Che cos’è il Mietshäuser Syndikat

testo tratto dal sito di Macao

123 progetti/casa con 2.839 abitanti, per un valore pari a 129 milioni di euro investiti.
Altri 21 progetti di acquisto avviati.
Oltre ai numerosi progetti consolidati in Germania, la rete si sta radicando in Austria, Paesi Bassi, Spagna, Grecia, Francia e, presto, anche in Italia.

Il legame che tiene insieme questa alleanza è il Mietshäuser Syndikat.

L’idea è nata nel 1990 a Friburgo

Si è sviluppata nella scena delle occupazioni che era alla ricerca di modalità per impedire gli sfratti. Così, il primo progetto è stato Grether Ovest 1988 a Friburgo. Prima è stata impedita la demolizione di diversi edifici di una ex fabbrica, poi questa è stata acquistata dagli abitanti. Gli attivisti del Grether non si sono fermati a questa fase, hanno continuato poi a diffondere le loro idee con l’intenzione di costruire una rete di solidarietà tra i progetti abitativi. Questo rappresenta una delle idee alla base dell’istituzione del Mietshäuser Syndikat nel 1992.

Negli statuti dell’associazione del Syndikat continua ad esserci scritto: “… per sostenere e promuovere politicamente lo sviluppo di nuovi progetti di case auto-organizzate: spazio di vita umano, un tetto sopra la testa, per tutti e tutte”.
La nostra idea è creare progetti che possano funzionare per un lungo periodo di tempo, la neutralizzazione della proprietà implica che le proprietà acquisite non potranno più essere vendute. È un nuovo modo in cui la questione della proprietà viene considerata dalla prospettiva dei commons.

Il Mietshäuser Syndikat è un conglomerato di progetti abitativi molto diversi tra di loro; diversi per dimensione, composizione degli inquilini, motivazioni, cultura, pratiche di convivenza e livello di attivismo politico.

Comprare case collettivamente

Gli obiettivi che legano tutti i progetti immobiliari, pur nella loro diversità, sono i punti di partenza comuni:
- Una comunità di persone localizza case vuote/disabitate: decide di abitare insieme sul lungo periodo, cerca strutture adeguate, spesso con spazi comuni per eventi pubblici, assemblee, progetti e iniziative imprenditoriali.
- Oppure, residenti di lungo periodo di una casa che non si rassegnano alle intenzioni del proprietario di vendere, progettano in modo auto-organizzato di acquisire la “loro casa”.
- Oppure, gli occupanti di un immobile destinato alla demolizione (o ad altro uso) cercano una prospettiva nonostante gli inevitabili contraccolpi emotivi derivanti dalle minacce di sfratto e negoziazioni.

Perché farlo?

- desiderio di auto-organizzazione
- necessità di alloggi a prezzi accessibili (lotta contro i meccanismi di gentrificazione)
- avere uno spazio culturale
- creare uno spazio politico
- abitazioni ecologiche
- “nuove” forme di convivenza (vivere insieme e non da soli)
- motivazione politica (mettendo in discussione e trasformando il concetto di proprietà)
- creazione di proprietà gestite dai commons
- rete di solidarietà della Mietshäuser Syndikat

Come vengono prese le decisioni?

Non ci sono persone con ruoli “ufficiali” nel Sindacato. Tutte le attività sono svolte da persone del network e tutte le decisioni che riguardano Mietshäuser Syndikat sono prese in assemblea con il metodo del consenso.
Le case non sono di proprietà di Mietshäuser Syndikat. Ognuna delle 121 case-progetto si auto-governa e sono legalmente autonome, ognuna dotata di una propria società che detiene la proprietà dell’immobile. Il Sindykat tuttavia è partner dell’associazione locale che gestisce il progetto/casa.

Com’è fatta la società proprietaria della casa?

L’atto di proprietà è detenuto da una società a responsabilità limitata con due partner:

- l’Associazione fondata dalle persone del progetto-casa, i cui soci sono gli abitanti .
- il Mietshäuser Syndikat, che ha il ruolo di organismo di tutela.

Questi sono i due partner detengono le quote societarie.

I diritti di voto dei due partner sono specificati nell’accordo di partnership:
L’associazione-casa è responsabile solo della propria auto-organizzazione e della gestione di attività ordinarie: chi si trasferisce nella casa? Come vengono ottenuti i prestiti? Quali modifiche saranno fatte alla casa? A quanto ammonta l’affitto?
Su tali questioni, il Syndikat, l’organismo di tutela, non ha voce in capitolo.

Tuttavia i diritti di voto funzionano diversamente se si tratta delle seguenti, fondamentali, questioni:
- vendita della casa o di parte di essa
- cambiamenti nell’accordo di partnership
In questi casi, l’associazione-casa ha un voto, così come il Mietshäuser Syndikat ne ha uno. Di conseguenza, ogni cambiamento su questi temi strutturali, deve ottenere il consenso di entrambe le organizzazioni.

Ironicamente, in questa sorta di “separazione dei poteri” tra l’associazione-casa e il Sindacato, la forma capitalistica di società a responsabilità limitata, una forma legale del mondo aziendale, rappresenta la personalità giuridica ideale per la gestione. Nel suo ruolo di “organismo di tutela” il Syndikat è partner in ogni singola società-casa. In questo modo, è allo stesso tempo il legame che tiene insieme tutte le case-società e tiene viva la rete di solidarietà.
Questi sono gli aspetti legali, ora passiamo ai soldi.

Dove otteniamo i finanziamenti per i nostri progetti?

Come potete immaginare, le persone che vogliono fondare un progetto-casa sono quelle che spesso non hanno i soldi per farlo. Fondamentalmente, abbiamo un metodo collaudato per finanziare i nostri progetti.
Ciò significa che circa il 40% del valore deve essere disponibile come capitale proprio (equity), così che la banca possa prestare la parte restante. Il problema è che nessuno ha questo 40%.

Nei progetti del Syndikat, questo “buco” è coperto da quelli che noi chiamiamo prestiti diretti (direct loans). Si tratta di soldi presi in prestito direttamente da amici, sostenitori di altri progetti-casa.
Con l’evolversi della struttura del Mietshäuser Syndikat, sempre più progetti-casa consolidati prestano denaro ai progetti in costruzione. Per questo con il crescere dei progetti, i prestiti sono sempre più semplici.
Il restante 60% viene quasi sempre dalle banche, in particolare banche con un forte orientamento etico (in Germania ad esempio la GLS Bank).

Il funzionamento concreto

Il funzionamento concreto, spiegato da Marcel, che abbiamo incontrato a Macao qualche giorna fa:

Nel 2007 un amico mi ha dato la copia di una brochure sulla quale era presente una breve introduzione di ciò che sono le idee guida del Mietshäuser Syndikat e una foto accompagnata dalla descrizione di ogni progetto che costituisce la rete. A quel tempo erano attivi circa 40 progetti. Nel marzo 2008 abbiamo fondato l’AMK, la nostra associazione. Un mese dopo siamo entrati a far parte come membri dell’associazione Mietshäuser Syndikat scegliendo quindi la via della cooperazione. Ciò comporta in primis la partecipazione all’assemblea del Sindacato, durante la quale sono presenti tutti i progetti-casa.
Nel 2009, la nostra associazione e il Mietshäuser Syndikat hanno fondato il Konve GmbH, una società, che ha acquistato la casa il 19 agosto dello stesso anno.
La nostra casa è autogestita come una cooperativa, ma non è la nostra società a possederne la proprietà che ha la forma giuridica di “GmbH. Eine Gesellschaft mit beschränkter Haftung.” (In Italia sarebbe un S.r.l. – Società a responsabilità limitata).

Cosa importante: il nostro capitale è rappresentato da prestiti diretti (direct loans), denaro che proviene direttamente da persone, gruppi e altri progetti, che depositano i loro risparmi nel nostro progetto senza la partecipazione di una banca.

Ad oggi, l’AMK conta 21 persone, di età tra 1 e 75 anni, che vivono nelle nostre due case. Abbiamo 16 appartamenti, ognuno dei quali ha una dimensione di 47 mq e l’affitto costa 300€ al mese, utenze incluse.

Abbiamo un rimorchio, una sala prove, una sala ubicata nel seminterrato destinata a concerti e party, una sala comune e un grande giardino. Uno dei 16 appartamenti è occupato da rifugiati – in questo momento tre persone provenienti dall’Eritrea fanno parte del nostro progetto.

Nel complesso si tratta di uno spazio di convivenza, ma anche di un luogo per eventi e attività sia culturali che politiche.
Per noi, la cosa fondamentale è portare avanti il nostro progetto in modo autonomo e auto-organizzato. Le questioni riguardanti affitto, ristrutturazione, chi si unisce al gruppo, vengono decise insieme durante le riunioni che si svolgono una volta al mese (nei primi anni due volte al mese). Abbiamo organizzato un gruppo, nominato “Orga”, composto da sei persone che si prendono più responsabilità e lavoro rispetto ad altri. E abbiamo una nostra struttura che si occupa di come il lavoro viene organizzato nell’ambito del progetto – questa è cambiata negli ultimi sette anni e il cambiamento è ancora in corso.

In altri Paesi

E per i progetti-casa, orientati ai principi del Syndikat in altri paesi?

Da diversi anni riceviamo molte richieste di adesione dall’estero. È per questo che, nel 2012, abbiamo creato AG International, un gruppo di persone che attualmente lavora sui progetti internazionali.
L’impegno più consistente che attualmente abbiamo all’estero è in Austria. Nel dicembre 2016 il primo gruppo ha comprato la loro casa a Linz.
In Francia, siamo attivi con il progetto Le Clip, con un progetto in Porcheritz.
In Spagna, abbiamo un progetto a Portbou, associato con il Mietshäuser Syndikat.
Nei Paesi Bassi un primo progetto “Nieuwland” ad Amesterdam SOWETO è stato finanziato con il supporto del Mietshäuser Syndikat.
In Grecia diversi gruppi hanno già manifestato il loro interesse nel creare progetti-syndikat.
In Italia non avevamo invece avuto molti contatti, fino ad ora.

Mietshäuser Syndikat: l’antidoto tedesco alla speculazione immobiliare

di Jordi de Miguel (in collaborazione con Sostre Civic), El Critic – 07/02/2019

L’antidoto è molto diffuso. Ci sono 140 dosi (e altre 17 in preparazione) sparse in tutta la Germania. 140 progetti di edilizia collettiva che, dall’inizio degli anni ’90, hanno consolidato una formula per favorire l’accesso all’abitazione, proteggendolo dalla minaccia speculativa . Ecco perché sono fonte di ispirazione per le cooperative di edilizia abitativa nel resto d’Europa, anche se nessuna di esse è guidata da una cooperativa.

Friburgo 1992: l’origine

Mietshäuser Syndikat si traduce letteralmente in “Sindacato delle case in affitto”, ma in tedesco la parola “sindacato” non si riferisce tanto al posto di lavoro quanto a qualsiasi associazione, gruppo o federazione che difende un interesse comune.

Troviamo la sua origine nella città di Friburgo. Nello specifico in quella che era stata la sede della società Grether, un complesso industriale che con la scomparsa dell’attività si sarebbe riempito di piccole officine e ora, dopo una lunga trattativa dei movimenti sociali in città con il Comune, ospita la sede centrale e due dei più emblematici progetti di edilizia residenziale collettiva del Syndikat, una radio comunitaria, varie entità locali e altri spazi per uso di quartiere.

Ufficialmente, il Syndikat è nato nel 1992. Il suo scopo era quello di fornire protezione legale per le esperienze di occupazione abitativa che hanno cominciato a proliferare nel paese negli anni ’70. Per raggiungere questo obiettivo, l’organizzazione ha scelto di promuovere una forma giuridica non comune tra i progetti di alloggi collettivi: la società a responsabilità limitata (SRL). Perché non una cooperativa? “Perché, in Germania, la cooperativa è una forma giuridica complessa e costosa. Ha una buona immagine, ma è inserita nella logica capitalista “, spiega Peter Kämmerling, membro del Syndikat.

Ogni progetto di edilizia residenziale collettiva è guidato da una società a responsabilità limitata. Questa società è composta da due soci: uno è l’associazione dei residenti del progetto, che detiene il 51% del capitale sociale; l’altro è il Syndikat, che contribuisce per il restante 49%. Il contratto che li vincola, tuttavia, garantisce che il Syndikat, in quanto organizzazione ombrello che promuove e incoraggia il modello, possa esercitare il diritto di veto nel caso in cui un’associazione di residenti voglia vendere la proprietà .

In questo modo si evita che, con il passare del tempo e le mutevoli circostanze di ogni progetto, si riproduca ciò che sta cominciando ad accadere nella vicina Danimarca : lì, senza un’organizzazione che tuteli i valori fondanti del modello Andel (garanzia accesso ad abitazioni a condizioni più eque rispetto a quelle offerte dal mercato), alcune cooperative di edilizia residenziale si sono avvalse della loro autonomia per aumentare le quote di partecipazione, rendendole un prodotto di investimento non protetto a fronte di interessi speculativi. La schermatura promossa dal Syndikat ha sradicato questa possibilità.

