscoprire.

La relazione continuità-discontinuità, con cui siamo costretti a misurarci spesso, è una relazione complessa e problematica: non contiamo di risolverla in questa sede. Eppure, pur sapendo che “il movimento operaio nasce sempre da madre vergine” (Toni Negri), non ci va di lasciare il prezioso tesoro di una memoria ancora potenzialmente attiva nelle stanze di quei postriboli che sono conosciuti col nome di Istituti di storia del movimento operaio. Non vogliamo lasciare un patrimonio di lotte radicali nelle mani dei miopi gestori di questi postriboli.

Un’attenzione storiografica, quindi, volta alla riappropriazione e che vorremmo aperta perché proveniente dalla memoria del conflitto condotto dal movimento comunista rivoluzionario. Una rilettura costituente perché vuole collegarsi alle future lotte per il reddito, per la redistribuzione della ricchezza, per la riappropriazione del tempo.

La scommessa a cui il collettivo redazionale ha voluto dar corpo con questo contributo è proprio quella di intrecciare lettura della tendenza e ri-lettura storiografica, prefigurazione di nuove forme di conflitto e ricomposizione parallelamente alla riscoperta di passaggi della storia della lotta di classe a cui guardiamo da un lato per liberarli dal cappio della storiografia dominante dall’altro per provare, con tutti i benefici del caso, a riproporne il contenuto più profondo.

La scelta di alleggerire la linearità discorsiva a vantaggio della leggibilità ci ha spinto a collocare nelle note del testo una consistente mole di puntualizzazioni tutt’altro che superflue. Nell’apparato bibliografico è possibile rinvenire determinanti approfondimenti e riferimenti molteplici a testi spesso sconosciuti che ci auguriamo possano essere spesi in ulteriori percorsi di ricerca e analisi. Ancora una volta abbiamo cercato di fornire il maggior numero di strumenti fermamente convinti che nel vasto tessuto della cooperazione sociale la libera circolazione dei saperi sia un passaggio centrale in vista di un avanzamento collettivo quanto più esteso possibile.

Non c’è molto altro da dire se non riportare l’invito anceschiano a “continuare a parlare delle cose di cui vogliamo occuparci finché se ne possa veramente parlare”.

 

 

Cooperazione sociale e mutualismo operaio nella sussunzione formale e reale: preludi d’alterità costituente tra esodo intraprendente, riconquista del Welfare e dei nessi amministrativi dal basso.

Neomutualismo e neocomunalismo: prefigurazione di un nuovo scenario di conflitti? Questa domanda potrà forse apparire sconcertante. Essa, infatti, pone al lettore un’ipotesi: è possibile e necessario, in piena era postfordista, promuovere nuove forme di mutualismo e di cooperazione sociale che portino, oltre alla risoluzione d’interessi economici collettivi immediati, anche alla possibilità che i “nuovi schiavi” del lavoro flessibile, del lavoro atipico, del lavoro autonomo di seconda generazione, delle subforniture, si trasformino da individualità molecolarizzate sul territorio in singolarità cooperanti, in soggettività? Azzardando ancora di più: quello che oggi si potrebbe definire neomutualismo, potrebbe contribuire ad innescare un processo di ricomposizione sociale che porti queste nuove figure di sfruttati a riconoscersi come classe egemone capace di disegnare nuovi scenari di conflitto tra lavoro e capitale?

Sappiamo che nella storiografia dell’attuale area antagonista termini come mutualismo, cooperazione sociale, comunalismo, sono desueti e alludono a fenomeni sociali “antichi” bollati come riformisti.

Non siamo del tutto d’accordo. In noi permane il dubbio che quel movimento di moltitudini1 che, in Italia, ha avuto ufficialmente inizio nel 1854 con la fondazione del magazzino di previdenza di Torino e la sua conclusione nel 1925 con lo scioglimento coatto (più spesso coi saccheggi e col sangue) della Lega Nazionale delle Cooperative ad opera del fascismo, non sia stato analizzato con sufficiente zelo. Quantomeno, non si sia indagato abbastanza su singoli clamorosi e numerosi accadimenti di quegli anni. Episodi che, a nostro avviso, pur non legati da un disegno politico unitario (cosa che non si dava, data la frammentazione in ordine agli indirizzi politici, nel movimento cooperativo alle sue origini) avrebbero rivelato però l’avvio di un processo sociale e politico talmente importante, che si sarebbe dimostrato decisivo nella storia della contraddizione tra capitale e lavoro nel nostro paese, con origine e maggiore intensità nel nord agricolo e industriale.

Il processo di cui si parla è appunto quello in cui, nello svolgersi di più salti di paradigmi produttivi, indicativamente tra la seconda metà del 1800 e i primi vent’anni del ‘900, una massa enorme di contadini senza terra (oltre due milioni solo nella Padana secondo un censimento del l881) e di diseredati analfabeti diventarono soggettività politicamente coscienti, classe egemone rivoluzionaria: la classe operaia. Dall’organizzazione di un ammasso alimentare2 (così si chiamavano i primi magazzini cooperativi) per non morire di fame, ai grandi scioperi dei braccianti dalla primavera 1907 a tutto il 19083, all’occupazione delle grandi industrie dal settembre 1920 (il biennio rosso) ad opera dei consigli di fabbrica in armi.4

Attraverso quali passaggi tutto ciò è avvenuto?

Possiamo avviare una rilettura critica di quei sommovimenti che possa contribuire a darci ulteriori strumenti per un’analisi ancora più rigorosa della tendenza attuale?

Vorremmo rispondere proponendo alcuni spunti di riflessione, eliminando però fin da subito possibili equivoci che potrebbero sorgere, in chi legge, addentrandosi nell’argomento: siamo perfettamente consapevoli che il mutualismo e in generale ciò che economicamente ne deriva (coop. di consumo, di produzione, d’abitazione, di credito, ecc.), preso in sé, come meccanismo, come strumento puramente economico, non ci fa uscire dal modo capitalistico di produzione5. E’ stato in passato6 ed è ancora oggi un valido ausilio per migliorare la qualità della vita, poiché ci sottrae, in parte, alla mortificazione capitalistica procurandoci una parziale autonomia sui tempi e modi del lavoro. Ma è ben altro che ci proponiamo di ricercare nell’associazionismo cooperativo.

Detto questo vorremmo gettare, brevemente, uno sguardo al passato spingendoci oltre i luoghi comuni con i quali l’argomento in questione è consuetudinariamente considerato.

 

(1) Alle origini

 

Se la rivoluzione industriale in Inghilterra, intorno al 1750 si diede indicativamente come l’inizio di un mutamento di paradigma produttivo che invase l’Europa successivamente, portando con sé grandi trasformazioni sociali, in realtà, del passaggio dai mestieri artigiani ad una forma ancora primitiva di manifattura si ha imprecisa notizia solo dal 1810 – 20. E’ di quelle date, infatti, il fiorire delle prime forme di mutualismo e di lavoro in libere associazioni soprattutto in Inghilterra, Francia, Germania e Italia7. Ma nel nostro paese, tranne casi isolati in Liguria, Piemonte, Lombardia, il mutualismo si apprestò a divenire un fenomeno sociale solo contemporaneamente alla penetrazione del capitalismo nelle officine e nelle campagne, che si rivelò in modo significativo a cominciare dal periodo immediatamente preunitario. L’arrivo del nuovo modo di produzione trovò in Italia, a differenza degli altri paesi del nord Europa, un territorio estremamente arretrato socialmente8 con strutture economiche semifeudali che, attraverso un complesso sistema di gabelle, dazi, dogane e quant’altro, depredavano un paese quasi esclusivamente agricolo.

Ma per vedere i primi movimenti unitari delle masse contadine che sottendono, anche se in modo elementare, ad una forma di aperta lotta di classe e come diretta conseguenza lo sviluppo delle S.M.S. (società di mutuo soccorso), bisognerà attendere i moti causati dalla tassa sul macinato (1869)9, dopo che Garibaldi10 avrà unificato l’Italia dando luogo all’unione della borghesia ed alla creazione di un mercato unico nazionale. Ed è da qui in avanti che un capitalismo particolarmente “straccione”, monopolio della grossa borghesia agraria, spazzando via i mercati locali, concentrando le proprietà (incluse quelle ecclesiastiche espropriate e rivendute all’asta), trasformò profondamente l’ordine politico, economico e sociale precedente. In seguito a ciò, da nord a sud del nuovo stato-nazione, una massa sterminata di lavoratori agricoli già in condizioni economiche degradate, venne consegnata alla miseria e alla fame.

Nacque così, di fatto, un proletariato agricolo che si avviò, attraverso lotte sempre più unitarie e grazie all’espandersi a macchia d’olio del mutualismo, a riconoscersi come classe. E sta esattamente qui, in quest’ultima frase, l’intimo significato, il nodo cruciale del nostro parziale disaccordo con la storiografia “ufficiale”. Sosteniamo che il mutualismo, ma più in generale la cooperazione sociale sia ambivalente: è riformista e allo stesso tempo rivoluzionaria. E’ riformista se finalizzata all’economicismo, ma è rivoluzionaria se finalizzata al conflitto. E’ del tutto evidente che si tratta di un problema di direzione politica. Cercheremo ora di sostanziare quest’assunto.

Dopo aver inquadrato e collocato storicamente il fenomeno sociale in questione, non rimane che entrare con metodo critico nelle sue specificità, anche locali, per vedere come il movimento cooperativo, che arrivò, intorno al primo ventennio del ‘900, ad essere di vastissime proporzioni11, fu interpretato dal nascente proletariato agricolo e industriale quale strumento di ricomposizione sociale e di rottura con la borghesia.

Vedremo anche come questo movimento, nel suo percorso di maturazione, riuscì tendenzialmente a riassumere in sé tutte le caratteristiche di un’organizzazione di classe tesa all’abolizione dello stato delle cose presenti e alla prefigurazione di una civiltà nuova.

Vedremo, infine, come i dirigenti del movimento socialista, espressione della borghesia “democratica”, una volta intuito il pericolo che correva l’ancora debole capitalismo italiano, si fecero mediatori tra lavoro e capitale riuscendo, prima a riportare la spinta sovversiva dell’associazionismo entro i limiti della compatibilità capitalistica con l’imposizione del legalitarismo, poi a liquidarla definitivamente impedendole di difendersi e consegnandola così al nascente fascismo (1925).

Abbiamo già scritto che gli ideali associazionistici nacquero nell’Italia preunitaria intorno agli anni ’10-’2012. Continuando, occorre sottolineare che la cooperazione in Italia, già dalle origini, assunse immediatamente connotati politici. Mentre nel resto d’Europa, tranne alcuni casi13, il mutualismo venne introdotto e gestito dalla borghesia illuminata in senso paternalistico per aiutare gli “indigenti”. Nel nostro paese, intorno al 1860, gli ideologi della cooperazione furono il vecchio repubblicano Giuseppe Mazzini e il giovane liberale Luigi Luzzatti. Il primo predicava l’associazionismo come modello costitutivo del sistema generale dell’organizzazione sociale, riunendo nelle stesse mani capitale e lavoro (che diverrà poi lo slogan dei socialisti). Il secondo intendeva la cooperazione come semplice strumento di emancipazione economica, da affiancare all’impresa privata, che favorisse i ceti medi e i lavoratori in genere, imperniato sulla capacità collettiva di accumulo e investimento. Da quest’iniziale bipolarismo del pensiero associazionistico le prime esperienze sorsero nei luoghi dove più diffuse erano le rispettive scuole: in Piemonte e Liguria la repubblicana, In Lombardia e Veneto la liberale14. Solo dopo, dal ’70-’80, si aggiunsero i socialisti (nelle loro diverse varianti) e i cattolici15.

(2) Cooperazione sociale tra composizione, conflitto di classe e sussunzione capitalistica

Se i moti a carattere insurrezionale unitario per l’abolizione della tassa sul macinato (1869) fornirono alle masse immiserite dal nascente capitalismo una larvata consapevolezza della propria autonomia, un’altra chiara consapevolezza, acquisita più avanti, fu che la riforma agraria, con la conseguente distribuzione delle terre, non si sarebbe mai fatta.16 Al contrario il capitalismo accelerò la sua penetrazione nelle campagne (anche) con la meccanizzazione dei lavori agricoli provocando, come si è già scritto, un profondo sconvolgimento economico, ma soprattutto sociale, a scapito delle classi agricole subalterne. L’aspetto più evidente di questo fenomeno fu il formarsi del proletariato rurale, in particolare del bracciantato avventizio, cioè i lavoratori dell’ultimo gradino della scala sociale contadina (poiché senza terra) i quali, prima legati stabilmente ai fondi, in quanto salariati da mezzadri, affittuari o coltivatori diretti, ne vennero in seguito espulsi.