Riunione dei vicini nel complesso di Grether, sede del Syndikat / MIETSHÄUSER SYNDIKAT

Stabilità e diversità

Ci sono 18 progetti a Berlino e altri 18 a Friburgo, 3 a Brema, 6 a Desden, 12 a Lipsia… Ci sono progetti di ogni tipo. Piccoli e grandi (100 persone vivono a Grether), rurali e urbani; alcuni addirittura, come l’Arnoldstrasse 16 di Amburgo, hanno utilizzato l’edificio per ospitare laboratori artigiani.

Secondo Peter Kämmerling, la stabilità del modello, insieme alla crescente necessità di proteggere le abitazioni dalle dinamiche di mercato, è ciò che gli ha permesso di diffondersi in tutta la Germania. Il Wohnprojekt Wohnsinn (l’unico progetto nella città di Aquisgrana) ha iniziato a prendere forma all’inizio degli anni 2000 su iniziativa di un gruppo di amici che hanno acquistato due vecchi palazzi nel municipio. Questi sono stati ristrutturati ed un altra ala è stata realizzata nel cortile interno, per un totale di 20 appartamenti.

Di solito, per effettuare l’acquisto di una proprietà, i residenti contribuiscono per un terzo o un quarto dei crediti necessari. Il resto, li mette la banca. “In Germania, i tassi di interesse bancari sono molto bassi, intorno al 2%. È vero che alcune banche non conoscono il modello Syndikat e non danno credito, ma ce ne sono altre, come la GLS di Bochum (NdT: la GLS Bank è una banca etica), che ci sono abituati e lavorano con noi “, spiega Kämmerling”. I futuri residenti hanno tre funzioni legali indipendenti: forniscono credito, sono membri dell’associazione e pagano l’affitto alla SRL. Nelle prime fasi dei progetti, l’acquisto o la ristrutturazione di edifici rende il prezzo dell’affitto simile al prezzo di mercato. Ma una volta che i prestiti sono stati restituiti, l’affitto rimane costante e non subisce aumenti speculativi.

Solo il Syndikat può decidere su un’eventuale vendita. Ogni associazione di residenti ha piena autonomia per organizzarsi e stabilire il modello di convivenza che le si addice. “Alcuni vivono come in una comune, noi viviamo in appartamenti indipendenti con una stanza comune condivisa. Altri potrebbero decidere che alcuni dei membri paghino un affitto più economico. Dipende da cosa decide ogni gruppo “, afferma Kämmerling. Ciò non significa, però, che i valori sociali e ambientali di tutti i progetti non siano allineati: due o tre volte l’anno si riunisce l’assemblea generale del Syndikat (di cui fanno parte tutti i progetti ed i singoli individui) ed ha in mente questi valori nella scelta delle iniziative con le quali unirà le forze in una nuova società a responsabilità limitata.

Ristrutturazione dell’edificio nel progetto Mangelwirtschaft, Dresda / MIETSHÄUSER SYNDIKAT

Solidarietà tra progetti: la chiave del successo

Se nuove iniziative raggiungono l’assemblea generale, è probabilmente perché hanno precedentemente contattato un progetto in corso nella zona. In tutto il paese, vengono organizzati incontri regionali ogni tre mesi in cui viene spiegato il modello: il progetto più vicino diventa una sorta di mentore per chi inizia lì. La solidarietà tra i progetti è una delle chiavi del successo. Oltre a fornire consulenza su nuove iniziative (e eventualmente prestare loro denaro per portarle avanti), ciascuno dei progetti stabiliti paga una quota annuale di solidarietà al Syndikat. Questa commissione è possibile grazie al graduale rimborso dei prestiti e alla conseguente generazione di surplus. In questo modo, invece di utilizzare i crescenti margini finanziari per altri scopi o per ridurre i propri affitti, quello che si fa è trasferire un canone al Syndikat in modo che non solo copra le sue spese amministrative, ma anche perché possa contribuire a finanziare nuove iniziative creando nuove società a responsabilità limitata. Come dice Jochen Schmidt, uno dei membri fondatori, il Syndikat agisce come le cellule: “Abbiamo la capacità di dividerci e moltiplicarci”.

Per saperne di più:
Documentario “Questa è la nostra casa” (in tedesco, con sottotitoli in inglese)

Otto concetti chiave dell’abitare cooperativo in cessione d’uso

di Jordi de Miguel (in collaborazione con Sostre Civic), El Critic – 15/03/2018

Princesa 49, La Borda, Clau Mestra, La Xarxaire, La Balma, Cal Cases, Cala Fou… Alcuni in corso, altri in costruzione. Sono ancora pochi, ma sono venuti per restare: negli ultimi anni sono esplose con forza le esperienze di edilizia cooperativa in cessione d’uso come solida alternativa per l’accesso all’abitazione, basata sull’interesse sociale, l’empowerment, l’autogestione, la sostenibilità e la vita comunitaria. Ma come si articola questo modello di possesso? Quali sono i suoi pilastri fondamentali? Risolviamo i dubbi attraverso otto concetti chiave.

1. Proprietà collettiva

Né privato né pubblico. Caratteristica differenziale: nel modello a cessione d’uso, la proprietà dell’immobile è della cooperativa. Ciò evita speculazioni, poiché è impossibile vendere la casa individualmente. Il modello, oltre a tutelare l’interesse sociale dell’abitazione, stimola la partecipazione e la gestione democratica dei soci e dei residenti delle cooperative, differenziandosi dai modelli di proprietà pubblica dove, nonostante l’interesse generale che si assume avere, questa partecipazione e gestione democratica dei residenti è inesistente.

In Catalogna possiamo distinguere due tipologie di cooperative che optano per questo modello: cooperative di progetto, con un unico progetto abitativo (quelle che mirano a promuovere l’edilizia abitativa dove i soci vivono e sviluppano il progetto di convivenza) e cooperative di promozione (quelle che hanno diversi progetti abitativi e che, oltre alla promozione della realizzazione di progetti per i soci, favoriscono la creazione di nuovi gruppi). In questo secondo caso, alcuni compiti possono essere svolti congiuntamente tra le diverse iniziative esistenti, il che facilita la creazione di una rete di supporto reciproco. In Sostre Cívic, ad esempio, questa rete consente contributi a un fondo di solidarietà realizzato per progetti già ammortizzati per aiutare a svilupparne altri: la ‘replicabilità’ è un altro concetto chiave .

2. Cessione d’uso

Lavorando ai piani, in una riunione dei promotori di La Balma, progetto architettonico in Poblenou de Barcelona / Foto: Comunicació La Balma

Né affitto né acquisto: a metà tra i due. Considerate un bene da usare e non un investimento, le case possono essere godute indefinitamente o per un periodo molto lungo. Viene stipulato un contratto analogo al contratto di locazione, in cui la cooperativa proprietaria trasferisce al socio l’uso dell’abitazione. Il periodo di validità del diritto d’uso è a tempo indeterminato ovvero per il periodo previsto dalla proprietà dell’immobile (fino a 75 anni nel caso di terreni demaniali ceduti in diritto di superficie), affinché si possa effettuare lo sviluppo di un proprio progetto di vita senza subire un trasloco forzato e inopportuno. Tale diritto d’uso può essere ceduto ai parenti diretti, i quali, se vogliono usufruirne, devono aderire alla cooperativa.

La possibilità di trasmissione è stabilita nello statuto della cooperativa e nelle clausole del contratto, unitamente al pagamento delle quote mensili e ai diritti e doveri degli utenti. Il confronto non lascia dubbi: per i residenti, il modello abitativo in cessione d’uso è molto più stabile di un canone di locazione e, allo stesso tempo, più flessibile dell’acquisto. Richiede un moderato investimento iniziale e il pagamento di quote mensili stabili (anche decrescenti) che derivano dai costi di acquisizione, manutenzione e gestione della cooperativa. In nessun caso del mercato.

3. Alloggi a prezzi accessibili

L’obiettivo di generare alloggi sostenibili a un prezzo inferiore rispetto al mercato può essere raggiunto riducendo una serie di costi. Il principale è legato all’autopromozione (è quindi necessario sottrarre i benefici che di solito prendono i promotori), ma ce ne sono di più. Le spese possono essere ridotte attraverso la partecipazione dei soci-utentinella costruzione, ristrutturazione e funzionalizzazione degli alloggi; l’approccio all’abitazione perfettibile (ovvero progettata per essere completata e migliorata nel tempo); o il trasferimento di suolo pubblico da parte dell’amministrazione pubblica. È qui che incontriamo una delle grandi sfide del modello: la mancanza di terreni a prezzi accessibili e di edifici ristrutturabili fa sì che, soprattutto nelle grandi città, sia quasi essenziale che lo spazio sia di proprietà pubblica. In Catalogna, alcuni comuni, come quelli di Barcellona e Sant Cugat, hanno iniziato a offrire terreni e fabbricati esistenti in diritto di superficie a cooperative in cessione d’uso.

Tuttavia, dovrebbe essere chiaro che la prioritizzazione di alcune caratteristiche di abitazioni difficili da trovare sul mercato, come l’efficienza energetica o spazi comunitari più ampi con servizi comuni, può portare ad un aumento del prezzo finale.

4. Autogestione

Incontro di lavoro per la definizione del progetto di edilizia abitativa cooperativa in cessione d’uso de La Borda / Foto: La Borda

Un altro dei grandi tratti distintivi del modello di assegnazione degli alloggi è la partecipazione dei futuri residenti all’intero processo di realizzazione. Naturalmente, molte delle attività possono essere svolte da professionisti (assunti dalla cooperativa o esterni), che possono svolgere un ruolo di consulenza e supporto tecnico, ma gli utenti saranno responsabili della leadership e del processo decisionale su una vasta gamma di aspetti: dal modello di convivenza e dai canoni da pagare alla distribuzione degli spazi e dei materiali da costruzione.

Questo coinvolgimento degli utenti, inesistente in altri modelli come l’affitto (sia pubblico che privato), favorisce la corresponsabilità e alimenta un processo di empowerment in cui la lotta collettiva contribuisce a soddisfare un bisogno fondamentale attraverso l’impegno per la comunità .

5. Convivenza

La proprietà collettiva ci permette di trasformare la concezione dello spazio domestico quotidiano, generando modi di vivere più comuni senza rinunciare al godimento privato.

La possibilità di condividere spazi (convivenza) può contribuire alla convivenza e ridurre i costi, ma soprattutto permette di avere spazi che normalmente non si avrebbero nelle abitazioni private: possono essere spazi di cura (stanze dove riposare, recuperare o essere curati; asili nido …); spazi produttivi (frutteti, cucine, spazi di lavoro…) o spazi logistici / di servizio (allevamento, lavanderia, foresteria…). La loro condivisione aiuta a tessere reti di sostegno reciproco che, tra le altre cose, possono aiutare a rompere alcuni ruoli di genere.

6. Radicamento

L’opportunità di aprire alcuni degli spazi comuni all’interazione con il quartiere (ad esempio, cedendo una stanza affinché un’entità vi si riunisca) e la stabilità fornita dalla cessione d’uso (lungo periodo di tempo e prezzo accessibile ) sono elementi che favoriscono il radicamento degli utenti nel quartiere o nel comune in cui si sviluppa il progetto.

In molti casi il progetto è avviato da persone che già vi risiedono o lavorano e che trovano nella cooperativa uno strumento utile per influenzare la trasformazione sociale della comunità di residenza.

7. Sostenibilità

Lavori di ristrutturazione dell’edificio in Carrer Princesa, 49 a Barcellona / Foto: Manel Armengol

Sebbene il costo iniziale possa essere più alto, condividere spazi e servizi dando priorità al minimo impatto ambientale e utilizzando materiali con un’impronta ecologica inferiore è un investimento per il futuro in termini di risparmio e comfort. Si può optare per un impianto di riscaldamento centralizzato, per il riciclo e riutilizzo delle acque meteoriche e grigie (da lavandini e lavatrici) o per pannelli fotovoltaici a beneficio di tutta la collettività.

Partecipare a tutte le fasi del progetto permette di scegliere materiali di origine vegetale o biocompatibili e riciclabili, oppure sistemi di bioedilizia industrializzata per la struttura, come legno lamellare, isolamento termico in fibre naturali o serramenti in legno. Anche l’uso efficiente degli spazi permette di ridurre i costi e l’impatto energetico. Oltre a valorizzare e rendere questi spazi il più flessibili possibile, possono essere previsti meccanismi per adattarli ai possibili cambiamenti che si verificano nelle unità di convivenza (ad esempio, l’estensione di una famiglia), in modo che possano variare le dimensioni secondo necessità.