Fu questo un processo di proletarizzazione fondamentale per le lotte a venire in tutta la Padana: impiegati a centinaia di migliaia nelle bonifiche e nei terrazzamenti (gli scariolanti) ruppero irrimediabilmente con il mondo contadino propriamente detto così la loro controparte non fu più il padrone agrario, ma direttamente lo Stato, in quanto, localmente, commissionario di quelle gigantesche opere. La conseguente nascita delle Leghe bracciantili fu l’esempio più evidente di una presa di coscienza e il tentativo di darsi un’organizzazione di classe.

Un ulteriore ingrossamento di quest’esercito di sottoproletari, già alcuni milioni, si verificò con l’unione ad esso di migliaia di piccoli artigiani espulsi dalla produzione industriale in via di massificazione. Le loro condizioni di vita si fecero, secondo le cronache, abbiette17.

E’ in questo disastroso quadro politico, economico e sociale che, non certo a caso, le S.M.S e le cooperative, nelle campagne e nei primi poli industriali, non solo si moltiplicarono enormemente ma divennero vere e proprie organizzazioni di resistenza proletaria. Nella misura in cui le grandi lotte nelle risaie, nei campi, nelle bonifiche e negli opifici andarono estendendosi, fu l’associazionismo cooperativo a fornire coscienza autonoma, quindi a innescare processi di autovalorizzazione e composizione di classe. «I salariati, venendo dalle più disparate province e regioni, perdono il loro sentire strettamente municipalistico e allargano la loro esperienza a più vasti orizzonti: sono costretti per intendersi tra loro a parlare italiano. Sono obbligati per moltissimi mesi dell’anno ad una vita in comune (durante il lavoro e durante il riposo), abbandonando il carattere individualista del contadino, e devono formarsi una mentalità collettiva, poiché la risoluzione dei loro problemi non è più un problema singolo ed individuale, ma un problema collettivo; sono costretti ad unirsi insieme ed a lottare insieme per risolvere insieme i loro problemi di classe contro i datori di lavoro. Si forma cioè una mentalità più operaia che contadina e le sorgenti leghe e cooperative divengono ambienti di vita e lotta comune, così come avverrà qualche anno dopo per gli operai delle grandi fabbriche.»18

Dal 1880, con l’inasprimento della crisi agricola in tutto il paese, provocato dalla massiccia importazione dall’America di grano e riso e dal cattivo raccolto nel Polesine del 1883 per l’inondazione dell’Adige, le lotte si fecero ancora più aspre e il loro carattere prima larvatamente di classe, assunse sembianze sempre più chiare. I moti de “la boje”19 trascesero gli obiettivi economici puntando alla rottura con la borghesia ed all’abbattimento del suo Stato. I dirigenti di quei moti apertamente insurrezionali provenivano in massima parte dalle S.M.S. e dalle Leghe di resistenza. Quando questi, nel marzo-aprile del 1885, furono ormai tutti arrestati per decapitare la protesta, essa, al contrario, prese ancora maggior vigore con manifestazioni di massa in favore dei compagni detenuti.

E’ opinione degli storici socialdemocratici che quel biennio di grandi sommovimenti sociali, il quale scosse dalle fondamenta l’assetto istituzionale, si concluse con una repressione spietata ad opera dell’esercito inviato nelle campagne dal Governo Depretis e con qualche “briciola” migliorativa concessa dallo stesso.

A nostro avviso ciò avvenne principalmente per una questione tutta interna al movimento la quale si ripeterà fatalmente molte altre volte nella storia delle classi subalterne nel nostro paese. Alla spontaneità rivoluzionaria delle masse, alla graduale presa di coscienza di sé come classe “naturalmente” protesa alla rottura completa con la borghesia, alla capacità di prefigurare un civiltà altra, non seguì, in generale, la formazione di un’ideologia scientificamente rivoluzionaria: condizione fondamentale per trasformare il moto spontaneo di massa in completo processo rivoluzionario. Mancò la presenza di intellettuali sinceramente rivoluzionari capaci di elaborare teoria e organizzazione rivoluzionarie. Essi, al contrario, poiché di provenienza necessariamente borghese, (dato che allora la cultura era accessibile esclusivamente a quella classe) non si saldarono mai alle masse in rivolta; le diressero sì, ma verso posizioni “gradualistiche”, “evoluzionitiche”, al massimo “giacobino-massimalistiche”.20

Nella concreta sostanza, gli intellettuali di sinistra con i loro partiti all’interno della classe, assicurarono la subalternità politica ed economica di quest’ultima alla borghesia imprenditoriale e garantirono la continuità della dialettica tra lavoro e capitale monopolistico.

Alla classe, fino all’avvento del fascismo, non rimasero altre forme di organizzazione proletaria dal basso che le S.M.S., le Leghe di resistenza e le cooperative nelle loro diverse specificità. Esse, come abbiamo già visto e più avanti verificheremo, continuarono costantemente a confermarsi nella funzione fondamentale di composizione e autovalorizzazione di classe, ma per le ragioni anzidette non si trasformarono mai in organizzazione rivoluzionaria, condizione imprescindibile per tentare l’avvio di un processo costituente verso l’abolizione dello stato delle cose presenti.

Vi furono comunque nella storia del movimento operaio diversi tentativi, poi tutti falliti, di costituzione di un partito di classe. Un esempio, il primo nel suo genere, fu il Partito Socialista

Rivoluzionario di Romagna (1880-1893)21, il quale, non a caso, nacque in una terra che in quegli anni era agitata da violenti scontri tra classe e Stato e, meglio ricordarlo ancora una volta, coordinata da una fitta rete di S.M.S. le quali investite dagli eventi abbandonarono i tradizionali fini assistenziali per trasformarsi in strumenti di conflitto e di contropotere territoriale.

Il P.S.R. voluto da Andrea Costa, in polemica con l’Associazione Internazionale dei Lavoratori (di ispirazione anarchica) ma distante dal marxismo, ebbe una vita breve ma intensa. La pubblicazione del programma del nuovo partito su un supplemento dell’Avanti!22 nel settembre del 1881 apparve affascinante: si affermava, sì, di volere le riforme, ma finalizzate alla conquista di spazi di manovra per il “popolo” con l’obiettivo facilitare il processo insurrezionale.23 Si prevedeva l’inevitabilità della “rivoluzione sociale” in forma violenta e l’avvento del “comunismo anarchico”. In più s’introduceva per la prima volta in Italia, nel pensiero socialista, il concetto di “dittatura delle classi lavoratrici”24; ma la novità, di immediata spendibilità che portò il partito di Andrea Costa fu il concetto di “comunalismo” il quale sarebbe stato poi alla base dell’azione teorico-pratica del partito per tutta la sua breve vita.

 

(3) Dalla cooperazione sociale alla conquista dei nessi amministrativi dal basso: un percorso inevitabile

 

Il concetto di “comunalismo”, che oggi traduciamo in “autogoverno comunitario”, diversamente delle altre fascinose e mirabolanti astrazioni costiane, fu applicato con gran successo in tutta la Romagna e in alcune parti dell’Emilia. Esso sviluppava un punto del programma del P.S.R. in cui si affermava l’uso dei canali costituzionali, ma per un fine esclusivamente rivoluzionario. Fu così che, teorizzando la presa dei comuni e il passaggio alla gestione collettiva delle proprietà comunali, i candidati del partito parteciparono alle elezioni e ottennero un risultato clamoroso, molto al di là delle più rosee aspettative.25 E del resto non poteva essere diversamente stante la radicalità delle lotte in corso in quel momento ed in virtù di un programma strategico che prevedeva, attraverso l’autogestione rivoluzionaria, di rendere i Comuni, una volta federati, cuneo di “contropotere organizzato” finalizzato alla “dissoluzione del sistema in un violento processo disgregatorio”. Esso poneva contemporaneamente le basi della nuova società. L’accezione tattica del programma si articolava in una lunga serie di punti i quali lo rendevano, per quei tempi, senz’altro sovversivo.26 La borghesia e il suo Stato non stettero a guardare sommessamente: Crispi fece prima una riforma che piegò ogni autonomia dei Comuni istituendo la Giunta Provinciale Amministrativa in pugno al Prefetto, poi fece sciogliere le giunte Comunali “ribelli” (ovvero quelle che avevano applicato le delibere consigliari più radicali) dai carabinieri e le fece commissariare dai delegati prefettizi.

Pensiamo non sia questa la sede per fare la storia completa del P.S.R., ma solo per coglierne gli elementi che riteniamo più interessanti in vista della prosecuzione del lavoro. Risulta di difficile comprensione il motivo per cui Costa, con in mano la quasi totalità dei Comuni della Romagna e parte dei Comuni emiliani, non chiamò i cittadini alla rivolta per difendere la conquista dell’autonomia politica e sociale nonostante lo scontro generale di classe avesse raggiunto in quegli anni una radicalità (composizione di classe, organizzazione, azione diretta) mai vista nemmeno durante i moti contro la tassa sul macinato. Al contrario, si fece eleggere in parlamento in coerenza alla sua teoria delle “candidature di protesta”, lasciando così che una leggendaria esperienza autonoma e autogestionaria retrocedesse al rango di pura testimonianza propagandistica. Diciamo solo che la risposta, in buona parte e molto sinteticamente, si può avere rileggendo il 7° capoverso del capitolo n° 2,” Cooperazione sociale tra composizione, conflitto di classe ecc.”27

Ma quale fu l’interazione tra comunalismo e cooperazione sociale? Le due entità politiche erano talmente correlate da fondersi in un tutt’uno. Quell’esperienza storica ci mostra di quale potenza costituente si può disporre unendo forze produttive collettive e capacità autonoma di autogoverno. Non è un caso che in tutti i Comuni conquistati dai socialisti rivoluzionari (in alcune località coalizzati con i repubblicani collettivisti), la cooperazione era preesistente e in taluni casi già da oltre vent’anni.

Se la battaglia del Costa fu coronata da uno stupefacente seppur transitorio successo fu perché la fittissima rete di S.M.S., Leghe bracciantili di resistenza, cooperative di produzione, lavoro, consumo e abitazione, in Emilia Romagna, ne aveva creato gli imprescindibili presupposti. Era già presente una vasta base di pensiero autonomo conflittuale sul quale fare presa. Una base formata da donne e uomini che chiedevano uno sbocco di rottura totale per porre fine alla proprie sofferenze. In Andrea Costa fu vista finalmente la guida verso la liberazione attraverso il conflitto e la prefigurazione di una società senza padroni. Ancora una volta, in un modo o nell’altro, la cooperazione sociale si configurò come strumento fondamentale in un processo strategico di liberazione. Come nel caso del Comune di Busto Arsizio (anche se solo nel 1914) caduto direttamente in mano ai candidati della Cooperativa Operaia bustese28 che scavalcò i partiti presentando una lista autonoma.

Sulla storia di quest’ultima paradigmatica esperienza comunitaria pensiamo vi sia assai da riflettere poiché nonostante i limiti imposti dalla situazione oggettiva esterna, rappresentata dalla continua minaccia di intervento del prefetto, e quella interna, in ordine “all’inquinamento ideologico” perpetrato dai dirigenti socialisti evoluzionisti e riformisti, rimane il fatto che una vasta comunità di cittadini attraverso la pratica cooperativa prese coscienza di sé come classe subalterna e sfruttata, fondò un pensiero autonomo e contemporaneamente intraprese un percorso costituente.

Sul significato generale dell’interazione tra cooperazione e nessi amministrativi gestiti dal basso nel periodo “costiano” e oltre, come Busto Arsizio, può esserci utile l’esempio di Ravenna: «Ma i dati più significativi del Comune di Ravenna riguardarono le associazioni operaie. Furono soppressi tutti gli appalti pubblici, e questi ultimi furono assegnati unicamente alle associazioni cooperative dei lavoratori, cui vennero anticipate forti somme sulle opere da eseguire. Le forme di autorganizzazione create dal proletariato per uscire il più possibile dal quadro dei rapporti capitalistici di produzione venivano così rese componente di primo piano dell’economia del ravennate, e quel tanto di collettivismo che nella cooperazione era presente si tramutava in elemento stabile e fondamentale dell’organizzazione del lavoro nel territorio. Ma la giunta di Ravenna non si limitò a questo. Essa intervenne anche direttamente negli scioperi delle mondine e dei fornai del 1890, aiutando concretamente queste categorie a resistere e a piegare il padronato ai loro obiettivi. Così grazie all’iniziativa dei socialisti rivoluzionari, per la prima volta un Comune veniva trasformato in strumento al servizio della lotta di classe.»29

 

(4) La cooperazione e le donne

 

Grande importanza ebbe la cooperazione sociale per le donne poiché essa contribuì, non solo alla loro presa di coscienza come classe sfruttata, ma anche come genere subalterno, quindi del loro doppio sfruttamento. Troviamo le prime Associazioni per sole donne sul finire del 1840, soprattutto in Piemonte dal momento che, essendo Torino la capitale del Regno, in quella regione dimorava la gran parte della nobiltà e dell’aristocrazia.

Si sa che i nobili sono d’animo sensibile cosicchè, se da una parte misero alla fame i contadini nei

latifondi e gli operai negli opifici, dall’altra, forse preoccupati per lo spettacolo esteticamente indecoroso che il degrado umano da loro causato portava nei pressi delle loro residenze, realizzarono le Associazioni femminili. Queste si preoccupavano di raccogliere le donne più disagiate, insegnare loro il cucito, la cucina, la conduzione della casa, le buone maniere e un minimo di istruzione. Rigorosamente apolitiche, queste Associazioni erano costituite da socie onorarie, dame dell’aristocrazia o quantomeno della buona borghesia. Non mancavano gli esponenti maschili che spesso dirigevano le Società e le rappresentavano ai congressi, dato che ai quei tempi il fatto che una donna, anche se di “alto rango”, parlasse ad un pubblico veniva giudicata cosa sconveniente, impudica.

La presenza ai vertici di esponenti della nobiltà, aristocrazia, e grande borghesia rende ben conto dell’impronta paternalistico-assistenziale delle Associazioni Femminili; non erano infrequenti, tra l’altro, i casi in cui la presidenza onoraria veniva attribuita addirittura alla stessa Regina.

Ma sul finire degli anni ’70 qualcosa iniziò a cambiare. La natura paternalistica e assistenziale delle Associazioni femminili cominciò ad incrinarsi sotto la spinta delle idealità socialiste e delle lotte nelle campagne in favore del solidarismo di resistenza, dell’emancipazionismo, dell’organizzazione del conflitto contro quella stessa nobiltà e borghesia che a quelle Associazioni avevano dato vita. Il fenomeno fu particolarmente evidente in Piemonte e in Lombardia grazie anche alla infaticabile attività, a Milano, di Anna Maria Mozzoni, fondatrice, nel 1881, della Lega promotrice degli interessi femminili.30

Per quanto riguarda le S.M.S. l’ingresso delle donne non fu per nulla facile: erano impiegate in maggioranza nel settore tessile lavorando più degli uomini, in condizioni ambientali più disagiate e malsane e per salari irrisori. Fu quindi ovvia la loro sempre più pressante richiesta di adesione alle Società, ma il loro ingresso fu ostacolato dagli uomini i quali ribattevano che le donne, percependo salari minori non erano in grado di pagare gli stessi contributi dei lavoratori, inoltre si ammalavano molto più spesso dei loro colleghi. Infatti, si registra che in molte S.M.S. le donne pagavano quote associative superiori a quelle degli uomini.31

Questa discriminazione formata da una mistura di abissale ignoranza, ristrettezza mentale e timore di concorrenza(!)32determinò il fiorire di numerose Società cooperative femminili gestite e dirette esclusivamente da donne. E sta proprio in questo passaggio la migliore testimonianza di come le donne seppero non solo anticipare spesso gli uomini nell’acquisire coscienza di classe, ma anche unire questa coscienza a quella di genere. Più oltre vedremo come le due cose insieme aumentarono di intensità nella misura in cui più intense si fecero le lotte, soprattutto nelle campagne. Esemplare fu la lotta delle “trecciaiole” che provocarono seri disordini il 15 maggio 1896 a Brozzi, a S. Donnino e a Signa assaltando i carretti dei fattorini che speculavano sul loro prodotto al momento della consegna al commerciante. In seguito a queste lotte, già dal giugno seguente, sorsero in tutta la Toscana le prime cooperative delle lavoratrici della paglia.33

Intanto, sul versante delle attività di promozione culturale e sociale, la maggior parte delle Società femminili contribuirono all’istruzione delle socie organizzando ed istituendo biblioteche circolanti, scuole elementari e professionali, serali e festive.

Altre Associazioni organizzarono al loro interno (una minoranza) istituzioni cooperative di credito, di consumo e di produzione; altre ancora non possedevano un magazzino di previdenza, ma contribuivano, versando una somma, all’impianto del magazzino alimentare delle Società Operaie maschili di cui potevano servirsi liberamente.

Di sicuro più avanti, nel 1900, le lotte delle donne riunite in associazioni cooperative per perseguire i loro interessi, dopo aver spezzato la cappa paternalistica dei “cooperatori maschi”, svilupparono non poco i pregiudizi antifemministi del nascente movimento sindacale preoccupato di non poter controllare, attraverso le proprie logiche riformistiche, la spinta rivoluzionaria delle lavoratrici.34

Non v’è dubbio che la cooperazione femminile, ma ancora di più le Leghe di resistenza delle donne nelle campagne e nelle fabbriche, ebbero un ruolo fondamentale nel formare nuove coscienze critiche e di genere la cui radicalità crebbe in modo direttamente proporzionale all’intensità dello scontro di classe in atto. E’ il caso delle Leghe delle mondine quello che appare come più emblematico di una formazione di coscienza di classe che si “specializza” nella produzione di soggettività femminista.

La coltivazione del riso, dalla fine del 1800, anche se a fasi alterne dovute alle variazioni del mercato provocate dalle massicce importazioni, occupava in Italia una buona percentuale della produzione agricola complessiva. Le coltivazioni più intensive si trovavano, anche per le caratteristiche naturali favorevoli, nella Padana lungo i territori attraversati dal Po. Dal vercellese al rovigotto al ravennate le risaie erano sparse a macchie di leopardo laddove i lavori di bonifica delle zone umide erano stati convertiti a questa coltivazione. Il lavoro nei campi allagati, a quei tempi privo di meccanizzazione, prevedeva l’impiego di sole donne poiché considerato troppo faticoso, malsano e mal retribuito dagli uomini.35

Tralasciamo le lotte delle mondine, la descrizione degli episodi più significativi, le vittime in termini di uccise, ferite e arrestate, per mano dei reparti di bersaglieri, dei carabinieri e polizia. Esistono già numerosi testi sull’argomento che affrontano il problema ben più compiutamente di quel che saremmo capaci di fare noi.

Ciò che la storiografia non dice di queste donne è come esse imposero una trasformazione ed una rottura importante nel mondo sociale e culturale contadino.

Nei periodi di lavoro le mondine lasciavano le loro case e le abituali occupazioni per raggiungere le risaie. Provenendo dalle provincie del nord si radunavano numerose sui luoghi di coltivazione allargando così il loro orizzonte al di là delle costrizioni spazio-temporali della famiglia. Esse passavano insieme, giorno e notte, tutto il periodo della monda ed erano costrette ad abbandonare i dialetti per intendersi allargando così anche gli orizzonti culturali. Venendo a contatto con donne provenienti da altre esperienze veniva quindi socializzata la coscienza individualmente acquisita.

La coscienza collettiva si trasformò in lotta di classe per le condizioni proibitive del lavoro e per i salari da fame. Le Leghe di resistenza delle mondine furono gli organismi unitari d’organizzazione delle lotte che, in quanto formati da donne, erano scarsamente infiltrati da sindacalisti, riformisti e affini. Questo fece sì che le donne delle risaie, libere dai lacci famigliari, clericali e partitici, oltre agli scioperi autonomi più vasti e alle forme di lotta più radicali della storia del movimento operaio che fecero piegare la testa agli agrari conquistando così importanti miglioramenti, diedero il via alla conquista della coscienza di genere. Con il mutualismo, le lotte, la vita in comune, la risoluzione collettiva dei problemi quotidiani le mondine si costruirono, giorno dopo giorno, una coscienza di classe, un’intelligenza collettiva autonoma che le portò ad imporre la negazione della famiglia patriarcale e un ruolo non più subalterno, né in famiglia né nella società. Non a caso la mondina veniva considerata, dalla mentalità maschile del tempo, una donna “facile”, “disinvolta”, “poco per bene”, ma allo stesso tempo temuta dagli agrari e rispettata nel nucleo famigliare proprio per l’autonomia che si era conquistata.

Senza dubbio il caso delle mondine costituì una “anomalia” all’interno stesso del corpo di classe, ma soprattutto nella cooperazione in quanto esse, pur traendo dalla propria specificità la forza contrattuale e una coscienza duplice che le portò ad elaborare un pensiero autonomo, non caddero mai nel corporativismo. Al contrario, pur facendo della loro Lega la base associativa per l’organizzazione logistica delle lotte, per la riproduzione di coscienza, per la difesa dei propri interessi specifici, furono sempre interne alle lotte generali del proletariato nella cooperazione, nella resistenza e nella solidarietà con tutte le altre categorie di sfruttati.

 

(5) Fine di un sogno: dai lacci socialdemocratici al cappio fascista.

 

All’ondata rivoluzionaria del 1897-’98, fallita a Milano grazie all’immancabile collaborazionismo dei socialisti di FilippoTurati36 e alle cannonate del Gen. Fiorenzo Bava Beccaris, seguì la spietata repressione del governo Crispi. Quest’ultimo, avendo individuato nelle S.M.S. e nelle cooperative un formidabile generatore di soggettività rivoluzionaria, centri di organizzazione tendenzialmente autonoma e di resistenza operaia, quando non fu efficace il sabotaggio dei dirigenti socialisti, inviò prefetti e carabinieri per lo scioglimento coatto delle Società che più si erano distinte per la loro organicità al movimento insurrezionale di quel biennio.37 Inoltre, rilevante fu il numero degli arresti di dirigenti e soci di punta e folte le schiere di esuli in Svizzera per evitare il carcere. Il governo Crispi, per non lasciare nulla di intentato, fece sciogliere anche numerose cooperative ad ispirazione liberale e cattolica. Fu così che queste, invece di prendere in esame la politica repressiva del governo, additarono le cooperative a guida socialista e il loro legame con gli organismi operai in lotta come responsabili della crisi dell’associazionismo.

Di fatto, il cooperativismo “moderato” colse l’occasione per rilanciare il legalitarismo interclassista in funzione antisocialista. Richiamando una pretesa natura puramente commerciale della cooperazione, come autodifesa, e i propri meriti di pacificazione sociale ai quali, del resto, la borghesia stessa diede riconoscimento, cercarono di imprimere una svolta all’interno della Lega, finalizzata al contenimento dell’espansione dell’associazionismo di sinistra.

Al contrario di ciò che avrebbe dovuto suggerire una logica rivoluzionaria in quel caso, i dirigenti socialisti, coerenti fino in fondo all’agire legalitario-collaborazionista, dopo la sconfitta operaia e contadina del ’98, oltre a piagnucolare presso i tribunali locali per la riapertura delle cooperative sciolte dai prefetti asserendo l’illegalità (!) del provvedimento in base all’ordinamento governativo sull’associazionismo, pensarono bene che sarebbe stato più conveniente per la cooperazione prestare più interesse alle vicende governative affermando il concetto di “inscindibilità tra sviluppo dell’associazionismo e salvaguardia delle condizioni generali delle libertà democratiche”. Vale a dire che si doveva avere un dialogo più stretto con i gangli amministrativi per scongiurare altre derive militariste come soluzione dei conflitti sociali.

Fu così che socialisti, liberali e cattolici lanciarono la loro Lega nazionale delle cooperative nella “lotta per la democratizzazione degli organi dello Stato”, che tradotto sarebbe: coogestione politica ed economica della cooperazione sociale tra Lega e Stato. Fu sempre così che a quasi vent’anni di distanza dall’esperienza comunalistica del Costa si ricominciò a parlare di nessi amministrativi ma in termini di municipalismo.38 «Erano proprio i cooperatori a delineare un programma amministrativo di chiara ispirazione democratica, imperniato sulla richiesta della riforma delle imposte comunali, del riordinamento degli uffici, del sollecito riscatto dei servizi pubblici delle imprese private [la municipalizzazione dei trasporti cittadini, gas, luce acqua]…della partecipazione di rappresentanze delle organizzazioni operaie nelle varie commissioni, della promozione delle cooperative di consumo [ecc.].».39

Ebbe inizio così, in una condizione di terrore, con centinaia di cooperative ancora chiuse, con i morti di Bava Beccaris appena sepolti, con l’apporto fondamentale dei socialisti, il lento declino in cui la cooperazione prese la via definitiva del riformismo (la coogestione di cui sopra), maturando in sede locale ciò che ebbe ulteriore sviluppo in sede nazionale dal 1900 con Giolitti. Infatti, la politica sociale giolittiana favorì l’approvazione di ben dodici leggi in favore della cooperazione come premio di fedeltà alle Istituzioni dei socialdemocratici che a quell’epoca, sfruttando il disorientamento dei proletari sconfitti dal terrorismo di Stato e il proprio tradimento, controllavano ormai gran parte del movimento cooperativo.40

Giunti a questo punto abbiamo davanti a noi ancora circa venticinque anni di storia della cooperazione di “sinistra” ormai apertamente fagocitata e diretta dal P.S.I.. Se negli anni passati, nelle S.M.S., nelle cooperative e nelle Leghe di resistenza, prevalse la spinta rivoluzionaria ad opera dei quadri di base, ora esse sono ormai completamente imbrigliate dai funzionari locali del Partito, date le disposizioni del XI congresso. D’ora in poi tutto si fa inevitabilmente prevedibile: il processo di sussunzione capitalistica del movimento cooperativo italiano, con la politica giolittiana alla quale il P.S.I. è organico, si completa e diventa un dato di fatto.