8. Mercato sociale

Le cooperative di assegnazione non fanno solo parte del mercato sociale in quanto consentono di soddisfare un bisogno basato sui principi dell’Economia Sociale e Solidale (democrazia, trasparenza e impegno socio-ambientale); lo promuovono anche attraverso la collaborazione con altre cooperative o enti in ambiti diversi. Dalle forniture di elettricità e telecomunicazioni ecologicamente e socialmente responsabili (appaltando, ad esempio, i servizi di Som Energia e Som Connexió) alla fornitura di cibo, architettura, empowerment di gruppo, gestione economica o finanziamento: l’ampiezza e la ricchezza di un progetto di edilizia cooperativa in cessione d’uso permette al circolo virtuoso dell’economia sociale di non fermarsi.

Questo articolo si basa sulla guida “Le chiavi dell’abitare cooperativo in cessione d’uso” , pubblicata da Sostre Cívic.

Le comunità di anziani saranno l’ultimo baluardo contro gli abusi verso di essi

“Come sarà la nostra vita quando raggiungeremo la pensione? Con chi vivremo? Come sarà il mio benessere fisico ed emotivo? Chi si prenderà cura di me quando ne avrò bisogno? ” Con queste e altre domande inizia il libro Arquitecturas del cuidado. Hacia un envejecimiento activista (Architetture della cura. Verso un invecchiamento attivista) – Icària, 2019 della sociologa Irati Mogollón Garcia e dell’architetto Ana Fernández Cubero . Gli autori ci danno un’idea di com’è l’invecchiamento nel 21 ° secolo e di come potrebbero essere replicate le esperienze di case cooperative per anziani che hanno studiato. Per Irati Mogollón, gli anziani possono essere un “esempio di anti-capitalismo ed anti-patriarcato”, purché non siano più condizionati dalla logica produttivista o dalle esigenze del capacitismo. Questo si chiama empowerment o, secondo le stesse parole di Irati, “uscire di strada”.

 

 

di Homera Rosetti (in collaborazione con Sostre Civic), El Critic – 27/11/2020

Irati Mogollón Garcia  e Ana Fernández Cubero affermano che vivere in vecchiaia in una comunità è possibile e lo dimostra l’interesse crescente che sta suscitando questo modello di alloggio e altre pratiche in cui l’assistenza è collettivizzata. Attraverso la comunità, le persone anziane hanno la capacità di decidere sulla propria vita e di far fronte agli abusi che spesso subiscono o alla solitudine indesiderata. In effetti, viviamo in società che invecchiano sempre di più e il libro degli autori ci ricorda che coloro che raggiungono un’età avanzata sono fondamentalmente donne. “Le donne anziane esemplificano questi corpi ai margini dell’organizzazione sociale essendo vulnerabili e non produttive” nel quadro del “sistema capitalista eteropatriarcale”.

Per Irati Mogollón, intervistata da Critic, “le comunità di anziani saranno l’ultimo baluardo di fronte agli abusi”. Spazi per l’autogestione, il sostegno reciproco, la convivenza e l’empowerment dove, nelle parole di Irati, “morire uscendo di strada”.

Più di 6.700 persone sono morte in case di cura a causa del Covid-19 in Catalogna, quasi la metà del totale. Gli alloggi cooperativi per anziani possono essere un’alternativa all’attuale modello delle case di cura? Perché dovremmo optare per questo modello?

Sì, è una valida alternativa. La vecchiaia non è un periodo breve e omogeneo, ha molte fasi. Durante il primo, tra i 55 ed i 65 anni, abbiamo molta autonomia vitale e relazionale, siamo più sfidati dalla necessità di essere produttivi, abbiamo ancora generazioni sopra la nostra di cui dobbiamo occuparci. Poi c’è un’altra fase in cui diventiamo drammaticamente consapevoli della nostra corporeità. È quando il corpo sale sul tavolo e affrontiamo le nostre vulnerabilità. Dall’età di 85 anni in poi iniziamo a preoccuparci davvero ed iniziano le dipendenze più gravi. Di solito c’è un fattore scatenante, c’è una situazione traumatica da cui inizia il declino o c’è una consapevolezza della situazione. Le decisioni vengono prese con urgenza e non siamo più parte di questo processo decisionale. Viene operata una infantilizzazione degli anziani a causa della situazione di vulnerabilità in cui vivono, quindi altre persone decideranno per noi.

“C’è una grande differenza tra curare e prendersi cura. Ci sono molte persone che curiamo, ma non ci prendiamo cura di loro”

E a che punto della nostra vita dovremmo considerare di scommettere su questo modello?

È importante avere un periodo di riflessione e adattamento per far parte di un progetto. Quando facilitiamo i progetti, uno dei problemi è di aver a che fare con persone che arrivano in ritardo per alcune decisioni. Devi essere addestrato in questioni di assistenza. Ci deve essere un periodo di adattamento e processo decisionale collettivo. Le case di cura sono progettate per spegnere gli incendi. Si trovano in situazioni molto dure di moderazione sociale. Proponiamo che tali alternative possano essere prese in considerazione, ma come approccio preventivo a 55 o 65 anni, in modo che ci sia spazio per un lavoro precedente. Trabensol , un punto di riferimento nazionale per l’alloggio cooperativo per anziani, ha lavorato al modello per quarantacinque anni prima di metterlo in pratica.

Nel tuo libro parli dell’approccio alla cura in contrasto con l’approccio alla salute sociale della vecchiaia che predomina oggi. Puoi dirci qual è la differenza?

C’è una grande differenza tra curare e prendersi cura. Nelle case di cura, con un approccio socio-sanitario, ti assicuri di essere curato: guariscono le tue ferite, si assicurano che tu sia pulito e lucido e, a volte, ti intrattengono. Gli animatori sociali vengono e ti parlano in modo infantile, come se fossi un ragazzo o una ragazza. L’obiettivo è mantenere la vita il più a lungo possibile. Ci sono molte persone che vengono curate, ma nessuno si prende cura di loro. Una cura integrale implica la cura dalla più elementare fino a quella più spirituale. Ed è per questo che devono essere generati habitat e spazi abitativi che contemplino questi modi di prendersi cura, compresi gli spazi per il processo decisionale. Inoltre, il fatto che abbiamo cure protocollate non è sufficiente. La cura ha altri ritmi e richiede un diverso tipo di relazione.

Assemblea dei promotori del progetto Walden XXI / SOSTRE CIVIC

“Pensiamo che la soluzione ai problemi implichi sempre più produttività, più riunioni e talvolta invece è necessario diminuire”

Nell’ambito della cooperativa abitativa Sostre Civic, abbiamo l’esperienza del progetto di alloggi cooperativi senior, Walden XXI . Il gruppo di promotori deve affrontare sfide come migliorare la qualità della vita, affrontare la solitudine indesiderata o mantenere un equilibrio tra privacy e spazi comuni. Dalla tua esperienza nell’accompagnare o studiare tali progetti, quali consideri essere le chiavi per uno sviluppo di successo?

La comunità è idealizzata come uno spazio di pace e armonia e non si parla di panni sporchi. Quindi non li stiamo umanizzando, perché gli esseri umani sono intrinsecamente imperfetti, ed è per questo che siamo fantastici. Osserviamo le fasi dell’amore romantico, che vanno dall’innamoramento fino alla fine dell’amore. E la mancanza di amore è la chiave per vedere la realtà che affrontiamo. Bisogna saper individuare e lavorare sulla perdita di cura ed affetto. Bisogna essere in grado di vederla, parlarle e abbracciarla. Secondo, dobbiamo iniziare a decostruire l’immagine fantastica che abbiamo mostrato all’inizio. Perché siamo tutti molto “progrediti” e molto cool, ma dobbiamo vedere cosa c’è dietro, le sfumature e le contraddizioni. Dobbiamo lavorare sulla malattia e parlarne con umorismo e non con paura. È anche fondamentale che il gruppo di supporto sia tra pari. E quando raggiungono lo stadio della convivenza, lascia che si rilassino. Passiamo alla fase della convivenza e del tempo libero. Siamo così produttivisti e così concentrati sulle assemblee e sui rapporti che quando si tratta di fermarsi ed avere tempo libero e divertimento, troviamo difficile rilassarci. Pensiamo che la soluzione ai problemi implichi sempre più produttività, più riunioni e, a volte, è invece necessario diminuire.

In che misura è possibile prendersi cura collettivamente?

Il prendersi cura è collettivizzato al punto che il collettivo decide. Questo imposta le linee rosse. In un progetto che abbiamo analizzato inizialmente in Germania erano molto riluttanti ad inserire uomini single con figli, perché per esperienza gli uomini volevano superare la cura delle loro creature attraverso il pretesto di collettivizzarle. Oppure ci sono anche persone molto sole che vengono a fare amicizia unendosi ai progetti. Ma il problema è il vicinato, non la rete intima. Ci sono molte questioni che devono essere discusse sulla base di come si è, e non solo nella convivenza, ma anche prima.

Irati Mogollón a una conferenza nei Paesi Baschi nel 2016 / BEGIRADA ELKARTEA

I movimenti sociali dovrebbero tenere seminari per parlare di vulnerabilità e vecchiaia dal punto di vista dell’assistenza

Nel Nord Europa c’è una traiettoria più radicata di modelli abitativi collaborativi. Dopo aver studiato queste esperienze, quali vantaggi evidenzieresti di un alloggio collaborativo per anziani?

Ci sono molti vantaggi. Una cura della comunità. Un’attività vitale e continua con obiettivi di vita che ti fa sentire che la tua vita non è finita. Insomma, l’idea che continui a dare il tuo contributo. Molto importante, per affrontare la solitudine indesiderata, prevenirla e prevenire le malattie che la accompagnano, anche cardiovascolari. Può aiutare con grande responsabilizzazione e porre dei limiti a ciò che ci circonda, il mercato capitalista e la famiglia. I più anziani di solito sono una risorsa economica e di cura. Frenare gli abusi ed il ricatto emotivo, qualcosa che è molto presente nella vecchiaia. La possibilità di generare nuove famiglie. Una morte dignitosa è morire uscendo di strada, non morire avvizziti.

Far parte di un progetto di edilizia cooperativa richiede ancora un investimento iniziale che non è alla portata di tutti. Come possiamo rendere questo modello accessibile? In Catalogna, ad esempio, il 60% delle pensioni è inferiore a 1.000 euro.

Siamo in una situazione di crisi sociale ed economica dove mancano le risorse e le amministrazioni stanno crollando. Quindi bisogna lavorare duramente sull’autogestione. I centri diurni devono essere trasformati per essere spazi di reale partecipazione, dove c’è tempo libero, laboratori e consigli per gli anziani. Trasformare le infrastrutture e smetterla di generare parcheggi per anziani che li rendano infantili. I movimenti sociali dovrebbero anche fare seminari, creare nuovi spazi ed incontri per parlare di vulnerabilità e vecchiaia dal punto di vista dell’assistenza. Anche all’interno degli alloggi cooperativi, questi dibattiti devono essere fatti, perché non dobbiamo presumere che le cose siano fatte bene nei progetti perché lo siano poi effettivamente. Anche i ruoli vengono riprodotti e devono essere generate relazioni tra pari.

Nel tuo libro ti riferisci ad una “esaltazione della falsa autonomia” in contrasto con i valori di una vita comunitaria. La vera forza umana è quella di accettare che, in fondo, dipendiamo l’uno dall’altro?

Per me una delle chiavi è quando, in un progetto, si incontrano persone di generazioni diverse. I motivi dietro a molte necessità vanno trovati. Prima di tutto, la cosa peggiore che si può fare è entrare senza aver lavorato su di sè. Prima di entrare in una casa collaborativa, si dovrebbero tenere seminari di decostruzione maschile, di classe e razziale. Inoltre, non è necessario trasferirsi in una casa collaborativa per avere uno spazio di assistenza reciproca. Esistono altre formule, social network o spazi di incontro. Invecchiare è traumatico, ma perché è un argomento su cui non si lavora in anticipo. In una casa cooperativa di Stoccolma si parlò, documentandolo, quale fosse per ognuno di loro la forma di morte degna. Uno di loro ha chiarito che non voleva essere legato a una macchina e che, qualora ciò fosse avvenuto, chiese di essere scollegato. Ma venne il momento e la famiglia, che era cristiana, sì, voleva tenerlo in vita collegato a una macchina. Poi l’intera comunità si è fatta avanti con la loro volontà e hanno detto che non l’avrebbero permesso. Ecco perché è importante generare comunità tra pari, perché saranno l’ultimo baluardo di fronte agli abusi.

Irati Mogollón, Izaskun Landaida (direttrice di Emakunde, Istituto delle donne basche) e Ana Fernandez, nella presentazione di un rapporto / EMAKUNDE

“Invecchiando metti al centro il tuo corpo, e questo significa parlare di chi voglio farmi pulirmi il sedere”

L’espressione che usi, “architetture di cura”, va oltre un modello abitativo specifico.