Certo non mancheranno episodi di resistenza anche dura e di solidarietà con gli organismi operai in lotta (come vedremo), ma, e ovviamente non solo nella cooperazione, ogni slancio rivoluzionario della classe verrà scientificamente fatto fallire dalle élite dirigenziali, nell’ordine: del P.S.I., del sindacalismo rivoluzionario, del P.C.d’I. in un tragico gioco delle parti. L’elite, formata da una casta ristretta di intellettuali proveniente dalla borghesia illuminata e democratica che non sarà mai «organica alla classe» (Gramsci), orienta le lotte dei proletari in termini di dirigenza politica, vuole il suo Stato più umano e usa il linguaggio rivoluzionario come specchietto per le allodole; il proletariato, al contrario, quello Stato vuole abbattere e nel conflitto di classe prefigura, nell’instaurazione di una nuova civiltà, la fine della dialettica fra lavoro e capitale.

Prima dell’avvento del fascismo la cooperazione sociale attraversò ancora, insieme alle organizzazioni operaie e contadine, tre momenti storici di carattere insurrezionale: i grandi scioperi generali nazionali del 1904 e del 1907-8,41 la “settimana rossa” nel ’14 e il “biennio rosso” con l’occupazione armata delle fabbriche nel ’19-’20.

Pur tuttavia fino alla fine rimase aperta la contraddizione che caratterizzò il movimento cooperativo di sinistra: la componente di base, formata dai soci contadini e operai, soprattutto nei piccoli centri agricoli e nelle città con grandi fabbriche, conservò la propria spinta sovversiva supportando organicamente la resistenza proletaria nelle lotte; mentre la dirigenza socialista (nella Lega naz. delle coop.), formata da borghesi collusi con lo Stato, sabotava scientificamente ogni tentativo rivoluzionario dall’interno, per conservare la propria classe e gli interessi di quest’ultima. Paradigmatico, a tal proposito, fu il comportamento della Lega di fronte alla guerra in Libia. Consapevole di quanto fosse importante, per la borghesia imprenditoriale cercare nuovi mercati in quel momento di forte crisi economica interna, non prese mai una posizione di netto rifiuto dell’imperialismo, ma sostanzialmente di accettazione del fatto compiuto e di compromesso.42 Se la posizione della Lega sulla colonizzazione della Tripolitania e Cirenaica non fu addirittura interventista lo si dovette al fatto che l’associazionismo del nord-Italia, e in modo radicale quello emiliano-romagnolo, fu nettamente contrario. Diversamente, buona parte della cooperazione del sud vide, nelle nuove regioni depredate agli indigeni, la terra promessa riscuotendo la benevolenza di Giolitti e dei socialisti riformisti Bonomi e Bissolati. Infatti, un caso fra tanti, il Sindacato siciliano delle cooperative pescherecce fu incoraggiato dal Governo e finanziato da diverse Casse di Risparmio.

All’uscita dalla Grande Guerra l’Italia si ritrovò con un processo inflazionistico galoppante, dovuto alle gigantesche spese belliche sostenute, che portò l’indice generale dei prezzi a livelli insostenibili. Non potendo la riconversione dell’industria bellica riassorbire la gran massa di forza lavoro ritornata dal fronte ed avendo gli Stati Uniti bloccato l’immigrazione, il numero di disoccupati lievitò a oltre due milioni.

Esplose di nuovo il movimento di massa nelle città e nelle campagne, ma questa volta con un grado di coscienza più alto. Sviluppato dalle sofferenze della guerra e dalla vittoria di Lenin in Russia, il sentimento rivoluzionario non fu più patrimonio solo dei militanti, ma investì ampi settori della popolazione. Questa volta la lotta fu apertamente, coscientemente, per l’abbattimento dello Stato. Il “biennio rosso” fu, senza dubbio, il momento insurrezionale più maturo e consapevole della storia del nostro paese. E lo testimonia la comparsa, per la prima volta, di organismi operai e contadini armati. Durante le occupazioni delle fabbriche, ad opera dei Consigli Operai in armi, imperversarono in diverse città le “Guardie Rosse” che diressero gli espropri ai magazzini alimentari dei privati nel corso dei moti contro il caroviveri. Quello che non si poté distribuire subito alla popolazione veniva portato coi camion (anch’essi espropriati) alle cooperative e distribuito successivamente. Sorgono i “Soviet annonari”. Gli scontri armati fra “Guardie Rosse”, che sorvegliavano l’esterno delle fabbriche, e forze dell’ordine furono frequenti. Il ruolo fondamentale delle cooperative di città nell’occupazione delle fabbriche è già stato descritto nel commento al punto 2 della nota 4.

Non diversamente andò nelle campagne (con un drammatico distacco dalle lotte operaie in città che non venne mai colmato e che fu uno dei motivi fondamentali della sconfitta generale): al sud, con l’importante apporto delle cooperative rosse, i contadini poveri e i braccianti occuparono le terre scontrandosi con l’esercito inviato a difesa del latifondo; al nord, in Emilia Romagna imperversò il fenomeno del “Galletto Rosso”43, nel cremonese nacquero i “Consigli di Cascina” che occuparono i fondi ed operarono la gestione collettiva. Ovunque, con punte di massima radicalità nella Padana (che costarono decine di morti), ci si scontrò con la forza pubblica per avere sostanziosi aumenti salariali e l’imponibile di manodopera (fissazione di un minimo di manodopera obbligatoria a carico dei proprietari per ogni unità di superficie). Anche qui il ruolo delle cooperative di consumo e di resistenza, soprattutto negli scioperi ad oltranza, fu strategico e vitale.

Non vorremmo far perdere tempo a chi legge indagando sui responsabili del fallimento dell’insurrezione proletaria del ’19-’20 poiché, dati gli avvenimenti precedenti, ci appare evidente (ma per chi vuole, al riguardo, il Del Carria né da una cronaca dettagliatissima e, a nostro avviso, una corretta valutazione politica44). Vorremmo chiudere questo episodio riportando, sembra quasi una beffa, il titolo di un articolo che apparve sul quotidiano “Il Tempo” del 3 novembre 1921: “Giolitti propone agli operai della FIAT di assumere la gestione dell’azienda in forma cooperativa.”45

I primi episodi di aggressioni fasciste alle cooperative si ebbero già durante il biennio come annuncio dell’intensificazione geometrica che si ebbe dopo le elezioni amministrative del 1920: nella primavera del ’21 oltre 150 cooperative risultavano saccheggiate e distrutte. Le zone più colpite, in particolare, furono il ferrarese, il mantovano, il rovigotto, il reggiano, il bolognese, il milanese, poi la Puglia e la Sicilia. Furono colpite sistematicamente per prime le Associazioni rurali di resistenza e consumo poi quelle cittadine.46

Come reagì la Lega nazionale delle cooperative diretta dalla segreteria Vergnanini e in particolare la componente socialista (maggioritaria)? Ben lontani dal comprendere che un iniziale manipolo di criminali, foraggiati dagli agrari, si stava trasformando con grande rapidità in un polo di aggregazione politica, con obiettivo la disarticolazione del movimento cooperativo in quanto catalizzatore di forze tendenzialmente rivoluzionarie, e infine la presa del potere,47 trattò la questione come in campagna si faceva contro i rischi inevitabili della grandine o delle inondazioni: la Lega organizzò «…una cassa mutua di assicurazione obbligatoria, con capitale iniziale ed un funzionamento speciale allo scopo di concorrere a facilitare l’opera di restaurazione delle varie cooperative [distrutte], indipendentemente dalle rivalse per indennità contro i responsabili [!].»48 Quest’ultima ridicolaggine farebbe sorgere una certa ilarità se non fosse per le centinaia di morti, di arresti e di distruzioni che provocò il descritto approccio della Lega, ma soprattutto dei socialisti, al problema così come si dava con eclatante chiarezza fin dal ’20-’21. Chiarezza che invece i soci di base avevano ben acquisito visto che (come testimoniano i bollettini governativi, delle questure e le cronache dei giornali del tempo), soprattutto nelle campagne, spesso difesero le loro cooperative, armi alla mano, creando il panico tra gli squadristi.

Così, mentre i socialisti, come allo scoppio della guerra di Libia, si arroccarono sull’attendismo sperando che la tempesta passasse in fretta; tra l’affidamento ai propri deputati di istanze al ministro degli interni per il ritorno alla legalità e il richiamo ai cooperatori a “non reagire alle provocazioni fasciste”, cadevano, disarmati dai loro dirigenti, gli ultimi bastioni della cooperazione rossa come la Federazione pavese delle cooperative agricole, il Consorzio cooperativo di consumo di Mantova, le Cooperative di Molinella, l’Unione edilizia di Roma. Con un decreto ministeriale venivano eliminati i rappresentanti delle cooperative nel c.d.a. dell’Istituto di credito per la cooperazione e venivano commissariati colossi come l’Umanitaria e l’Unione cooperativa di Milano.49

Liquidati gli ultimi piagnistei dei dirigenti socialisti, vinta nel sangue l’ultima flebile resistenza della base, con decreto prefettizio, la Lega nazionale delle cooperative fu sciolta. Il R.D. n° 2228 del 30 dicembre 1926 istituiva l’Ente Nazionale per la cooperazione con il quale il fascismo, facendo propria l’istanza cooperativistica, consolidò la propria base di massa.50

 

(6) Neomutualismo e neocomunalismo: preludi d’alterità costituente?

 

Riassumendo brevemente, la nostra analisi porta a comprendere come il mutualismo prima, le cooperative e le leghe di resistenza poi, abbiano svolto nella classe un fondamentale processo di autoriconoscimento e ricomposizione. Abbiamo visto come questo processo fosse in perfetta dialettica con le lotte: più esso procedeva, più le lotte si radicalizzavano. Più il processo riempiva di senso i vuoti della coscienza, più le lotte esprimevano pensiero autonomo antagonista quindi organizzazione di contropotere tesa, non all’ammorbidimento degli effetti cioè le riforme (come volevano i socialdemocratici), ma all’abbattimento della causa cioè del capitale monopolistico. Sul fallimento e la sconfitta delle lotte proletarie di quel periodo storico ci pare di aver dato sufficienti elementi nonché imput per l’approfondimento degli stessi.

Abbiamo preso in esame il mutualismo in Italia nel periodo delle sue origini, che va dal 1854 al 1925, poichè lo riteniamo fondamentale per la comprensione delle origini della classe.51

Lo abbiamo fatto fornendo solo una parte, e in modo sommario, dei dati a nostra disposizione poiché l’obiettivo di questo lavoro non è la ricostruzione storica, ma solo la proposta di inizio di una riflessione critica dalla quale poter fare scaturire domande le cui risposte possano, nella materialità dell’azione politica, portarci a prefigurare nuovi conflitti e la conseguente fondazione di percorsi costituenti.

Se è vero che il paradigma postfordista della produzione capitalistica52, adeguando i cicli della produzione alle nuove regole del mercato globalizzato, ha abolito la centralità operaia istituendo nuove figure di sfruttati in concorrenza fra loro; se è vero che questo processo, in seguito alla molecolarizzazione del lavoro vivo, ha bloccato la produzione di soggettività antagonista e messo a valore la cooperazione sociale tra i soggetti produttivi, come risultante della centralità, negli attuali meccanismi dell’accumulazione capitalistica, dell’intellettualità di massa e del lavoro immateriale; se è vero che in seguito a ciò non è più il tempo materialmente costretto alla mansione lavorativa dell’individuo, ma il suo intero tempo di vita ad essere messo a valore, dovere del pensiero critico è tentare di capire come e quanto sia possibile fondare, per poi verificarli soggettivamente nella pratica politica, percorsi ricompositivi finalizzati all’apertura di nuovi conflitti con obiettivo strategico la fine della dialettica tra lavoro e capitale.

In quest’ottica, adeguando il metodo di analisi al continuo evolversi della tendenza capitalistica e indagando rigorosamente ogni manifestazione di nuove istanze di liberazione, ci siamo uniti, senza riserva alcuna, a chi sostiene la parola d’ordine del Reddito di Cittadinanza universale nella sua accezione di strumento di ricomposizione di classe, di reddito sganciato dalla prestazione lavorativa, di emancipazione della cooperazione produttiva, di sottrazione intraprendente al lavoro comandato, di equa redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta e di prefigurazione della civiltà del non-lavoro.

Ci chiediamo però se a questo pur formidabile strumento di emancipazione sia possibile affiancarne altri con eguale capacità di creare immaginario e senso comune e, al fine, farli interagire completandosi l’un l’altro. Ci chiediamo ad esempio se sia utile tentare una ricontestualizzazione del mutualismo e della cooperazione alla luce di una nuova storiografia di classe ed alla luce degli affascinanti significati, costitutivi di coscienza autonoma e di conflitto, ma allo stesso tempo sconosciuti che da questa esperienza tendenzialmente rivoluzionaria (nel suo primo periodo storico) possiamo ancora estrarre.

E’ vero, non si possono fare parallelismi, ma a ben guardare si potrebbero trovare, paradossalmente, alcune singolari corrispondenze tra lo stato della classe, poniamo, nel 1850, e oggi (con evidente riferimento al lavoro autonomo di seconda generazione, al popolo delle partite IVA, ai lavoratori delle subfoniture, a tutte quelle individualità del lavoro eterodiretto che vivono però l’illusione di fare, prima o poi, i soldi): in ambedue i casi ci troviamo di fronte ad una moltitudine di individui non coscienti come classe subalterna sfruttata. Costretti dal bisogno, ingannati dal condizionamento sociale del proprio tempo, accettano supinamente le regole schiavistiche imposte loro dal mercato capitalistico il quale non ha altro scopo che la massima estrazione di plusvalore ottenuta con il massimo sfruttamento della forza lavoro.

Come abbiamo già visto, la moltitudine di metà ‘800 trova nelle associazioni mutualistiche la sua prima forma di autoriconoscimento come classe; più tardi, con le cooperative di lavoro e consumo, tenta di svincolarsi dal mercato capitalistico. Più avanti ancora, con le Leghe di resistenza, diventa soggettività politica: l’attacco è alla borghesia, l’obiettivo è la presa del potere.

La moltitudine del 2000, i nuovi schiavi dell’intellettualità-massa; quale il percorso? Quali gli strumenti che porteranno al proprio autoriconoscimento come classe e alla ricomposizione? Quali le forme adeguate di cui si doteranno per una conflittualità nuova e radicale?

Mai come ora la crisi seguita alla rottura della dialettica – lotte operaie motore dello sviluppo capitalistico – è apparsa in tutta la sua evidenza rendendo il capitale puro comando sulla ricchezza socialmente prodotta. Sempre più esterno e parassitario alla produzione esso permane come vincolo giuridico. Leggendo la tendenza, vediamo gran parte dell’intellettualità-massa, nei processi di produzione postfordista, sostituire i ruoli e le funzioni d’impresa che prima erano del capitale ed esercitarle, oltre che su se stessa , sul resto del lavoro materiale e immateriale; «Dentro la sussunzione scientifica del lavoro produttivo, dentro la crescente astrazione e socializzazione della produzione, la forma lavoro postfordista è sempre più cooperante e autonoma. Autonomia e cooperazione significano: la potenza imprenditoriale del lavoro produttivo è ormai completamente nelle mani del proletariato postfordista.», (A. Negri).

Ma contemporaneamente osserviamo che in seguito all’esternità e alla parassitarietà capitalistica, all’interno di questa crisi, vengono a crearsi, oggettivamente, tutte le condizioni in termini di potenzialità rivoluzionaria per una radicale ridefinizione del rapporto lavoro vivo-capitale, poiché se la cooperazione sociale produttiva, con un esodo intraprendente,53 si sottraesse alle attuali modalità del ciclo produttivo cesserebbe di produrre plusvalore. Potrebbe dare, invece, massimo dispiegamento al suo enorme potenziale ricompositivo: valorizzazione in senso comunista del general intellect riappropriato, prefigurazione di una civiltà “altra” fondata sull’autogestione della macchina produttiva sociale e dei nessi amministrativi e su un processo fondativo in continuo divenire.

Paradossalmente vediamo il lavoro vivo generare grande capacità di cooperazione sociale produttiva (totalmente sussunta) come funzione vitale dell’attuale ciclo di produzione delle merci, ma incapacità di autodeterminarsi politicamente quindi di cogliere ed amministrare, per proprio tornaconto, come classe egemone solidale, la congiuntura favorevole che si è venuta a determinare.

Appare quindi più che evidente che se pensiamo alla fuoriuscita dal circuito della valorizzazione capitalistica della cooperazione sociale produttiva, alla riappropriazione collettiva della produzione sociale, al general intellect come frutto della socializzazione del lavoro vivo affrancato dalla espropriazione capitalistica e dalla sua funzione strategica nello sfruttamento capitalistico del lavoro, non possiamo non pensare ai soggetti interni a questo processo come agli attori di un movimento dell’autorganizzazione che generi coscienza di classe, soggettività politica, pensiero autonomo in rete.

Noi, naturalmente, non abbiamo ricette miracolose da proporre, ma solo elementi di riflessione e di ricerca da sottoporre all’intelligenza collettiva: pensiamo a quali tattiche articolare, tutte interne ad una più ampia strategia politica che già si è descritta, che inneschino processi generali, di ampio respiro, tesi alla ripresa della ri/produzione della soggettività politica.

Vogliamo quindi capire se è possibile riattualizzare, reinventare o comunque intravedere nelle forme di società solidali e di lavoro associato opportunamente riadeguate all’oggi, un altro potente strumento finalizzato al disvelamento di embrioni di soggettività che inneschi un processo il quale, partendo dalla socializzazione delle esperienze individuali, costruisca e sedimenti lungo il suo percorso: 1) ricomposizione di classe e produzione di pensiero critico autonomo in rete; 2) capacità, attraverso il conflitto, di sottrarre la cooperazione sociale produttiva, lavoro vivo, alla sussunzione formale e reale capitalistica; 3) attivazione dell’unione di saperi, competenze e attitudini in una logica autogestionaria e d’autorganizzazione che trasformi in potenza costituente54 aggregati sociali, che inevitabilmente andrebbero formandosi, in grado di autoamministrarsi con forme radicalmente innovative di governo dal basso (Soviet dell’intellettualità-massa)55 sottraendosi così concretamente allo Stato, in cui creare e sperimentare forme libere di riproduzione della vita; 4) capacità di produzione di progettualità politiche autonome ri/generatrici di soggettività incompatibili con il comando capitalistico e il suo Stato.

Se pensiamo al lavoratore autonomo posfordista e postwelfarista comprendiamo immediatamente come esso sia privo delle più elementari forme di copertura sociale oltrechè di rappresentanza per la difesa dei diritti, diversamente dal lavoratore dipendente.

Aldo Bonomi, in una conferenza a Bologna il 23 settembre ’98, in un passaggio in cui parlava di embrionali episodi di cooperazione solidale da promuovere nelle nuove forme del lavoro autonomo, esemplificava: «…se, poniamo, 40 partite IVA impegnate in un comparto produttivo esternalizzato di una fabbrica, invece di versare individualmente i contributi ad un’Assicurazione per garantirsi un indennizzo in caso di infortunio o malattia, lo facessero collettivamente presso un unico Istituto, sicuramente spunterebbero un prezzo minore del premio con buon vantaggio per tutti.».

Vero, diciamo noi, ma non ci accontentiamo, perciò rilanciamo: e se le partite IVA invece di 40 fossero 4000? Se fossero impegnate, invece che in una sola impresa, in diverse imprese di segmenti produttivi diversi esternalizzate e no localizzate nella tal regione? Se invece di rivolgersi collettivamente ad un Istituto privato lo facessero presso la Società di Mutuo Soccorso da loro stesse creata? Ancora di più: se queste 4000 individualità, in seguito, si riunissero in Società Cooperative? A prescindere dal vantaggioso interesse economico immediato, e già la prospettiva di questo dovrebbe essere un buon motivo iniziale che potrebbe spingere le individualità a cooperare, è evidente che si innescherebbe un circuito di soggettivazione, poiché le motivazioni che le hanno rese ora singolarità cooperanti dovrebbero radicalizzarsi fino a renderle coscienti di sé come classe sfruttata, quindi coscienza collettiva capace di creare organizzazione e pensiero autonomo in senso antagonista.

Ma, a questo punto, non v’è più soluzione di continuità poiché su tale precedente potrebbero sorgere numerose altre S.M.S e cooperative in qualsiasi segmento della produzione in ogni regione e costituirsi in rete solidale.

Potremmo ipotizzare anche una rete solidale di S.M.S., le quali non avendo scopi di lucro, con il surplus di denaro risultante dal non immediato utilizzo nel comparto assicurativo (o per altri meccanismi propri) potrebbero finanziare progetti culturali o produttivi sociali (no profit) a livello locale e nazionale per (anche) la ri/produzione di soggettività politiche antagoniste.

Uno di questi, il primo che ci viene in mente, potrebbe essere uno spazio pubblico non statuale deputato alla libera formazione e allo sviluppo del pensiero critico come i Licei delle Scienze Sociali e le Università delle Scienze Sociali.56

Potremmo pensare alla conquista dei nessi amministrativi come condizione sine qua non perché il processo di cui si parla abbia la sua massima accelerazione nel sottrarre la cooperazione sociale produttiva, il lavoro vivo, la produzione sociale, alla valorizzazione capitalistica. Potremmo pensare al massimo dispiegamento delle potenzialità costituenti dell’autorganizzazione e dell’autovalorizzazione per la costruzione di nuovi potenti rapporti di forza che vadano a scardinare gli attuali meccanismi di governo locale entrandoci, imponendo così una serie di riforme dal basso che vadano a prefigurare una definitiva rottura con il sistema predatorio, clientelare e privatistico del ceto politico che attualmente infesta i nostri Comuni.

Defiscalizzazione dell’associazionismo produttivo e abolizione degli appalti pubblici in favore esclusivo di cooperative già costituite e da costituirsi; ridefinizione radicale del rapporto tra servizi e diritti negati come quelli inerenti la casa, la gratuità dell’istruzione, della sanità, degli asili nido; blocco immediato della privatizzazione dei servizi e dei beni comunali; assunzione, da parte del Comune delle assicurazioni (sugli immobili, sulla vita ecc.) come uno tra i diversi metodi di autofinanziamento. Queste non sono altro che alcune di mille anticipazioni che si potrebbero fare e che, in parte, abbiamo già visto tra le note numerate di questo lavoro. Ma anche se potrà apparire paradossale ci ritroviamo nella condizione in cui l’imposizione di alcuni di quei profondi cambiamenti, che segnarono l’esperienza comunalista di fine ‘800, ancora oggi assumono un carattere rivoluzionario e si rendono di nuovo necessari poiché si tratta di riforme radicali e dal basso, contropotere territoriale, giusta redistribuzione di reddito sociale sotto forma di servizi e prefigurazione di una nuova civiltà. Diritti conquistati con un duro conflitto di classe costato molte centinaia di vite e di secoli di carcere. Questi diritti ci sono stati tolti nel corso del tempo a causa delle politiche della borghesia imprenditoriale che di volta in volta indossava la maschera da dirigente socialista, sindacalrivoluzionario, pciista, e quant’altro.

Ed è con la consapevolezza che si deve partire dal presupposto che non si tratta certo di tornare banalmente al passato, ma, ben consci che non si tratterà di un “pranzo di gala”, dobbiamo organizzare l’uscita di massa dalla “miseria del presente” per costruire altrove la “ricchezza del possibile”, dando inizio ora ad un processo costituente in continuo divenire generatore del conflitto permanente, come prefigurazione della civiltà del non lavoro, dell’era della democrazia di base non rappresentativa, del sovietismo di massa, della valorizzazione in senso comunista del lavoro sempre più sottratto alla sussunzione capitalistica come attività libera e creativa della cooperazione sociale produttiva.