Parliamo di architetture di cura per includere tutte le strategie possibili quando si tratta di vecchiaia e di empowerment degli anziani. Invecchiando metti il ​​tuo corpo al centro, e questo significa parlare da chi voglio farmi pulirmi il sedere. Ristrutturazioni e adattamenti alle abitazioni sono la scusa, alla fine si tratta di praticare un cambio di cura nell’invecchiamento.

È necessario rivedere il modo in cui guardiamo alla vecchiaia e, a proposito, alla vulnerabilità? Cosa hai imparato nei seminari che offri sull’empowerment degli anziani?

Uno dei motivi per cui lavoro in seminari sull’empowerment per anziani è perché sono il più chiaro esempio di anti-capitalismo e anti-patriarcato senza che loro se ne rendano conto. Non sono più nella logica produttivista, quindi mettono a freno la società del lavoro, del capacitismo, perché non possono più seguire questi ritmi. È un momento della vita in cui fai pace con il tuo passato e presente per affrontare il futuro, e questo ti fa non concentrarti sul giudizio continuo di ciò che ti circonda. È incredibile come il bisogno unisce, anche se ideologicamente non sei d’accordo con gli altri. E questo non accade in altri gruppi. Perché per bisogno impellente puoi metterti nei panni dell’altra persona e provare empatia. E questo, per me, è un apprendimento brutale. È allo stesso tempo bello e rivoluzionario.


Sostre Crític  è uno spazio di attualità e riflessione su iniziative non speculative per l’accesso e il possesso di alloggi. In questo blog troverete articoli sulle sfide e i vantaggi offerti dall’abitazione cooperativa e sui progetti collettivi che, per la loro diversità, propongono nuovi modelli di relazione tra i cittadini e il loro ambiente.

Questo progetto è stato promosso nell’ambito dei Progetti Singolari degli Atenei Cooperativi per l’anno 2018-2019 promossi dal Dipartimento del Lavoro, Affari Sociali e Famiglie e dalla Direzione Generale dell’Economia Sociale, Terzo Settore, Cooperative e Lavoro autonomo con finanziamento del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale.

Sostre Cívic è una cooperativa con più di 750 soci che promuove un modello alternativo di accesso all’abitazione attraverso la diffusione, la consulenza, la ricerca di finanziamenti, la promozione e la gestione degli alloggi cooperativi. Lavoriamo per realizzare progetti abitativi con un modello più equo, senza scopo di lucro e trasformativo, nel rispetto dei valori dell’economia sociale: uguaglianza, solidarietà, equità, democrazia e auto-organizzazione.


Documenti: Arquitecturas del cuidado, Viviendas colaborativas para personas mayores. Un acercamiento al contexto vasco y las realidades europeas – Emakunde, 2016 (link)

Quando sarò anziana voglio fumare ed entrare in una casa di riposo con droga e rock and roll

L’architetto Paz Martín ci parla di alcune case di riposo per anziani olandesi molto speciali

di Paz Martin, Uppers 25/06/2019 (Traduzione di Marco Giustini)

Paz Martín è un architetto. E un esperta di adattabilità ed età. In effetti, sono anni che cerca di riunire i tre concetti di felicità, bellezza e piacere e renderli concreti, adattandoli alla vita quotidiana dell’essere umano che li persegua attivamente. In questo articolo, in cui mescola l’esperienza personale con una visione internazionale, ci dice che sono possibili altri tipi di casa di riposo. In effetti, sono già stati un successo nei Paesi Bassi perché non dimenticano il divertimento dei suoi residenti. Siamo già riusciti a vivere più a lungo, ora proviamo a vivere meglio.

Mio nonno, come molte persone della sua età, aveva problemi cardiaci. Ricordo che a Natale, quando ci sedevamo ad una tavola piena di prelibatezze squisite e di ottimi vini, sua moglie ed i figli iniziavano una battaglia contro di lui per impedirgli di bere vino e mangiare quei grassi succulenti che ornavano la tavola, tutto chiaro motivi di salute. Curiosamente, tutti i nipoti erano in combutta con lui e, quando nessuno guardava, gli servivamo del vino o di nascosto gli davamo dei dolci.

Il personale sanitario non indossa un camice, non sono affissi regolamenti con norme, né i mobili sembrano quelli di una casa di riposo

I suoi argomenti erano molto convincenti poiché, a suo avviso, era molto ingiusto che alla sua età, 95 primavere, fosse privato del godimento dei piccoli piaceri della vita. Preferiva morire prima ma felice.

È successo anche alla nonna di un amico. Il giorno in cui è rimasta vedova, alla tenera età di 93 anni, ha riunito i suoi nipoti e ha chiesto loro di portarla a una festa per provare droghe e alcolici, poiché nella sua vita, felice e piena, non aveva mai avuto l’occasione per provare quell’esperienza e non voleva perderla. D’altra parte, un amico più anziano di me che ha smesso di fumare 17 anni fa, mi ha detto di recente che non appena compirà 92 anni, lo farà di nuovo.

senza nomeFruttivendolo all’interno della Residenza Humanitas

Benessere vs. salute rigorosa

Questi aneddoti cercano di illustrare che, per molte persone, l’avanzare dell’età suppone o dovrebbe supporre un avanzamento nella libertà di decidere sul proprio benessere personale, che di solito non coincide con quello della salute medica.

Se per un momento provassimo a immaginare dove potremmo fumare, bere alcolici o fare cose malsane a quelle età, l’unica che esiste nel nostro paese è la nostra casa, dove sotto la nostra responsabilità potremmo saltare tutte le prescrizioni mediche .

Ma se a causa della nostra situazione dovessimo cambiare il modello abitativo, ad esempio dovendo trasferirci in una casa di riposo, sarebbe impensabile che queste azioni avvengano legalmente, poiché in questi luoghi la priorità del benessere medico-sanitario è al di sopra del benessere personale e ovviamente certamente comportamenti del genere non sarebbero consentiti né dai professionisti né dalle famiglie.

Pertanto, se una persona vuole mantenere il controllo della propria vita soprattutto e ha bisogno di aiuto esterno per farlo, l’unica soluzione possibile sarebbe assumere personale all’interno della propria casa, se può permetterselo.

immagine (4)Un ‘food truck’ parcheggiato presso la residenza dell’Humanitas

Cosa c’è di nuovo in queste case di riposo?

In Olanda, invece, c’è un gruppo di residenze chiamate Humanitas , che sono dei punti di riferimento. Luoghi in cui le persone hanno il pieno controllo della loro vita nonostante i loro limiti e dove la “felicità” del residente è al di sopra del benessere medico. Il suo modello è noto come la cultura del sì.

Si tratta di un complesso di appartamenti senza barriere architettoniche di una superficie minima di 72m 2 , con una serie di servizi ad essi associati, dove è possibile affittarne o acquistarne uno.

Ritorno alla comunità

Hanno anche una ‘piazza del paese’ coperta, che è un ampio spazio comune al piano terra suddiviso in più spazi, bar, sala fumatori, fattoria, giardino, supermercato, ristorante, museo della memoria, salone di bellezza, negozio di abbigliamento, negozio di beni di lusso, asilo nido, club di bridge e anche servizi medici.

Questi servizi non occupano un posto centrale, non ci sono luci fluorescenti, il personale sanitario non indossa un camice, non sono affissi regolamenti con norme, né i mobili sembrano quelli di una casa di riposo. Il suo aspetto è ben lungi dall’essere un ambiente sanitario, ma piuttosto sembra un complesso di edilizia sociale come un altro qualsiasi in città, pieno di persone di tutte le età.

Il piacere come priorità

Non solo si può consumare alcol e fumare, ma le persone sono incoraggiate a scendere al bar e socializzare davanti a un bicchiere di vino. Nel ristorante i menù sono serviti da un gruppo di rinomati chef a prezzi molto contenuti, e al supermercato puoi acquistare qualsiasi cosa per la tua vita quotidiana, compresi preservativi, tabacco e alcol .

I suoi residenti sono tutte persone vulnerabili, anche se non tutti hanno bisogno di cure intensive, il che significa che non sono tutti anziani ma ci sono persone di tutte le età che vengono aiutate a vivere la loro vita a modo loro nel modo più indipendente possibile, integrandoli pienamente nella vita sociale e mescolandoli al massimo.

Residenza HumanitasTempo libero presso il residence della Humanitas

Supporti extra nella vita quotidiana

Questa miscela si estende a tutto l’ambiente, poiché il centro è aperto alla comunità. Il “trucco” è offrire prezzi molto ragionevoli al ristorante, un bravo fisioterapista, un supermercato che il quartiere può utilizzare, un parrucchiere e un salone di bellezza aperti anche alla comunità, un internet cafè; un club di bridge e persino un asilo nido comunitario.

Questo modello di residenze, che ha tanti detrattori quanti tifosi, è il progetto personale di un economista visionario di nome Hans Becker, che nel 1992 è diventato Presidente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Humanitas. Per realizzare questo modello di successo, Becker ha preso come punto di partenza il suo netto rifiuto delle case di riposo convenzionali, che chiama “isole di miseria“, dove ci sono solo persone dipendenti dalla casa di riposo che vengono trattate con condiscendenza.

Becker, visionario della felicità

Per lui, quella combinazione di regole draconiane con un’attenzione specifica per la malattia e la degenerazione priva solo le persone della loro indipendenza. E attribuendo la massima importanza alle questioni mediche, normative e igieniche, scompare anche l’immagine positiva della vita.

Così Becker ha deciso di liberarsi dell’ossessione medica per la cattiva salute e il declino e di concentrarsi sul raggiungimento dei piaceri della vita che possono ancora essere goduti. Per questo ha deciso di applicare una nuova filosofia di cura: la felicità come obiettivo finale e la cultura di sé come veicolo per raggiungerla.

Nelle sue stesse parole

“Ti lamenti con l’infermiera che hai un ginocchio malato. Bene, allora vai dal dottore, che costa 1 euro al minuto e poi vai dal fisioterapista, che costa 75 centesimi al minuto. Quattro ore di spesa ed hai ancora un ginocchio dolorante, certo che ce l’hai, sei vecchio. Ma se ti metto un gatto sulle ginocchia o se passi quattro ore al bar, non penserai al tuo ginocchio. Questo è un modello di business convincente. I camerieri costano meno dei medici, spiega l’olandese.

La sua ferrea determinazione nel perseguire l’indipendenza ha generato, ad esempio, un calo del tasso di suicidi tra gli anziani (l’eutanasia è legale in Olanda). In altre parole, è passato da uno ogni tre mesi a uno ogni dieci anni. È successo anche, parlando del bilancio della Humanitas, dall’avere delle perdite ad avere un utile di 54 milioni di euro, in parte reinvestito nella ristrutturazione e nella decorazione dei vecchi appartamenti e nella costruzione di nuovi.

La cultura del sì

Ciò è stato ottenuto applicando quattro valori fondamentali:

Il primo è “sii il capo di te stesso” , che non è altro che mantenere il controllo sulla propria vita il più possibile. Il secondo è “usalo o perdilo” , il che significa che dovresti concentrarti su ciò che funziona ancora e dimenticare ciò che non funziona. Il terzo è prestare molta attenzione alla “famiglia allargata” , cioè ad un’ampia cerchia di dipendenti, familiari, parenti, vicini e amici che sono coinvolti nell’assistenza e nei servizi. E l’ultimo è ” pensa alle possibilità “ovvero focalizza l’enfasi sulle cose divertenti della vita. Ecco perché i dipendenti della Humanitas hanno un atteggiamento positivo e benevolo e cercano, nell’ambito delle possibilità dell’organizzazione, di rispondere il più possibile ai desideri individuali.

Se ad un certo punto dovessimo trasferirci in un altro posto perché abbiamo bisogno di aiuto, non preferireste un posto come questo? Qualcosa di simile dobbiamo farlo in Spagna.

La terza età come motore di sviluppo economico

In questo estratto di un articolo di Uppers viene affrontato un tema che è molto simile a quello italiano. L’invecchiamento della popolazione e l’abbandono delle zone non urbanizzate dell’Italia interna. L’architetto Paz Martín, riferendosi al caso spagnolo, spiega come la funzionalizzazione abitativa alla terza età del patrimonio immobiliare, e non il turismo (che è molto instabile, come si è visto nella pandemia), ed il suo indotto, è un motore di sviluppo economico.