 

 

 

 

 

 

 

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1Vogliamo dare legittimità, in questo lavoro, al termine “moltitudine” nell’accezione articolata da P. Virno: «Il contrasto politico decisivo è quello che oppone la Moltitudine al Popolo. Il concetto di “popolo”, a detta di Hobbes (ma anche di larga parte della tradizione democratico-socialista), è strettamente correlato all’esistenza dello Stato, anzi, ne è un riverbero: “Il popolo è un che di uno, che ha una volontà unica, a cui si può attribuire una volontà unica. Il popolo regna in ogni Stato” e, reciprocamente, “il re è popolo”. La cantilena progressista sulla “sovranità popolare” ha per contrappunto acre l’identificazione del popolo con il sovrano o, se si preferisce la popolarità del re. La Moltitudine, invece, rifugge dall’unità politica, recalcitra all’obbedienza, non consegue mai lo status di persona giuridica né, quindi, può “promettere, fare patti, acquistare e trasferire diritti”. Essa è antistatale, ma, proprio per questo, anche antipopolare: “I cittadini, allorchè si ribellano allo Stato, sono la moltitudine contro il popolo”.»

Cfr. P. Virno, Virtuosismo e rivoluzione, Luogo Comune, n°4, 1993, p. 17.

2Cfr. W. Briganti, Il movimento cooperativo in Italia 1854 1925, Editrice Cooperativa, Roma, 1976, da p. 11.

3Nel maggio-giugno 1907 entrano in sciopero oltre 40.000 braccianti solo nel ferrarese. Risponde il sud tra settembre e novembre con scioperi di braccianti e operai con saccheggi di magazzini padronali, occupazioni delle terre, sabotaggi. Ma è nel marzo 1908 che l’agitazione raggiunge il culmine con la rivolta di Parma rimasta in mano ai contadini della provincia e agli operai della città, circa 30.000, per tre giorni. Leggendo le cronache del tempo, risulta più che evidente lo stato preinsurrezionale.

Cfr. R. Del Carria, Proletari senza rivoluzione, Edizioni Oriente, Milano, 1970, vol. I, pp. 408-419.

4Fin dai primi giorni di settembre quasi un migliaio di officine furono occupate dalle maestranze in tutta Italia: gli occupanti circa 400.000 principalmente nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova……Nella sola Torino, la capitale operaia d’Italia, gli occupanti furono 100.000.

Dirà poi Giolitti al Senato: «Come potevo impedire l’occupazione? Si tratta di 600 manifatture dell’industria metallurgica. Per impedirne l’occupazione avrei dovuto mettere una guarnigione in ciascuno di questi opifici, nei piccoli un centinaio di uomini, nei grandi alcune migliaia……E chi sorvegliava i 500.000 operai che restavano fuori dalle fabbriche? Chi avrebbe tutelato la sicurezza pubblica nel paese?»

Il Prefetto di Milano telegrafò il 4 settembre: «Le maestranze che occupano gli stabilimenti metallurgici seguitano ad armarsi e a rafforzare difese. Maestranze altre industrie premono sui dirigenti organizzazione per estendere movimento. Ho interessato Buozzi e altri per resistere tali pressioni. Turati da me pregato presterà opera sua diretta facilitare componimento» (corsivo nostro). Anche in questo caso la situazione fu di carattere insurrezionale.

R. Del Carria, Ibidem, vol. II, pp. 117-118.

5Il lavoro associato non intacca, nemmeno minimamente, l’essenza del modo capitalistico di produzione: il plusvalore. Possiamo affermare inoltre che il mov. coop. è un’arma a doppio taglio: se in via del tutto teorica, da solo, fosse portato al suo massimo sviluppo si trasformerebbe in una sconfitta per le classi subalterne in quanto, razionalizzando la produzione e calmierando i prezzi, porterebbe queste ultime al puro economicismo. Assisteremmo ad un appiattimento nella concorrenza economica con la borghesia a scapito della lotta di classe.

6Lo stesso Lenin fissava i compiti delle coop. di consumo nel congresso dell’Internazionale Socialista di Copenaghen (28 agosto – 3 settembre 1910), proponendo il seguente progetto di risoluzione:

«Il congresso ritiene:

1 – che le cooperative di consumo migliorano la situazione della classe operaia restringendo il campo dello sfruttamento dei commercianti e intermediari di ogni tipo, influendo sulle condizioni di lavoro degli operai che lavorano nelle aziende dei fornitori e migliorando le condizioni dei loro dipendenti.

2 – che queste cooperative possono avere grande importanza per la lotta di massa, economica e politica, del proletariato, appoggiando gli operai durante gli scioperi, le serrate, le persecuzioni politiche, ecc.»

Da: M. Franceschelli, L’assalto del fascismo alla cooperazione italiana, Editrice coop., Roma, 1949.

Per quanto riguarda il punto n°2 della citazione precedente, l’intuizione di Lenin ebbe la sua migliore verifica nelle occupazioni delle fabbriche del ’19-’20. Le cronache ci confermano, infatti, che se gli operai poterono sostenere per così lungo tempo le occupazioni, se le loro famiglie poterono continuare a nutrirsi nonostante l’interruzione all’erogazione dei salari, è perché centinaia di piccole e grandi coop. di consumo, in una grande gara di solidarietà, fornirono alle associazioni operaie in lotta generi alimentari, aprendo un largo credito, vendendo a prezzo di puro costo o gratuitamente quelle che potevano.

Su Lenin e coop. vedere anche: Lenin, Opere Scelte, op. cit., cap. Sulla cooperazione, p. 714.

7Le antiche corporazioni, che assicuravano agli artieri la difesa dei propri interessi e lo sviluppo più o meno razionale dei rispettivi comparti merceologici e degli scambi, entrarono in crisi poiché inadeguate al nuovo modo di produzione. Questo passaggio costrinse gli artigiani, per poter sopravvivere, a cooperare riunendosi per specialità (trasformandosi così in operai di mestiere) e a fondare società di mutuo soccorso e cooperative di resistenza.

Sulla rivoluzione industriale in Inghilterra vedere: E.J. Hobsbawm, La rivoluzione industriale e l’impero, Piccola Biblioteca Einaudi.

8Nel 1860 oltre l’80% della popolazione era formata da contadini quasi tutti analfabeti. A liv. nazionale gli analfabeti erano il 75%; solo nel meridione il 90%.

Cfr. R. Del Carria, op. cit., vol. I, p.123.

9La borghesia postunitaria unificata, dopo essersi impadronita di tutti i nessi amministrativi, impose una fiscalità predatoria costituita per il 65% da tributi indiretti causando l’ulteriore immiserimento dei contadini e per il 35% da contributi diretti colpendo duramente i piccoli proprietari. Inoltre gravavano, sugli uni e sugli altri, le imposte provinciali e comunali come il dazio sui consumi e la sovraimposta fondiaria. Per la prima volta non soltanto i contadini, ma tutte le classi subalterne, unitariamente, danno vita ai moti sul macinato lasciando sui campi e sulle piazze, complessivamente, secondo stime incomplete, 257 morti, 1099 feriti e 3788 arrestati.

Cfr. R. Del Carria, op. cit., vol. I, pp. 123-125.

10E’ irresistibile associare il nome di Garibaldi all’episodio di Bronte. La fucilazione di 4 contadini e l’incarcerazione di altri 316 di cui 37 all’ergastolo ad opera di Bixio (agosto 1860), in seguito all’insurrezione popolare per la divisione delle terre da espropriare ai ricchi latifondisti, preannunciò per la prima volta scopertamente di quale “rivoluzione” egli stava diventando l’acclamato “eroe”.

Cfr. R. Del Carria, Ibidem, vol. I, pp. 52-56.

11Già da un censimento del 1902 delle cooperative esistenti si contano 2823 coop. di produzione e di consumo con 500.000 associati, più 1.800 di credito che portavano i soci, complessivamente, ad 1.000.000. Da un calcolo approssimativo, se i benefici di ciascun socio si estendessero almeno alla propria famiglia, risultavano almeno 5.000.000 le persone direttamente o indirettamente interessate alla cooperazione.

M. Degl’Innocenti, Storia della cooperazione in Italia, Editori Riuniti, Roma, 1977, pp. 157-158.

12Come testimonia ad es. La pia unione di S. Bernardo di Parma, sorta nel 1715 e riordinata nel 1834; la S.M.S dei cocchieri, servitori, sellai e calzolai a Modena del 1824.

Cfr. A. Zavaroni, Uniti siamo tutto, Mazzotta Editore, Milano, 1977, pp. 55-56.

13Occorre citare per prima l’esperienza dei Probi Pionieri di Rochdale del ’48 e i tentativi di formazione dei villaggi cooperativistici di operai secondo le teorie di Robert Owen, poi le Banche di anticipazione di Schulze-Delitzch in Germania, sempre del ’48, ambedue di dottrina liberale. Infine le S.M.S. e gli “ateliers nationaux” francesi sorte dalle teorizzazioni di Saint-Simon, Louis Blanc, Charles Fourier, Lassalle.

14«A Torino il magazzino di previdenza promosso dal cavourriano Boitani, modello a tanti altri simili che si diffusero rapidamente in Piemonte; le banche popolari in Lombardia e nel Veneto, campo d’azione del Luzzatti e dei suoi amici; nel genovese le cooperative di produzione intorno alla Confederazione Operaia di osservanza mazziniana.»

W. Briganti, op. cit., p. 15.

15L’apparizione ufficiale dei cattolici nella cooperazione italiana è del 1° gennaio 1898 con la nascita della “Federazione delle Unioni cattoliche cooperative agricole di tutta Italia” che raccoglie le cooperative di ispirazione cattolica precedentemente nate. L’organo ufficiale è il periodico “La Cooperazione Popolare” diretto da Don Luigi Cerruti.

Dal periodico “La Cooperazione Italiana”, Milano, 1898.

16«Infatti Gramsci aveva osservato come il partito della sinistra risorgimentale mancasse addirittura di un programma di governo che riflettesse le rivendicazioni essenziali delle masse popolari, in primo luogo dei contadini (ad es. la riforma agraria). [ poiché] Secondo R. Romeo una distribuzione delle terre ai contadini – avrebbe però travolto l’unica forma di capitalismo esistente, destinato a funzionare, nelle condizioni storiche dell’Italia, come meccanismo essenziale dell’accumulazione e trasferimento dei redditi agricoli al servizio dello sviluppo urbano e industriale -».

A. Zavaroni, op. cit., p. 79.

17Si ebbe così una vasta immigrazione interna di braccianti in perenne ricerca di lavoro che a volte si trovava “a giornata”, a volte periodico durante le bonifiche. Soprattutto nella Padana erano altamente diffuse la sottoalimentazione, la pellagra e nelle zone umide adiacenti il Po la malaria; nel 1881 i casi di pellagra accertati (quindi in difetto) furono 104.067. Si ebbero in più, a carattere periodico, epidemie di colera dovute alle pessime condizioni abitative; sempre nel 1881 si contarono 55.000 morti per questa malattia.

Cfr. R. Del Carria, op. cit., pp. 179-180.

18R. Del Carria, op. cit., vol. I, p.182.

19“la boje” o “la boi”, a seconda dei dialetti padani. Trad.: la pentola bolle, il coperchio è saltato. Dall’83 all’85 gli scioperi e le manifestazioni di massa dilagarono in tutto il nord Italia con particolare violenza nella pianura padana. Nel mantovano, nel cremonese, nel rovigotto, nella bassa padovana ed emiliano-romagnola fu illegalità di massa: si distrussero numerosi impianti viticoli dei padroni, si diede fuoco alle macchine agricole, si saccheggiarono i magazzini, gli scontri coi Carabinieri e Polizia si susseguirono costantemente. La risposta dello Stato non si fece attendere: furono sciolte d’autorità le leghe bracciantili locali, le cooperative di resistenza, ne furono imprigionati i responsabili per l’organizzazione delle lotte; ma i tumulti non si fermarono. Nell’autunno dell’85 vi fu una seconda più massiccia ondata repressiva, alla quale parteciparono anche numerosi reparti dell’esercito. Questa volta, in seguito ad arresti e perquisizioni di massa e ulteriori scioglimenti di cooperative, la rivolta si fermò. Solo nell’85 gli arrestati furono 51.720. Da una Circolare del Ministero dell’interno del 20 novembre 1886.

20«…perché la lotta di classe passi dalla fase rivendicativa a quella politica il metodo proposto è quello di conquistare i poteri pubblici per trasformarli in uno strumento per l’espropriazione economica e politica della classe dominante [!]. La lotta non deve generare rotture violente o scontri frontali, ma la corrosione lenta e graduale del potere politico borghese.» Dallo statuto di fondazione del PSI, 1892 in: A Riosa, Il PSI dal 1892 al 1918, , Ed. Cappelli, Bologna 1969, p. 40.

21Sulla storia del P.S.R. consigliamo l’ottima opera:

V. Evangelisti E. Zucchini, Storia del Partito Socialista Rivoluzionario, Ed. Cappelli, Bologna, 1981.

Interessante anche l’analisi che ne fa il De Carria, op. cit., pp. 196-199.