Paz Martín: “Potremmo essere la California d’Europa se scommettessimo su attività basate sull’invecchiamento di qualità”

Paz Martín, un architetto esperto di longevità ha passato anni a lottare per la conversione delle città in spazi sostenibili, accessibili, adattati e compatibili con l’invecchiamento. di Paz Martin, Uppers – 31/10/2020

Per fortuna abbiamo le aree rurali

In Spagna la grande maggioranza della superficie è rurale : il 94%, che rappresenta più di 400.000 chilometri quadrati. Inoltre, il 60% dei comuni rurali ha una popolazione molto anziana (due over 65 per uno under 15) ed in molti di loro ora abitano solo persone over 65. Secondo l’INE il 90% della popolazione del nostro Paese vive nel 30% del territorio e il restante 10% nel 70% di esso. Questo evidente squilibrio demografico, insieme all’esodo rurale, ha fatto scattare l’allarme . Molti settori chiedono, ormai da anni, una strategia nazionale per alleviare questi problemi. Comuni che concentrano il 10% della popolazione spagnolaComuni spagnoli con solo il 10% della popolazione – Ministero della Politica Territoriale e della Funzione Pubblica

Perché dovremmo pensare che questa fotografia potrebbe cambiare?

Il 20 febbraio 2020 è stata inaugurata al Guggenheim Museum di New York la mostra ‘Countryside: The Future’ dell’influente architetto e intellettuale olandese Rem Koolhaas , noto per il suo spirito, con cui ho avuto la fortuna di lavorare in passato. La mostra, che non ha nulla a che fare con l’architettura o l’arte, mira a correggere la massiccia mancanza di interesse per le aree rurali che si è verificata negli ultimi anni , oscurata principalmente dalla concentrazione sulle città. Nelle parole di Rem: “Volevamo rimettere le cose rurali all’ordine del giorno, e anche mostrare che la campagna è un territorio o dominio, dove si può avere una vita piena”. La cosa più interessante di questo è che Rem è, appunto, riconosciuto per il suo instancabile interesse per l’evoluzione delle metropoli contemporanee. E questo dovrebbe farci pensare quanto sia interessante che sia proprio lui a ricordarci che il futuro dell’architettura è comprendere le sfide poste dall’ambiente rurale , oscurato fino ad ora dalle città, e in cui sono già in atto cambiamenti radicali.

E in Spagna?

El Hueco” è nato 9 anni fa come programma della ONG Cives Mundi. È un ecosistema per la promozione dell’imprenditoria sociale, l’avvio e lo sviluppo di iniziative imprenditoriali legate a tecnologia, ambiente, arte, architettura, comunicazione, azione sociale, ecc. che contribuiscano a ripopolare la Spagna rurale . Le loro aree di lavoro non si limitano solo alla generazione di un nuovo tessuto imprenditoriale o di innovazione nelle aree rurali, uno dei loro obiettivi è anche quello di fuggire dal vittimismo e cambiare la storia, in modo che i potenziali ripopolatori possano capire che il mondo rurale è ancora da scoprire e che è davvero il luogo dove ci sono infinite opportunità , non solo per lavorare sul campo ma anche per poterci lavorare. A novembre 2017 hanno deciso di lanciare a Soria, PRESURA, la prima fiera per il ripopolamento della Spagna vuota , giunta alla sua quarta edizione con dati incontestabili. In tre giorni di fiera si possono visitare espositori di esperienze imprenditoriali in contesti rurali , ma si può anche assistere a dibattiti, presentazioni, concorsi, concerti e, ovviamente, fare networking. Quest’anno, il covid ha trasformato l’evento in qualcosa di molto più interattivo e meno faccia a faccia.

Perché mi interessa il mondo rurale in quanto esperto di longevità e architettura?

È un fatto verificabile che lo stile di vita rurale , con i suoi difetti e virtù (attività continua, assenza di inquinamento, strette relazioni umane e sociali, senso di radicamento, alimentazione sana, ecc.), Ha un impatto molto positivo sulla speranza di vita dei suoi abitanti , essendo molto comuni le persone molto anziane che vivono nelle zone rurali. Ma anche l’esodo di giovani da queste località, alla ricerca di nuove opportunità, ha portato ad un panorama rurale di una popolazione molto anziana , con la conseguente mancanza di servizi. Questo inevitabilmente fa sì che molte persone anziane debbano trasferirsi in comuni più grandi o addirittura città per continuare la loro vita. A mio avviso, il problema serio sta nel fatto che finora le soluzioni a questa situazione sono state proposte da una prospettiva eminentemente urbana o cittadina. Cioè dal punto di vista dell’efficienza e della chiara ottimizzazione economica. Le reali esigenze di quei luoghi non sono state considerate. La buona notizia è che è proprio negli ambienti rurali che le dimensioni e le dimensioni di questo problema consentono soluzioni sociali più innovative. È anche vero che molte persone anziane che vivono nelle grandi città hanno iniziato un esodo verso le aree rurali dove possono invecchiare in modo sano e attivo. E non solo loro: il fenomeno del telelavoro, favorito dai covid, ha scatenato in molte persone un interesse, fino ad ora sconosciuto, a tornare in contesti rurali . In questo senso, e nella piena convinzione che l ‘”economia d’argento” sia e sarà un motore economico di prima grandezza , non posso fare a meno di vedere il mondo rurale come una tela bianca ancora da riempire rispetto all’innovazione sociale. Per questo, dal 2019, faccio parte del gruppo abitativo G100: un gruppo di 100 persone provenienti da tutta la Spagna che partecipano a Terris (Territori e Innovazione Sociale) nel processo di co-creazione di una nuova ruralità.

Esempi di iniziative rurali per la terza età

Il primo è “Vellosillo Dreams”, un’iniziativa di Jorge Juan, un ex economista che ha creato una galleria rurale autogestita per ripopolare Vellosillo, una città di Segovia. “Vellosillo Dreams” è un fondo di venture capital che ha fatto un appello alle aziende (innovative, tecnologiche, ambientali …) di candidarsi per avviare la propria attività a “Vellosillo”. In meno di tre mesi hanno ricevuto 400 proposte. E ora sono in corso cinque progetti all’avanguardia, replicabili, sostenibili nel tempo e innovativi. In una settimana, Vellosillo ha ricevuto 300 richieste di abitazione in città. Ci sono anche iniziative proposte dai giovani e rivolte alla terza età. Uno di questi è quello del maggiordomi rurali, un’iniziativa di logistica sociale . È un’azienda che distribuisce servizi e prodotti nelle zone rurali e consente la permanenza degli anziani. Le persone che vivono in città non pagano per quel servizio, quindi non pagano di più per il prodotto di quanto farebbe qualcuno nella capitale. Hanno iniziato con il cibo, ma oggi distribuiscono già giocattoli, giardinaggio e una serie di prodotti e servizi. È interessante anche perché se c’è un negozio in città, non servono prodotti che puoi trovare in quel negozio, quindi il proprietario non deve chiudere e andarsene. Infine, un’altra preziosa iniziativa è quella di ‘Brisa del Cantábrico’, un progetto di cohousing senior a Meruelo (Cantabria). Fenomeni come il senior cohousing, con il 70% situato in contesti rurali , rappresentano un nuovo modo di vivere in età avanzata, socialmente sostenibile e che, come conseguenza della sua localizzazione, accrescono notevolmente il numero della popolazione rurale, ottenendo più servizi pubblici, e fornendo anche risorse per il tempo libero e la partecipazione agli anziani residenti. D’altra parte, rappresentano anche un chiaro motore economico per queste località , a causa della necessità di servizi associati che queste comunità richiedono.

Firmato accordo tra Demanio e InvestItalia per progetti pilota di riqualificazione aree abbandonate

Investitalia. Un’intesa istituzionale finalizzata ad individuare, strutturare e implementare iniziative per la realizzazione di strategie di sviluppo territoriale, sostenibilità e innovazione, funzionali a politiche anticicliche di investimenti, al sostegno alla crescita economica e all’attrazione di capitali privati è stata sottoscritta dall’Agenzia del Demanio e dalla Struttura di Missione InvestItalia della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L’obiettivo è quello di riqualificare le aree dismesse del Paese, valorizzando gli immobili pubblici sottoutilizzati o in stato di abbandono in chiave economica e sociale, attraverso forme di partenariato pubblico-privato e altri istituti assimilabili, in grado di convogliare investimenti su asset di pregio storico, culturale e naturalistico, con vocazione turistica o sportiva.

Edilportale. Riqualificare le aree dismesse del Paese, valorizzando gli immobili pubblici sottoutilizzati o in stato di abbandono in chiave economica e sociale, attraverso forme di partenariato pubblico-privato e altri istituti assimilabili, in grado di convogliare investimenti su asset di pregio storico, culturale e naturalistico, con vocazione turistica o sportiva.
 
È l’obiettivo dell’intesa sottoscritta qualche giorno prima di Natale dall’Agenzia del Demanio e dalla Struttura di Missione Investitalia della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un’intesa istituzionale finalizzata ad individuare, strutturare e implementare iniziative per la realizzazione di strategie di sviluppo territoriale, sostenibilità e innovazione, funzionali a politiche anticicliche di investimenti, al sostegno alla crescita economica e all’attrazione di capitali privati.

 

Casa a gestione comunitaria, un elemento cruciale della politica abitativa

07 dicembre 2020

I modelli di abitazione cooperativa, che antepongono le esigenze dei residenti al profitto privato, elevano lo standard di alloggi economici e adeguati. Questo modello fa parte di una gamma più ampia di concetti di spazio abitativo che sono stati presentati in tre webinar con il titolo generale “Impegno della città per un diritto alla casa” . Gli organizzatori erano i programmi URBACT e Urban Innovative Actions (UIA).

Articolo dell’esperta URBACT Laura Colini e dell’esperta URBACT Levente Polyak

Tipicamente, tali forme di alloggio si basano su azioni amministrative che armonizzano i desideri individuali con le esigenze collettive e garantiscono un mix sociale di inquilini. La vita coordinata crea anche forme di vita più adatte a soddisfare le complesse esigenze socioeconomiche, sanitarie ed ecologiche di individui, comunità e città nel 21 ° secolo.

“Non c’è dubbio che la vita in comune diventerà sempre più importante in quanto include concetti come il sostegno e la solidarietà che molte persone desiderano”.

Michalis Goudis, Direttore della comunicazione di Housing Europe

Questo articolo introduce forme comuni di programmi di alloggio cooperativi e basati sulla comunità che sono stati discussi durante i webinar. Riflette anche sul contributo che danno per soddisfare i bisogni sociali moderni. Infine, verrà indagata la questione di cosa si potrebbe fare a livello europeo per supportare tali modelli di soluzioni come parte di un approccio globale al diritto alla casa.

Capire la diversità: vita coordinata

Ci sono una serie di descrizioni per la vita coordinata in modo collaborativo. Questi includono, ad esempio, la vita “collettiva”, “collaborativa”, “guidata dai residenti”, “partecipativa” e “auto-organizzata”, nonché i termini “co-living”, “produzione sociale di spazio vitale” e “autocostruzione”. Un filo conduttore è la partecipazione dei futuri residenti e il processo decisionale collettivo, nonché la visione dell’abitare e della terra come bene comune. Questi modelli sono ampiamente visti come un complemento ai programmi abitativi sponsorizzati dal governo o dalla comunità e vanno oltre il semplice soddisfacimento dei bisogni abitativi primari. I driver per tali modelli abitativi sono generalmente l’accessibilità,Desiderio di vita comunitaria e inclusione sociale, nonché opinioni progressiste sull’uguaglianza di genere, la sostenibilità ecologica e il cambiamento demografico. I modelli di alloggio cooperativo possono quindi essere un’importante fonte di coesione sociale nelle città europee e superare varie forme di isolamento sociale e impoverimento materiale. La varietà di approcci che gli attivisti stanno ricercando ha anche reso il vivere un importante campo di innovazione in termini di impegno comunitario, inclusione sociale, economia solidale, finanziamento etico e progettazione partecipativa.I modelli di alloggio cooperativo possono quindi essere un’importante fonte di coesione sociale nelle città europee e superare varie forme di isolamento sociale e impoverimento materiale. La diversità degli approcci che gli attivisti stanno ricercando ha anche reso il vivere un importante campo di innovazione in termini di impegno comunitario, inclusione sociale, economia solidale, finanziamento etico e progettazione partecipativa.I modelli di alloggio cooperativo possono quindi essere un’importante fonte di coesione sociale nelle città europee e superare varie forme di isolamento sociale e impoverimento materiale. La diversità degli approcci che gli attivisti stanno ricercando ha anche reso il vivere un importante campo di innovazione in termini di impegno comunitario, inclusione sociale, economia solidale, finanziamento etico e progettazione partecipativa.

La dott. Darinka Czischke, relatore al webinar e ricercatore presso TU Delft, sottolinea anche che la vita in comune ha subito molti cambiamenti nel secolo scorso. Forse la versione più comune è quella degli alloggi cooperativi, emersa nei primi anni del XX secolo come parte del più ampio movimento cooperativo. Vari eventi sociali hanno successivamente contribuito alla ricerca di alternative alla costruzione di alloggi pubblici e basati sul mercato. Questi includono il movimento per i diritti civili degli anni ’60, che ha guidato la creazione del primo Community Land Trust (CLT), così come i movimenti di emancipazione degli anni ’70, che alla fine hanno portato a nuove forme di vita collettiva. Più recentemente, la crisi abitativa globale ha generato una nuova generazione di attivisti dell’edilizia abitativa in molte città, chiedendo la costituzione di cooperative, alloggi collettivi autogestiti e CLT. Nel nostro webinar, ci siamo concentrati su tre modelli, utilizzando esempi di città, finanziati da UIA o URBACT: la cooperativa, il community land trust ed i modelli di alloggi condivisi.