22L’Avanti!, che allora era un settimanale, fu creato dal Costa. Il nome pare sia stato ripreso dall’omonima testata della socialdemocrazia tedesca Vorwarts.

Cfr. V. Evangelisti E Zucchini, op. cit., p. 32.

23Le principali erano: suffragio universale, diritto di riunione e di sciopero, limitazione dell’orario di lavoro, cessione ai contadini delle terre incolte, piena autonomia dei comuni e abolizione dell’esercito di leva da sostituire con la “nazione armata”.

Ibidem, p.26

24Nell’accezione costiana la dittatura di classe è temporanea, ovvero: «…dura dall’inizio della rivoluzione fino al suo definitivo trionfo, con l’instaurazione del collettivismo. Questa concezione non va assolutamente confusa con l’interpretazione leninista del concetto marxiano di – dittatura del proletariato -. Secondo tale interpretazione, la dittatura del proletariato dura quanto il collettivismo e termina quando, eliminate le ultime vestigia delle classi sociali, si estingue anche lo Stato e s’instaura il comunismo. Per i socialisti rivoluzionari, invece, la dittatura delle classi lavoratrici termina prima dell’instaurazione del collettivismo, o meglio, contemporaneamente

Ibidem, p. 45.

25Alle elezioni del 20 ottobre 1889 furono conquistati i comuni di Cesena, Savignano, Forlimpopoli, Castrocaro, Santarcangelo, Cervia e altri minori. A quelle del 27 ottobre .fu la volta di Imola, dove Il Costa fu eletto consigliere, poi Faenza, Predappio e Morciano. Il 3 novembre il P.S.R. vinse a Budrio e l’11 novembre a Ravenna, Massalombarda e in molti altri piccoli centri della provincia.

Cfr. V. Evangelisti E. Zucchini, op. cit., pp. 199-200.

26I punti più significativi del programma erano: autonomia comunale completa, soppressione della giunta amministrativa; estensione del diritto di voto per tutti gli abitanti del Comune (ricordiamo che il suffragio universale ancora non esisteva in Italia, votavano solo gli uomini e non tutti); soppressione delle spese di lusso e di culto; soppressione delle tasse indirette e del dazio di consumo; nessuna imposta ai lavoratori e intervento materiale e morale in loro favore in caso di sciopero; rappresentanza diretta, nel consiglio comunale, della classe operaia e delle sue associazioni; istruzione laica e integrale, ispirata ai principi egualitari del socialismo; assistenza agli studenti indigenti; passaggio delle terre delle Opere Pie al Comune, e loro gestione da parte delle associazioni bracciantili; premi alle società costruttrici di case operaie e cooperanti all’igiene pubblica; appoggio alle agitazioni per la giornata lavorativa di 8 ore, per l’abolizione del lavoro infantile, per la riduzione del lavoro femminile, per la fissazione di un salario minimo; premi e facilitazioni per la costituzione di associazioni di produzione, consumo e resistenza tra i lavoratori; abolizione degli appalti e aggiudicazione dei lavori comunali alle cooperative.

Ibidem, p. 197.

27Andrea Costa, al di là del suo massimalismo barricadiero, della mancanza di una chiara visione di classe (parlò ,infatti, sempre di “popolo” o “classi lavoratrici”, mai di proletariato), dell’assenza della critica (che noi riteniamo fondamentale) del modo capitalistico di produzione, rimane una delle figure più emblematiche, trasparenti, contraddittorie, passionali e romantiche della storia delle classi subalterne in Italia. Si devono al Costa (pur nel disaccordo) alcune tra le pagine più belle del pensiero rivoluzionario di fine ‘800, dalle appassionate polemiche con gli anarchici Malatesta, Cafiero, Merlino e i socialisti riformisti Turati e Anna Kuliscioff, alle storiche infuocate interpellanze parlamentari, ai comizi sovversivi nelle piazze dove fu più volte bastonato e arrestato dai regi carabinieri e polizia. Si deve al Costa l’introduzione del concetto di rivoluzione come riscatto autonomo delle masse, positivamente ereditato dagli anarchici, e la prefigurazione dell’organizzazione della “società futura” nell’ideologia socialista, ma soprattutto del concetto di “comunalismo”, sul quale si teorizza ancora oggi (autogoverno comunitario, ripresa e gestione dal basso dei nessi amministrativi).

28La Coop. Op. di Busto fu una filiazione della S.M.S. dell’omonimo Comune nel 1893. A quella data contava 355 soci, nel 1913, un anno prima della conquista del Comune a maggioranza assoluta, salì a 1400, nel periodo di massimo sviluppo (1918), su 30.000 abitanti, vi erano 2.000 famiglie di soci. La Coop. Op. promosse la fondazione di numerose altre cooperative nel circondario che insieme formavano il Consiglio dei Lavoratori di Busto il quale si riuniva ogni giovedì per esaminare i problemi della cittadina; esso rappresentava 10.000 soci delle leghe di resistenza, 2.000 famiglie iscritte alla cooperativa, 1.500 soci del Circolo operaio di mutuo soccorso, 3.000 soci dei circoli famigliari, 2.000 iscritti all’Università popolare. La Coop. Op. era proprietaria di 3 edifici i quali ospitavano: i magazzini generali, i forni, la salsamenteria, il teatro del popolo, gli uffici della coop., il circolo operaio di M.S., la Cassa popolare deposito e prestiti, la C.d.L. con le leghe operaie, la “fanfara rossa” e i “ciclisti rossi”, la scuola di recitazione, la redazione del giornale Il Lavoro (organo della coop.), le organizzazioni socialiste, l’albergo ristorante, la Lega tra gli impiegati e la Biblioteca proletaria. Nel circondario aveva aperto 10 spacci alimentari, 2 caffè birrerie, una bouvette, un altro albergo ristorante, 4 forni e 2 negozi di tessuti e calzature. Questa la rete sociale, di conseguenza i rapporti di forza che la Coop. Op. di Busto seppe creare dal 1893 al 1918 circa sul suo territorio. Ci appare quindi ovvia la conquista del Comune nel 1914.

Cfr. M. Degl’Innocenti, op. cit., pp. 182-183.

29Da: V. Evangelisti E. Zucchini, op. cit., p. 201, il corsivo è nostro.

30Cfr. Franca Pieroni Bortolotti, Alle origini del movimento femminile in Italia 1848 1892, Einaudi, Torino, 1963.

31Su questi e altri fatti circa la discriminazione delle donne sul lavoro vedere la raccolta di autori vari dal titolo: L’audacia insolente, la cooperazione femminile 1886 1986, Marsilio Editore, Venezia, 1986.

32Spesso i giudizi furono di questo tenore: «La donna scaccia l’uomo dalla fabbrica perché sentendo minori bisogni, essendo più arrendevole e pieghevole dell’uomo, non avendo limiti di tempo nelle occupazioni, ma soprattutto accettando mercedi minori aveva, agli occhi degli industriali, pregi particolari che la rendevano preferibile all’uomo.»

Cfr. A. Bebel, La donna e il socialismo, Max Kantorowicz, Milano, 1891, pp. 209-214.

33Cfr. P. Villari, Le trecciaiole, in Nuova Antologia, 1° agosto 1896, pp. 393-410.

34«In queste ultime [le donne] si trova una maggior tendenza a violare la disciplina e una impulsività qualche volta pericolosa. La ragione non è difficile a scoprirsi quando si pensi che la donna oltre a essere più debole e quindi più irritabile dell’uomo, è ancora poco addestrata all’esercizio difficile dell’organizzazione.»

I. Bonomi C. Vezzani, Il movimento proletario nel mantovano, Biblioteca della critica sociale, Milano, 1901, p.14.

35La gran parte del lavoro in risaia era stagionale e si concentrava nei relativamente brevi periodi della semina e del raccolto; questa caratteristica, unita alla qualità di semplice manovalanza che quel lavoro richiedeva, richiamava mano d’opera femminile in quanto l’economia famigliare contadina prevedeva che la donna, oltre al compito di riproduzione della forza lavoro (in senso marxiano), avesse anche quello di arrotondamento del bilancio famigliare. Oltre alla fatica provocata dal dover stare in acqua dai ginocchi in giù e contemporaneamente con le mani, nel lavoro in risaia spesso le mondine “veterane” contraevano artrite deformante alle estremità e la malaria per la presenza della zanzara anofele, date le acque stagnanti. Inoltre il compenso giornaliero era irrisorio e per di più una parte veniva pagata in riso.

36Il 6 maggio 1898 alle ore 12 l’insurrezione spontanea per l’aumento del prezzo del pane esplose in seguito all’arresto di due operai che distribuivano manifestini ai passanti. Alcune migliaia di operai affluirono davanti al commissariato ove erano rinchiusi gli arrestati reclamando il loro immediato rilascio e lanciando sassi. Per primo intervenne il dirigente socialista Dell’Avalle che ottenne una relativa calma promettendo la liberazione dei due operai, ma poco dopo la Questura confermò l’arresto di uno di loro. Nel volgere di breve tempo scese in strada tutto il quartiere di Ponte Seveso, poi, alla volta del commissariato uscirono in massa gli operai della Pirelli, della Stigler, della Grondona, della Vago e dell’Elvetica. Con alla testa le donne il corteo si scontrò violentemente con la truppa di rinforzo. Alle ore 14 arrivarono Turati e Rondani che improvvisarono un comizio nel tentativo di far desistere gli insorti. Turati lasciò il fido Rondani a calmare la folla inferocita e si recò, solo, al commissariato a parlamentare. Egli tornò un’ora dopo con un nulla di fatto e al quel punto, pur di scongiurare l’insurrezione, s’inventò di sana pianta di aver ottenuto la liberazione dell’arrestato e l’abolizione del dazio sul grano. Ma Turati, collaborazionista e bugiardo, nulla ottenne: l’insurrezione fu inarrestabile ma restò spontanea, i socialisti, rivoluzionari a parole ma complici dello Stato nei fatti, invece di guidarle, abbandonarono le masse e, a nostro parere, furono responsabili, al pari di Bava Beccaris, del triste bilancio delle 4 giornate di Milano. Il bollettino della Questura confermò 118 morti e 450 feriti. Altri osservatori e “La Tribuna” affermarono 800 morti e alcune migliaia di feriti.

Cfr. R. Del Carria, op. cit., pp. 323-335.

37La repressione fu massiccia ed estesa: le prime a saltare furono, non a caso, la coop. legate agli organismi di resistenza operaia nei piccoli-medi centri della Padana (Baricella, Molinella, Minerbio, Budrio, Argenta, Ravenna ecc.). A Milano la proclamazione dello stato d’assedio da parte dell’autorità militare portò alla chiusura del Ristorante operaio cooperativo, della Coop. di Niguarda, della Coop. di consumo “Leonardo da Vinci”, della Coop. ferroviaria di consumo e anche dell’importante Società Umanitaria. A Torino non furono risparmiati i più grossi organismi come l’Alleanza Cooperativa. Seguirono centinaia di coop. in tutta Italia.

38Attenzione alla distinzione tra comunalismo (il “prendiamoci i Comuni” di Andrea Costa)* e municipalismo. La differenza non è solo linguistica come potrebbe apparire, ma sostanziale. Il comunalismo allude all’esperienza della Comune di Parigi, quindi alla sua accezione conflittuale, autogestionaria, di autogoverno comunitario (ancora oggi, nel dialetto bolognese il Comune è definito al femminile: la Cmóuna). Al contrario, il termine municipalismo, indica lo spirito partecipazionistico al Municipio come istituzione locale dello Stato, il cui riconoscimento è implicito. Più tardi, con l’avvento del fascismo il termine Municipio fu enfatizzato e reso l’unico indicativo il governo locale.

* Questa frase, che nei comizi elettorali e nelle agitazioni divenne una bandiera, proviene dallo storico discorso che il Costa pronunciò al Politeama Golinelli di Imola l’8 luglio 1883 con il quale diede inizio alla campagna elettorale del P.S.R. di Romagna. Il suo discorso si concluse così: «…Appunto per ciò, o signori, non vogliamo più sapere di voi; e non esitiamo a dichiararvi che intendiamo d’impadronirci dei nostri Comuni». Cfr, L. Arbizzani Aldo d’Alfonso, Comuni e province nella storia dell’Emilia-Romagna, Editori Riuniti, Roma, 1970, p. 28. Alle pagg. 45-50 troverete la versione integrale di “Un sogno“; uno splendido poemetto del Costa in lingua ottocentesca apparso su Almanacco popolare del 1882, Imola, Lega Tipografica, 1881, 3° ed., pp. 29-40.

39Cfr. M. Degl’Innocenti, op. cit., pp. 145-146.