Il webinar ha fornito l’opportunità di ascoltare voci attive da tutti i settori, inclusi membri selezionati, funzionari e attivisti. Daremo uno sguardo più da vicino ad alcune di queste forme nelle sezioni seguenti.Finanziato da UIA o URBACT, su tre modelli: la cooperativa, i fondi di comunità e i modelli di vita condivisa. Il webinar ha fornito l’opportunità di ascoltare voci attive da tutti i background, inclusi membri selezionati, funzionari e attivisti. Daremo uno sguardo più da vicino ad alcune di queste forme nelle sezioni seguenti.Finanziato da UIA o URBACT, su tre modelli: la cooperativa, i fondi di comunità e i modelli di vita condivisa. Il webinar ha fornito l’opportunità di ascoltare voci attive da tutti i background, inclusi membri selezionati, funzionari e attivisti. Diamo uno sguardo più da vicino ad alcune di queste forme nelle sezioni seguenti.

Forme collaborative di vita nel nord del mondo, dottor Darinka Czischke

Forme collaborative di vita nel nord del mondo, del Dr. Darinka Czischke

Vita cooperativa: un approccio pertinente

Andreas Wirz, membro del consiglio della Swiss Housing Cooperative, ha spiegato che il suo paese ha una lunga tradizione di alloggi cooperativi. Questa tradizione può essere fatta risalire a un impulso degli anni ’80, quando scoppiò una nuova ondata di entusiasmo per forme alternative di convivenza. Oggi a Zurigo ci sono circa 35.000 unità residenziali cooperative, mentre il 25% di tutti gli appartamenti in affitto non ha scopo di lucro. Le cooperative abitative offrono un’ampia varietà di dimensioni e planimetrie per singoli appartamenti, combinati con spazi collettivi. Tali modelli possono quindi rispondere efficacemente alle esigenze della comunità e delle varie famiglie e individui in un modo che non è solo il modo più economico di vivere in Svizzera,inoltre occupa meno spazio rispetto ad altre forme di vita. Il modello svizzero, con il suo sistema consolidato di alloggi cooperativi, si basa su una forte collaborazione con attori pubblici. A Zurigo, ad esempio, i sussidi agli alloggi locali e regionali sono integrati da garanzie ipotecarie federali e da un ufficio centrale per la costruzione di alloggi senza scopo di lucro. Inoltre, l’Associazione svizzera delle cooperative abitative sostiene nuovi progetti residenziali con fondi innovativi, fondi di solidarietà e partecipazioni.A Zurigo, ad esempio, i sussidi agli alloggi locali e regionali sono integrati da garanzie ipotecarie federali e da un ufficio centrale per l’edilizia senza scopo di lucro. Inoltre, l’Associazione svizzera delle cooperative abitative sostiene nuovi progetti residenziali con fondi innovativi, fondi di solidarietà e partecipazioni.A Zurigo, ad esempio, le sovvenzioni locali e regionali per l’edilizia abitativa sono integrate da garanzie ipotecarie federali e da un ufficio centrale per la costruzione di alloggi senza scopo di lucro. Inoltre, l’Associazione svizzera delle cooperative abitative sostiene nuovi progetti residenziali con fondi innovativi, fondi di solidarietà e partecipazioni.

Varietà mista con diversi tipi e dimensioni di appartamenti nella cooperativa Kalkbreite di Zurigo. Copyright: Kalkbreite, 2014

Non tutte le cooperative edilizie europee hanno una tradizione così lunga. A Chemnitz, ad esempio, la città partner principale della rete di trasferimento URBACT ALT / BAU, che punta sull’attivazione di scorte abitative inutilizzate e fatiscenti, sono nate ex novo le prime cooperative abitative. Volker Tzschucke, co-fondatore di una delle prime cooperative edilizie a Chemnitz, ha spiegato nel webinar come una cerchia di amici e conoscenti in crescita organica con l’aiuto di una banca cooperativa locale abbia creato un nuovo paradigma di vita in città. In una città in contrazione come Chemnitz, il modello cooperativo può essere uno strumento importante per la ristrutturazione congiunta di edifici e appartamenti sfitti.

Community Land Trust: una valida alternativa alla speculazione immobiliare

Una caratteristica chiave dei Community Land Trusts (CLT), ha affermato Arthur Cady di CLT Brussels (CLTB) al webinar, è che proteggono la terra e le abitazioni dalla speculazione immobiliare. Lo fanno “acquistando terreno e affittandolo ai proprietari di case dell’edificio che si trova sullo stesso terreno con un contratto di locazione a lungo termine”. In base a questo meccanismo, il terreno è tenuto in custodia e solo gli edifici vengono venduti a prezzi fissi. Questi rimangono convenienti a lungo termine. A differenza di altri programmi di proprietà domestica a prezzi accessibili che richiedono sussidi pubblici per corrispondere al prezzo, i CLT richiedono solo un investimento iniziale per acquistare o ristrutturare terreni e edifici. Questo è l’approccio innovativoche è attualmente nell’ambito del progetto UIAÈ in fase di sperimentazione CALICO , dove il finanziamento pubblico è stato fondamentale per acquistare i terreni e mantenere il prezzo delle unità accessibile alle popolazioni strutturalmente povere. https://www.youtube.com/embed/lyjXh6Bkv0U?wmode=opaque&controls=&rel=0

Poiché si tratta di un modello principalmente di proprietà della casa, alcuni dei partecipanti al webinar hanno chiesto cosa accadrebbe se i proprietari volessero vendere le unità CLT. I proprietari possono vendere allo stesso prezzo dell’acquisto più il 25% del valore aggiunto indipendentemente da quanto tempo hanno vissuto lì, quindi il prezzo della transazione rimane al di sotto del prezzo di mercato. Tutti i residenti di CLTB hanno generalmente diritto all’edilizia sociale, il che rende la CLTB un fornitore di alloggi sociali ufficialmente riconosciuto con sovvenzioni regolari dalla Regione di Bruxelles-Capitale. CALICO include un programma per donne single e residenti di generazioni diverse, con strutture e servizi di assistenza integrati nel progetto abitativo.CLTB ha anche un sistema di governance democratico che include non solo autorità e residenti, ma anche vicini e società civile. Ciò consente alla società urbana di partecipare e avere voce in capitolo nel processo di sviluppo. Gli sforzi del CLBT includono anche la formazione delle persone alla gestione della comproprietà, la creazione di spazi comuni che possono essere utilizzati dalle associazioni locali e la fornitura di terreni per iniziative locali.Gli sforzi del CLBT includono anche la formazione delle persone alla gestione della comproprietà, la creazione di spazi comuni che possono essere utilizzati dalle associazioni locali e la fornitura di terreni per iniziative locali.Gli sforzi del CLBT includono anche la formazione delle persone alla gestione della comproprietà, la creazione di spazi comuni che possono essere utilizzati dalle associazioni locali e la fornitura di terreni per iniziative locali.

Ultime tendenze e sforzi nell’edilizia collettiva

Oggi in Europa ci sono 109 CLT in Inghilterra e Galles, 22 in Francia, quattro in Belgio e molti altri attualmente in costruzione in Irlanda, Paesi Bassi e Germania. Anche il progetto Interreg “Alloggi sostenibili per città inclusive e coese(SHICC) , che dovrebbe supportare la creazione di CLT di maggior successo nelle città dell’Europa nordoccidentale (NWE) 2017-2020, sostiene questo.

Il primo CLT tedesco è attualmente in fase di progettazione a Berlino, una città in cui sono già in corso più di 500 progetti residenziali, ma il cui terreno è stato praticamente inaccessibile negli ultimi anni. Come ha spiegato nel webinar Michael LaFond , fondatore dell’Institute of Creative Sustainability and the cohousing berlin database , i CLT offrono un processo di apprendimento che porta l’esperienza dei progetti di co-living e cooperative housing ad un altro livello. Il CLT di Berlino – chiamato Stadt Boden Foundation– sarà una “fondazione di comunità”, un’organizzazione locale democraticamente organizzata con la partecipazione diretta dei residenti, del quartiere, dei donatori, delle istituzioni pubbliche e degli esperti. Pertanto, il CLT di Berlino consentirà a più di poche persone di vivere creando allo stesso tempo un quadro politico più coerente, una più stretta cooperazione con il governo locale, strutture decisionali democratiche più ampie e una prospettiva più solida e a lungo termine per la comunità vivere in città. https://www.youtube.com/embed/W-RYjWBKjpM?wmode=opaque&controls=&rel=0

Altre forme di vita in comune sono state sperimentate anche in contesti istituzionali meno favorevoli. In un contesto con poca tradizione di cooperazione e un settore dell’edilizia residenziale pubblica in rapida contrazione, il distretto di Zugló di Budapest ha sviluppato il progetto E-Co-Housing finanziato dall’UIAcoinvolti nella creazione di una nuova comunità ecologicamente sostenibile. Rebeka Szabó, vice sindaco del distretto, ha affermato che l’ambizione di Zugló è quella di creare un prototipo per un programma di alloggi sociali economicamente fattibile e sostenibile dal punto di vista ambientale che possa essere implementato a livello locale senza la necessità del sostegno del governo. In collaborazione con aziende per le tecnologie verdi, ONG ambientali e sociali e un’università, il comune del distretto ha commissionato un focus group per aiutare a progettare un condominio con stanze comuni e soluzioni tecnologiche intelligenti. Ciò consente ai futuri residenti, ad esempio, di monitorare il proprio consumo energetico.

Vita cooperativa: che ruolo gioca l’UE?

Anche se l’alloggio comune non può risolvere tutti i problemi abitativi in ​​Europa, varie forme di proprietà non speculative possono essere parte della soluzione. Possono svolgere un ruolo chiave in alcune delle esigenze urgenti dell’Europa, come le disuguaglianze abitative, l’esclusione sociale e la sostenibilità. Tutti argomenti che sono stati anche esacerbati dagli effetti del Covid-19. La vita cooperativa mette i residenti e la comunità al primo posto, mette la governance al centro delle loro iniziative e offre modelli per spazi abitativi accessibili ed ecologicamente sostenibili. Le città hanno la responsabilità cruciale di garantire che i propri cittadini traggano vantaggio dall’accesso a alloggi dignitosi e convenienti.Allo stesso tempo, il livello nazionale e anche quello europeo possono svolgere un ruolo importante nel sostenere tali sforzi. Questi includono il Fondo europeo di sviluppo regionale, il Fondo sociale europeo, la Banca europea per gli investimenti, il programmaInvestire nell’UE e molti altri. Anche il networking delle città supportato da URBACT è importante, così come la sperimentazione di programmi innovativi da parte dell’UIA e altre iniziative di scambio come housing2030 . L’ agenda urbana per l’UE (EAU) ha già svolto un ruolo chiave nel sostenere il partenariato su alloggi a prezzi accessibili . Ha riunito rappresentanti di città, stati membri e varie istituzioni e iniziative europee. Nel dicembre 2018 hanno concordato un piano d’azione comune incentrato su “legiferare meglio”, “conoscenza e amministrazione migliori” e “finanziamenti migliori”.

L’ attività di apprendimento congiunto di URBACT e UIA sul tema “Impegno urbano nel diritto alla casa” si basa direttamente su questo e altri lavori dei partenariati dell’Agenda urbana dell’UE. In particolare, il webinar pionieristico URBACT-UIA sul tema dei modelli abitativi municipali ha contribuito alle raccomandazioni del piano d’azione del partenariato sulla buona politica e gestione degli alloggi, sostenendo al contempo i livelli dell’UE a livello locale, regionale e nazionale. Michalis Goudis ha concluso il webinar affermando che questo tipo di scambio di esperienze è un chiaro contributo al futuro della Carta sociale dell’UE Fare dei diritti e del pilastro europeo dei diritti sociali un bicchiere ardente per tutte le politiche dell’UE.

Fonte: https://urbact.eu/community-led-housing-key-ingredient

Reclamare il lavoro, un documentario sul platform cooperativism

Nei primi mesi della pandemia ho tradotto i sottotitoli di un documentario realizzato nel 2020 dal collettivo inglese Black&Brown (https://blackbrownfilm.com).

Il documentario racconta la storia di un gruppo di corrieri che fanno consegne in bicicletta per Deliveroo ed altre aziende della Gig Economy che decidono di creare una piattaforma digitale cooperativa autonoma clonando il software delle multinazionali e distribuendolo come software libero ad altre cooperative.

Economia per il popolo

Contro i credi capitalistici della scarsità e dell’interesse personale, si sta finalmente delineando un piano per la prosperità condivisa dell’umanità

Ho visto enormi sciami di lucciole abbellire il mio giardino come mai prima d’ora, disegnato all’aria purificata dalla nostra arrogante avidità,il loro bagliore un flashback al tempo prima noi, presagio della Terra senza di noi, un promemoria non siamo mai immuni alla natura. Io dico questo potrebbe essere la fine di cui abbiamo sempre avuto bisogno per ricominciare da capo …- Dalla poesia ‘Say This Isn’t the End’ (2020) di Richard Blanco

di Dirk Philipsen, Aeon, 22 ottobre 2020 (Traduzione di Marco Giustini)

Una verità fondamentale è ancora una volta il tentativo di spezzare l’agonia della pandemia mondiale e la perdurante disumanità dell’oppressione razzista. Operatori sanitari che rischiano la vita per gli altri, reti di mutuo soccorso che danno potere ai quartieri, contadini che consegnano cibo ai clienti in quarantena, madri che si mettono in fila per proteggere i giovani dalla violenza della polizia: siamo in questa vita insieme. Noi – giovani e anziani, cittadini e immigrati – facciamo del nostro meglio quando collaboriamo. Infatti, il nostro unico modo per sopravvivere è coprirci le spalle a vicenda, salvaguardando la resistenza e la diversità di questo pianeta che chiamiamo casa.

Come intuizione, non è una novità, o una sorpresa. Gli antropologi ci hanno detto da tempo che, come specie né particolarmente forte né veloce, l’uomo è sopravvissuto grazie alla nostra capacità unica di creare e cooperare. Tutto il nostro prosperare è reciproco” è il modo in cui lo studioso indigeno Edgar Villanueva ha catturato la saggezza secolare nel suo libro Decolonizing Wealth (2018). Ciò che è nuovo è la misura in cui così tanti leader civili e aziendali – a volte intere culture – hanno perso di vista la nostra più preziosa qualità collettiva.

Questa perdita affonda le sue radici, in gran parte, nella tragedia del privato – questa nozione che si è spostata, in breve, dall’idea curiosa all’ideologia al sistema economico globale. Essa rivendicava l’egoismo, l’avidità e la proprietà privata come i veri semi del progresso. In effetti, il concetto errato che molti lettori hanno probabilmente sentito sotto il nome di “tragedia dei beni comuni” ha le sue origini nell’assunto sofomorfico che l’interesse privato sia la guida naturalmente predominante per l’azione umana. La vera tragedia, tuttavia, non sta nei beni comuni, ma nel privato. È il privato che produce violenza, distruzione ed esclusione. Stare sulla sua testa migliaia di anni di saggezza culturale, l’idea del privato separa, sfrutta ed esaurisce variamente coloro che vivono sotto la sua fredda logica operativa.

Nelle società preindustriali, la cooperazione rappresentava la nuda necessità per la sopravvivenza. Eppure la consapevolezza che un insieme sano è più grande delle sue parti non ha mai smesso di informare le culture. Essa incarna i pilastri del cristianesimo tanto quanto l’età dell’oro islamica, l’Illuminismo o il New Deal. Nel bel mezzo di una depressione globale, il presidente degli Stati Uniti Franklin D Roosevelt ha evocato un “patto industriale” – un impegno a vivere il salario e il diritto a lavorare per tutti. Durante gli anni ’60, Martin Luther King, Jr. ha dato voce all’idea più ampia quando ha detto che nessuno è libero finché non siamo tutti liberi. Alla Giornata della Terra del 1970, il senatore americano Edmund Muskie proclamò che l’unica società a sopravvivere è quella che “non tollererà baraccopoli per alcuni e case decenti per altri, … aria pulita per alcuni e sporcizia per altri”. Dovremmo chiamare queste idee per quello che sono – intuizioni civili centrali. La prosperità sociale ed economica dipende dal benessere di tutti, non solo di pochi.

Le culture che si sono fondamentalmente allontanate da questa consapevolezza di solito non se la cavano bene, a lungo andare, dall’Impero Romano al nazismo o allo stalinismo. Il capitalismo neoliberale sarà il prossimo? Piuttosto che riconoscere l’infinita varietà di cose che dovevano esserci per rendere possibili le nostre realizzazioni individuali, si fonda sulla pretesa immatura che i nostri privilegi sono “guadagnati”, resi possibili soprattutto dall’iniziativa privata.

Ma che pretesa è: dove saremmo senza il lavoro e la cura degli altri? Senza il cibo del contadino? Senza l’elettricità e la casa e le strade e la sanità e l’istruzione e l’accesso all’informazione e a centinaia di altre cose che ci vengono fornite giorno dopo giorno, spesso gratuitamente, e di routine senza che noi sappiamo cosa è successo nella loro esistenza? Vedendoci come individui apparentemente liberi di fluttuare, è facile e conveniente indulgere nell’illusione che “l’ho costruito io”. Ho lavorato per questo. Me lo sono guadagnato”.

Il doloroso rovescio della medaglia sono i miliardi di coloro che, senza alcuna colpa, hanno fatto la fine del bastone. Quelli che sono nati nel paese sbagliato, dai genitori sbagliati, nel distretto scolastico sbagliato – “sbagliato” per nessun altro motivo se non che il colore della loro pelle o la loro religione o il loro talento non sono stati favoriti. L’attenzione limitata all’individuo può essere qui vista come un nudo servizio al potere: se chi ha privilegi e ricchezze presumibilmente se le è meritate, lo meritano anche chi ha dolore e difficoltà.

Il pensiero economico standard semina e alimenta la paura di fondo

Vecchi e giovani, intanto, percepiscono la perdita di un patrimonio culturale che trascende il privato, uno scopo che va oltre il marketing di sé. Probabilmente temiamo, a ragione, che, in tutta l’autopromozione, non possiamo più contare sul fatto che gli altri siano lì per noi, per fornirci un lavoro costante, una comunità stabile, un po’ di amore e di gentilezza. Abbiamo paura del cambiamento climatico, la conseguenza ultima del nostro vorace consumo. Temiamo la solitudine e la depressione, il troppo lavoro, la perdita del lavoro, i debiti. Sentiamo, e spesso sperimentiamo, che ognuno che si preoccupa di se stesso tira fuori il peggio di noi: io contro di voi, una tribù contro l’altra. Molti lo vivono semplicemente come una cultura in difficoltà.

Il pensiero economico standard semina e alimenta la paura di fondo, insegnando che siamo tutti in corsa per competere per le risorse limitate. La maggior parte delle definizioni dell’economia tradizionale si basa su una qualche versione della definizione di Lionel Robbin del 1932 come “l’allocazione efficiente di risorse scarse”. La risposta alla scarsità, unita al presunto desiderio della gente di avere di più, naturalmente, è: continuare a produrre. Non sorprende che la stella guida per il successo, sia dei politici che degli economisti di tutto il mondo, sia una metrica grezza, seppur conveniente – il PIL – che non fa altro che contare indiscriminatamente la produzione finale (più roba), indipendentemente dal fatto che sia buona o cattiva, che crei benessere o danno, e nonostante la sua continua crescita sia insostenibile.

È una logica circolare: (1) la scarsità fa sì che le persone abbiano bisogni infiniti, quindi l’economia ha bisogno di crescere; (2) perché l’economia cresca, le persone hanno bisogno di avere sempre più bisogni. Questo pensiero domina il campo dell’economia e gran parte della cultura contemporanea: L’uomo (sì, queste idee provengono in modo preponderante dagli uomini) come l’infinito ottimista degli interessi personali; le persone ridotte a produttori e consumatori; tutti gli aspetti della vita che vanno oltre il semplice accumulo di cose – morale, gioia, cura – confinati all’asilo, alla narrativa e all’occasionale corso di etica al liceo o all’università. Il risultato è ciò che Nicholas Kristof del New York Times definisce una “miopia morale” che minaccia di crollare sotto un cumulo crescente di cose.

Disfunzioni come il cambiamento climatico, il razzismo e la disuguaglianza non sono caratteristiche della vita non estranee e naturali. Al contrario, si basano sulle finzioni e sui fallimenti del “privato” che in seguito si è trasformato in sistemi che ora governano le nostre vite.

In realtà, noi collaboriamo, ci organizziamo insieme, mostriamo amore e solidarietà – come ha documentato il premio Nobel Elinor Ostrom nel suo libro Governing the Commons (1990) – nel processo che invariabilmente crea regole e valori comuni che organizzano la vita comune. Ci affidiamo alla società, alla comunità, alla famiglia, giorno dopo giorno. Eppure, spesso ci sfugge il tragico scollamento tra la nostra realtà vissuta (per quanto a volte sia combattuta) e l’ideologia dominante, che celebra il “privato” nei libri di testo, nei giornali e nei film hollywoodiani. Quando le grandi aziende, guidate da persone che predicano il vangelo del mercato e del guadagno privato, hanno bisogno del pubblico per salvarle, pochi al potere sollevano la domanda più ovvia: perché hai bisogno del denaro pubblico per salvarti se devi tirarti su con le tue gambe?

Una domanda più profonda potrebbe essere: perché la ricchezza e il privilegio – in gran parte costruiti sul libero lavoro della natura e sul lavoro a basso costo dei lavoratori – dovrebbero essere salvati, quando sono in difficoltà, proprio dalle persone altrimenti considerate “usa e getta”?

La particolare versione del “privato come proprietà” ha probabilmente le sue origini nell’impero romano. Si tratta della nozione di dominio assoluto, che denota il diritto di avere il pieno controllo della propria proprietà. Inizialmente, tale dominio era esercitato dal capofamiglia maschio, sia sulle cose che sulle persone – o, più precisamente, sulle cose, ma anche sulle persone che, in quella che forse è stata la prima presa di potere legale in nome del privato, sono state definite come cose (bambini, schiavi).

Quando George Floyd è stato ucciso il 25 maggio 2020, ha messo in evidenza, ancora una volta, che la maggior parte delle persone – poveri, giovani, anziani, neri, neri, marroni, non uomini – sono ancora disponibili nel regime di interesse privato. Troppo spesso vengono violati nel nome poco mascherato della proprietà privata, perpetrato da chi ha il compito di difenderla, la polizia. L’errore dei vandali nelle recenti manifestazioni, come hanno sottolineato i satirici, è stato quello di non saccheggiare in nome di società di private equity. Mettiamola così: perché la legge non ti metta lo stivale al collo, il tuo furto deve arrivare alla scala dei colletti bianchi e alla sanzione del potere.

La tragedia del privato, insomma, non viene dal privato come individuo, ma dal privato come proprietà, come controllo sulla terra, sulle risorse e su altri. Possedere è sempre stato meno una questione di protezione del sé che di esclusione degli altri. Come tale, è una violazione logica dell'”altro sé” o, in realtà, degli altri sé. Tu contro di me – il tuo guadagno come mia perdita.

Nel corso delle generazioni, il furto aperto del patrimonio comune si è trasformato in proprietà privata

Per illustrare: nessun singolo evento, a parte la guerra, ha creato tanta miseria in un paese come l’Inghilterra come quando coloro che hanno accesso alla violenza (armi, leggi, ricchezza) hanno privatizzato e recintato la terra di cui la gente aveva bisogno per rimanere in vita. Si è arrivati al cosiddetto “recinto dei beni comuni”, ma ha rappresentato un furto su vasta scala e sanguinoso, che ha permesso a una minuscola percentuale di persone di escludere la maggioranza dall’accesso a un patrimonio comune. Da allora il risultato è stato naturalizzato e replicato in tutto il mondo e sancito dalla legge come “diritto di proprietà privata”.

Nessun corpo è stato mai più violato di quelli brutalizzati come schiavi o servi, tutto in nome del profitto e – come hanno documentato minuziosamente autori come Kidada Williams – santificato da un regime vizioso di proprietà privata. Il razzismo, come ci ricordano i pensatori da C. L. R. James ad Angela Davis a Barbara e Karen Fields, è un elemento essenziale del sistema del capitale privato.

Nessuna forma di governance, sociale o economica, ha saccheggiato le risorse fornite dalla natura quanto la proprietà privata (anche se la proprietà statale del comunismo si è avvicinata).

Nessuna singola circostanza mina oggi i diritti e le libertà politiche più della povertà – la violenta esclusione dai diritti umani essenziali: accesso al lavoro, al reddito, alle risorse vitali.

Il privato come dominio sulla proprietà, quindi, viola inevitabilmente il privato come integrità personale e libertà. Gli esseri umani diventano oggetti – il mio schiavo, il mio lavoratore, il mio figlio – e si vedono negare l’accesso all’essenziale della vita. Così privato dell’indipendenza, il privato riduce la libertà della maggioranza, tutti coloro che non hanno accesso a capitali sufficienti, alle ristrette scelte fornite dal mercato al servizio della proprietà privata – sono, nelle parole di Amartya Sen, di fatto negate “la capacità di realizzare il proprio pieno potenziale come essere umano”.