40Ostentando un linguaggio pseudo-rivoluzionario che, dati gli avvenimenti precedenti già descritti, appare ingiurioso prima ancora che ridicolo, al XI congresso del P.S.I. tenutosi a Milano il 21-25 ottobre 1910 si afferma: «Così anche in Italia in questo ultimo decennio è sostanzialmente modificato nella valutazione del movimento cooperativo operaio che viene ormai accettato come un sussidio validissimo per completare l’azione di resistenza pura e mettere in moto, a favore del proletariato, un poderoso arsenale di multiformi congegni pei quali l’assetto borghese è intaccato e penetrato in tutti i suoi organi costitutivi…i congressi del Partito Socialista sono dunque costretti ad occuparsi di questo dilagante movimento…questa forma di organizzazione non può essere abbandonata a sé…Il Partito Socialista ha il dovere di interessarsi attivamente del fenomeno e di adoperarsi perché esso si svolga serenamente e converga verso le finalità del socialismo.» (Il corsivo è nostro)

Da: A. Riosa, Il Partito Socialista Italiano dal 1892 al 1918, Ed. Cappelli, Bologna, 1969.

Arturo Labriola invece, se da una parte affermava che nelle cooperative «…si annidava l’elemento più intelligente, più famelico e più temibile del socialismo» (Cfr. A. Labriola, Storia di dieci anni, Milano, 1910, p. 305.) dall’altra criticava aspramente il P.S.I. poichè, a suo avviso, aveva fatto della cooperazione una «…storia di piccole cose e di uomini meschini, di avvolgimenti tortuosi e di continue menzogne, senza lampi e senza scatti.» Riferendosi ai rapporti economici e di potere che attraverso la cooperazione socialista si intessevano tra Partito e Stato, governo, banche. Infatti, uno dei fondamenti della politica giolittiana era la concessione dei lavori pubblici alle cooperative. A tal proposito pensiamo che parlare di “tangentopoli” come degenerazione nel P.S.I. dei nostri tempi, sia piuttosto riduttivo.

41In seguito alle stragi di contadini e di minatori ad opera dei carabinieri il 17 maggio a Cerignola (Bari), il 4 settembre a Buggerru (Iglesias) e il 14 settembre a Castelluzzo (Trapani) la “frazione rivoluzionaria” del P.S.I. guidata da Labriola appoggiata dai repubblicani, dagli anarchici e dalle Camere del Lavoro a maggioranza sindacalista rivoluzionaria, sulla spinta della spontaneità delle masse inferocite per gli eccidi, proclamarono lo sciopero generale nazionale. Lo sciopero fallì nel sangue (non certo di chi lo dichiarò) poiché un conto è lanciare le masse all’assalto, ben altro è organizzarle verso un obiettivo strategico in una chiara visione di classe. Nella totale assenza di quest’ultimo gli operai furono lasciati alla loro spontaneità e i carabinieri di Giolitti fecero il resto.

La sconfitta del 1904 non fece desistere la masse dallo scendere di nuovo in piazza, questa volta contro la chiamata alla leva militare (con lo scopo da parte dei coscritti delle classi ’76,’77, ’80, ’84 di non essere mandati a uccidere gli scioperanti), per miglioramenti salariali in fabbrica e in campagna, contro le stragi dei carabinieri e altri raparti dell’esercito che non accennavano a finire. Questi i motivi degli scioperi generali nazionali del ‘906, ‘907, ‘908, questa volta sostenuti da una nuova compagine agitatoria che aveva fatto esperienza nello sciopero del ‘904. Erano i sindacalisti rivoluzionari; intellettuali della piccola borghesia “arrabbiata” e del ceto medio che si staccarono dal P.S.I. considerandolo «riformista e conservatore» (Labriola). Seguaci delle teorizzazioni di Sorel, concepivano lo sciopero generale come “momento supremo rivoluzionario, risultante dello scontro finale tra le classi”. Se da una parte seppero interpretare e ideologizzare la spinta rivoluzionaria delle masse, dall’altra, non disponendo di alcuna strategia né di un progetto politico di classe, passando da un fallimento all’altro, si isolarono progressivamente. Operarono fino al ‘914 quando dopo il crollo dell’Internazionale e il fallimento della “settimana rossa” il loro rivoluzionarismo sindacale piccolo-borghese trovò miglior fortuna nel mussolinismo socialista, nell’interventismo, nella retorica del superuomo e, a tempo debito, nella formazione del primo squadrismo fascista.

42M. Degl’Innocenti, Il socialismo italiano e la guerra di Libia, Roma, 1976, pp.131 sgg.

«La Lega non ritiene opportuno per ora assecondare un movimento di organizzazione cooperativo in Tripolitania e in Cirenaica, riterrebbe però un errore, finita la guerra, lasciare in balìa le nuove regioni, che costano al popolo italiano il tributo di sangue e di denaro, alla speculazione privata.» (Il corsivo è nostro).

La Cooperazione italiana, 24 febbraio 1912.

43Più che degna di nota, indicativa della radicalità dello scontro, non citata dalla storiografia “ufficiale” è una forma spontanea di lotta armata clandestina attiva già prima del “biennio rosso” (ma in forma meno estesa) nota nel biennio come il “Galletto Rosso”: si trattava di nuclei di braccianti, sovente provvisti di armi da fuoco, che con incursioni notturne colpivano le proprietà degli agrari incendiando le loro case, stalle, fienili, colture, macchine agricole e quant’altro causando danni economici ingentissimi allo scopo di far cedere i padroni che resistevano agli scioperi o che avevano affidato ai carabinieri la risoluzione delle controversie economiche con i contadini. Peraltro le cronache de “Il Resto del Carlino” (1920) riportarono anche sequestri di persona, sempre ai danni di agrari.

V. Evangelisti S. Secchi, Il galletto rosso. Precariato e conflitto di classe in Emilia -Romagna 1880 1980, Marsilio Editori, Venezia, 1982.

44Cfr. R. Del Carria, op. cit., vol. II, cap. XIV-XV.

45Turati e i socialisti riformisti ne furono entusiasti, ma Gramsci e il gruppo dell’Ordine Nuovo furono risoluti: «…passo dell’astuta politica di Giolitti per addomesticare l’azione della classe operaia torinese sottomettendola alla politica delle classi dominanti» (Gramsci). Gli operai FIAT rifiutarono.

46Gli squadristi si spostavano nelle le campagne a bordo di camion forniti dalle prefetture e dall’esercito. La tecnica era collaudata: agli assassinii e ai saccheggi nelle coop. prese di mira seguiva l’arrivo dei carabinieri che arrestavano tutti coloro i quali avevano tentato di difendersi. In molti altri casi i fascisti imponevano la chiusura minacciando soci e dirigenti i quali in queste condizioni non potevano più operare. In altri casi ancora, alla coop. aggredita era imposta la convocazione del c.d.a. al quale, funzionari del P.N.F. mandati appositamente, dichiaravano l’obbligo di scioglimento, imponendo il commissario prefettizio o il passaggio al Sindacato nazionale fascista delle cooperative e relativa cessione allo stesso dei beni immobili e del capitale sociale. In quest’ultimo caso era consuetudine che parte del bottino venisse incamerato dai ras locali. Ancora oggi esistono immobili che furono rapinati alle cooperative, in regolare proprietà catastale a famiglie di capi fascisti di allora.

Cfr. A. Zavaroni, op. cit., p. 189.

47«Dell’ingresso in parlamento di 35 deputati fascisti, invece, fu scritto [su “La Cooperazione] che si trattava di una minoranza di incendiari e di grassatori , senza seguito nel paese. Eppure, proprio la elezione di quella pattuglia di deputati fascisti avrebbe dovuto far riflettere sulla legittimazione che il fascismo aveva ormai conseguito in poco più di un anno presso ampi strati di piccola e media borghesia urbana e rurale, e soprattutto da parte di imprenditori e agrari.»

M. Degl’Innocenti, op. cit., p. 425.

48Ibidem, p. 423.

49Ibidem, pp. 443-444.

50Ibidem, p. 447.

51La ricerca storiografica, anche qui testimoniale, sul mutualismo può contare su una quantità rilevante di dati. In ogni biblioteca comunale, nell’archivio di ogni cooperativa, anche la più piccola, si possono trovare dati significativi e interessanti per la riscrittura, questa volta da un punto di vista di classe, di un periodo storico la cui esatta comprensione ci è stata finora negata da storici interessati perché in contiguità politica con chi, ai tempi, fu diretta causa del fallimento di un movimento la cui natura era rivoluzionaria.

52Coadiuvato efficacemente dalla storica coerente e scientifica opera di sabotaggio delle lotte autonome da parte dei partiti e dei sindacati di Stato nella classe.

53«Chiamiamo Esodo la defezione di massa dallo Stato, l’alleanza tra general intellect e Azione politica, il transito verso la sfera pubblica dell’Intelletto. Il termine non indica affatto, quindi, una mesta strategia esistenziale, né l’uscita in punta di piedi da una porta secondaria, né la ricerca di un interstizio che offra riparo. Al contrario, con “esodo” si intende un modello di azione a tutto tondo, capace di misurarsi con le “cose ultime” della politica moderna, insomma con i grandi temi articolati via via da Hobbes, Rousseau, Lenin, Schmitt (si pensi a coppie cruciali quali comando/obbedienza, pubblico/privato, amico/nemico, consenso/violenza ecc.). Oggi, non diversamente da quanto avvenne nel Seicento sotto il pungolo delle guerre civili, va perimetrato da capo un ambito degli affari comuni. Tale perimetrazione deve esibire l’occasione di libertà insita in quell’inedito intreccio tra Lavoro, Azione e Intelletto, che finora, invece, abbiamo soltanto patito.

L’Esodo è la fondazione di una Repubblica. Ma l’idea stessa di “repubblica” esige il congedo dall’ordinamento statuale. Se Repubblica, non più Stato. L’azione politica dell’esodo consiste, pertanto, in una sottrazione intraprendente. Solo chi si apre una via di fuga, può fondare; ma, viceversa, solo chi fonda riesce a trovare il varco per abbandonare l’Egitto.

…dell’Azione in quanto sottrazione intraprendente (o esodo fondativo), …parole chiave. Ecco le principali: Disobbedienza, Intemperanza, Moltitudine, Soviet, Esempio, Diritto di resistenza, Miracolo.»

Cfr. P. Virno, op. cit., p. 11.

54«Nella società postindustriale, dove il “general intellect” è egemone, non c’è più posto per il concetto di “transizione”, ma soltanto per il concetto di “potere costituente”, come espressione radicale del nuovo. La costituzione antagonista non si determina dunque più a partire dai dati del rapporto capitalistico, ma a partire dalla rottura con esso; non a partire dal lavoro salariato, ma a partire dalla sua dissoluzione; non sulla base delle figure del lavoro, ma da quelle del non lavoro.»

M. Lazzarato A. Negri, Derive Approdi n°0, 1992, p.31.

55«La distruzione dello Stato non può essere concepita che attraverso un concetto di riappropriazione dell’amministrazione. Vale a dire dell’essenza sociale della produzione, degli strumenti di comprensione della cooperazione sociale produttiva. Amministrazione è ricchezza, consolidata e messa al servizio del comando. Riappropriarsene è fondamentale, riappropriarsene attraverso l’esercizio del lavoro individuale posto nella prospettiva della solidarietà, nella cooperazione per amministrare il lavoro sociale, per far sempre più riccamente riprodurre il lavoro immateriale accumulato.

Qui nascono dunque i Soviet dell’intellettualità-massa. Ed è interessante notare come le condizioni oggettive della loro insorgenza si combinino perfettamente con le condizioni storiche del rapporto antagonistico fra le classi. Su quest’ultimo terreno, l’abbiamo precedentemente sottolineato, nessun compromesso istituzionale è più possibile. I Soviet saranno dunque definiti dal fatto che essi immediatamente esprimeranno potenza, cooperazione, produttività. I Soviet dell’intellettualità-massa daranno razionalità alla nuova organizzazione sociale del lavoro e ad essa commisureranno l’universale. L’espressione della loro potenza sarà senza costituzione.»

Cfr., A. Negri, Repubblica costituente, Riff Raff, aprile 1993, p. 80.

56Da un’idea di Pino De March, dell’Associazione Zone d’Attesa, Bologna.

Precisiamo che con questo, non si vogliono certo abbandonare le lotte per trasformare i Licei e le Università di Stato in luoghi del libero sapere, ma la legge per la parificazione della scuola privata pare inevitabile. Tanto vale intervenire portando così la contraddizione all’interno e contrastare il dilagante oscurantismo clericale nella formazione del sapere nel momento in cui esso, oggi, è centrale nella produzione.

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