Nel corso delle generazioni, il furto aperto del patrimonio comune si è mascherato da proprietà privata, nascondendosi dietro i contratti legali e la fredda finzione del denaro come ricchezza. Ci si abitua ai costumi, suggerisce questa storia, anche quando sfidano il pensiero razionale. Gli originari combattenti per la libertà contro il recinto della terra comune, gruppi come “gli Scavatori”, erano notevolmente meno mistificati dei loro moderni compatrioti: nessuno è libero, dichiararono nel 1649, “finché i poveri… non avranno un’indennità gratuita per scavare e lavorare i Comuni”. Thomas Jefferson (il combattente per la libertà, non lo schiavista) avrebbe capito la logica – come Toussaint L’Ouverture o Nelson Mandela.

Legalmente “liberati” a vendere la loro forza lavoro, i senza terra sono stati invece ridotti a uno stato di povertà estrema, dove sono diventati le “masse” involontarie che popolano i satanici mulini della prima industrializzazione – la libertà come scelta tra la miseria o la morte.

La scusa per la spietatezza dell’esclusione e dello sfruttamento degli altri in nome dell’interesse privato era sempre la stessa: la prospettiva di un futuro migliore per tutti. Oggi ci si dovrebbe chiedere: ha avuto successo? È una domanda a cui è molto più difficile rispondere di quanto i moderni apologeti come Steven Pinker vorrebbero farci credere. Sì, il capitalismo (basato sull’interesse privato) ha generato una ricchezza e una conoscenza senza precedenti.

Questa creazione esplosiva di ricchezza, tuttavia, è arrivata, e continua ad arrivare, con un prezzo ripido ed esponenzialmente in aumento. Alimentata dai combustibili fossili, sta esaurendo e bruciando il pianeta. Il progresso capitalistico, basato sull’estrazione e lo sfruttamento, porta con sé una violenza e una distruzione crescenti. Il rovescio della medaglia della civiltà, nelle parole di Walter Benjamin, sembra essere “un documento di barbarie”. La crescita, l’espansione, lo sviluppo – la lotta per conquistare la scarsità ha dato e ha preso in larga misura da coloro che popolavano la nostra terra. Forse è finalmente giunto il momento di riconoscere la carneficina che ha creato la ricchezza.

All’inizio, le economie moderne sono riuscite a fornire più calorie a un paziente affamato. Sulla base di questo successo iniziale, la professione economica (senza dubbio basata su sofisticati modelli matematici) ha concluso che più calorie miglioreranno per sempre la salute. Ora, avendo a che fare con un paziente letalmente obeso, i nostri leader e consulenti economici resistono ostinatamente a riconoscere l’ovvia domanda: se continuiamo con un regime di calorie in aumento esponenziale, non inabiliteremo, se non uccideremo, il paziente – noi stessi?

Molto è stato detto su come l’incessante corsa per avere di più, più grande, più veloce ha anche portato a una crisi di significato e di scopo, ciò che King, Jr. ha definito una “morte spirituale” crescente del vivere in una società “orientata alle cose” piuttosto che “orientata alla persona”, o ciò che D. H. Lawrence ha semplicemente etichettato come “la Mammona dell’avidità meccanizzata”.

Ma che la morte sia una morte di spirito o di significato, o la morte effettiva della natura e delle persone, tutto nasce da una radice comune: la storia unica dell’interesse personale, e la sua manifestazione logica, il privato. Non dobbiamo fuggire dalla Terra”, come ci esorta l’attivista ambientale Vandana Shiva nell’Unità contro l’1% (2019), “dobbiamo fuggire dalle illusioni che rendono schiave le nostre menti…”.

Produciamo e cresciamo abbastanza perché ogni bambino, donna e uomo possa avere una vita buona e dignitosa ovunque viva

Ora viviamo in un mondo diverso. Tutto ciò che in passato poteva essere giustificato per superare la povertà e la scarsità non è più valido. Oggi ci troviamo di fronte a una sfida completamente diversa. Non troppo poco, ma troppo. Non la scarsità, ma l’abbondanza.

Nel mondo moderno, più è in realtà meno. In effetti, i costi della crescita economica hanno cominciato a superare i loro benefici, visibili nel saccheggio dell’ambiente e nell’aumento delle disuguaglianze. Non abbiamo più bisogno di più, ma piuttosto di una migliore e più equa distribuzione, al fine di fornire prosperità a tutti. Collettivamente, produciamo e cresciamo abbastanza perché ogni bambino, donna e uomo possa avere una vita buona e dignitosa ovunque viva. Come comunità mondiale, sappiamo di più e creiamo più di quanto sappiamo elaborare. È un risultato enorme. Dovremmo festeggiare e godercelo insieme, piuttosto che rimanere sulla strada deplorevole di contrapporre l’uno contro l’altro nella corsa per sempre, uno che muore di troppo, l’altro di troppo poco.

Eppure, i nostri sistemi economici dominanti continuano a seguire l’estrazione coloniale e la brutale esclusione, creando due problemi esistenziali organicamente correlati: il perpetuarsi (e in alcuni casi l’intensificarsi) della povertà e la violazione dei limiti biofisici del nostro pianeta. Che tragica ironia che, all’inizio del XXI secolo, i dipartimenti di economia dell’istruzione superiore in tutto il mondo istruiscano ancora alcune delle nostre menti più brillanti su modelli economici semplicistici circa l’efficiente allocazione delle scarse risorse, piuttosto che su come costruire in modo sostenibile la buona vita basata sull’abbondanza di conoscenza e risorse.

Per sottolineare: inseguendo lo spauracchio della scarsità, siamo ormai in procinto di superare alcune spaventose soglie storiche, alterando la composizione stessa della vita e creando un futuro insostenibile per i nostri figli e nipoti. È la barbarie 3.0.

Mi chiedo se la vera tragedia del privato stia nel separare ciò che può funzionare solo quando insieme, nel processo di esclusione, individualizzazione, distruzione, alienazione e, di conseguenza, minando l’innata creatività e la resistenza di un sistema necessariamente complesso di interazione – tra uomo e uomo, e tra uomo e natura.

Viviamo nel mezzo di una transizione storica. Potrebbe essere la nostra grande fortuna che, in questo frangente, abbiamo ancora una scelta: svegliarci, o continuare a confonderci sul nostro cammino attuale. Se scegliamo quest’ultima opzione, come la maggior parte degli esperti mainstream di tutto il mondo continua a dirci, “il collasso è molto difficile da evitare”.

Certamente, la storia di come siamo arrivati qui, e le opzioni per cambiare rotta, sono immensamente complesse. Eppure il motivo per cui il collasso è virtualmente assicurato se continuiamo sul nostro percorso attuale è in realtà abbastanza semplice: troppo.

Il tallone d’Achille delle economie moderne è il carattere esponenziale della crescita economica. Sulla base di quello che gli economisti considerano un tasso di crescita “sano” di circa il 3%, l’economia dovrebbe raddoppiare la produzione all’incirca ogni 23 anni. Se tale crescita è difficile da immaginare, è perché è assurda. Immaginate economie come gli Stati Uniti con 16 volte la produzione in 100 anni, 256 volte in soli 200 anni, o 5.000 volte in soli 300 anni. C’è un diagramma nella teoria economica, scrive Kate Raworth in Doughnut Economics (2018), che “è così pericoloso che non viene mai disegnato: il percorso a lungo termine della crescita del PIL”.

Dovremmo invece chiederci: a cosa diamo veramente valore? E come lo misuriamo? Quando gli autori scrivono di economie per il bene comune, o per il benessere di tutti, mettono in evidenza un insieme di valori molto diversi da quelli, basati sulla proprietà privata e sul guadagno privato, che oggi dominano le economie moderne – non l’efficienza ma la salute e la resilienza; non la linea di fondo ma il benessere collettivo. Si fondano sull’affermazione morale di base che, come afferma lo studioso di diritto Jedediah Purdy in This Land Is Our Land (2019), “il mondo appartiene in linea di principio a tutti coloro che vi sono nati”.

La maggior parte delle tradizioni civili concordano sul fatto che tutti coloro che vengono portati in questo mondo dovrebbero avere la stessa pretesa di prosperare. Se seguiamo queste tradizioni, dobbiamo concludere che le culture “già parcellizzate” nella proprietà privata e nella ricchezza sono moralmente in bancarotta. Esse danno più valore al privato che alle persone.

Noi diamo valore a ciò che misuriamo. Quando misuriamo le cose sbagliate, il risultato è perverso

In Il valore di tutto (2019), l’economista Mariana Mazzucato indica un difetto di fondo nel pensiero: “finora abbiamo confuso il prezzo con il valore”. Gli economisti e i politici hanno creato un sistema scollegato dal mondo reale che privilegia le transazioni di mercato sul nostro benessere personale e planetario. Anche questa è una logica circolare standard: i guadagni sono giustificati perché è stato prodotto qualcosa che presumibilmente ha valore; il valore, a sua volta, è definito dall’ammontare dei guadagni.

Ecco forse il punto cruciale della nostra era tecnocratica: noi diamo valore a ciò che misuriamo. Quando misuriamo le cose sbagliate, il risultato è perverso. Oggi, ciò che conta di più per una vita fiorente non viene affatto considerato nei nostri indicatori di performance economica dominante. Un ambiente naturale che continuerà a fornirci aria fresca, acqua pulita, suolo ricco – non si contano. Comunità che educano e nutrono i loro membri – non contate. Forme di governance con un grado stabile di responsabilità – non contate. Alla fine: la nostra capacità di continuare a vivere sulla Terra (cosa si intende con la parola sostenibilità) – non contato. Abbiamo un sistema economico, riflette Lorenzo Fioramonti in Economia del benessere (2017), “che non vede alcun valore in nessuna risorsa umana o naturale se non viene sfruttata”. Il risultato è quello che la storica della medicina Julie Livingstone chiama “crescita autodistruttiva”. Le triplici sfide del cambiamento climatico, della pandemia e del razzismo sistemico evidenziano i difetti sistemici più profondi.

Forse non è realistico, quindi, aspettarsi che gli individui facciano scelte più intelligenti, quando il ragionamento economico dominante li ricompensa per essersi mossi nella direzione sbagliata. Vedo questo ogni primavera quando i laureandi di talento si trovano di fronte a scelte limitate per il loro futuro: diritto societario, consulenza, finanza, medicina altamente specializzata. Si può andare avanti con l’idea di spingere gli investitori a fuggire, di assuefare i consumatori a un numero sempre maggiore di prodotti o di fare carriera mentendo al pubblico, ma rendere praticamente impossibile a chi cerca un futuro sostenibile e una vita equilibrata di pagare le bollette?

L’urgenza di oggi potrebbe invece richiedere un cambiamento nella logica operativa, un sistema che sostenga i valori fondamentali che compongono ogni vita prospera – salute, diversità e resilienza. Si potrebbe chiamare “prosperità condivisa all’interno dei confini biofisici” o, come dice Raworth, “economia delle ciambelle”.

In qualunque modo la chiamiamo, abbiamo bisogno di un’economia incentrata sulla prosperità condivisa, piuttosto che sulla chimera che più soldi in qualche modo, un giorno, magicamente, ci porteranno lì. È un semplice e duro riconoscimento della realtà.

Al di là di ciò che è possibile, dovremmo chiederci cosa vogliamo veramente. Forse la tragedia più profonda del privato non è nemmeno la distruzione della nostra casa in nome dell’interesse personale, ma il perdere la più grande opportunità della storia, non rendendosi conto di ciò che i pensatori del passato potevano solo sognare – una vita liberata dal bisogno e dalla scarsità. Una cultura in cui “l’amore per il denaro come possesso”, per dirla con le parole di John Maynard Keynes nel 1930, “sarà riconosciuto per quello che è, una morbosità un po’ disgustosa”. Un futuro, come lo ha giustamente riassunto Vandana Shiva, in cui “la moneta dell’economia non è il denaro, ma la vita”.

È un dolore della ristrettezza che le culture moderne, per la maggior parte, non si danno più il permesso di sognare e di lottare per una vita migliore. Piuttosto che idolatrare una grandezza del passato o un falso realismo che non lo è mai stato, perché non immaginare un adulto cresciuto e sano che non sia più prigioniero del regime delle “sempre più calorie” – una mente liberata dall'”amore per il denaro” che l’economista della sostenibilità Tim Jackson ha immaginato in Prosperity Without Growth (2009). Eppure potrebbe essere ancora di più. Prosperità senza prigionia mentale e culturale, senza la fatica del lavoro salariato e la triste riduzione della vita alle analisi costi-benefici – una vita, per dirla con le parole del poeta Langston Hughes, “dove l’avidità non fa più schifo all’anima”.

Potrebbe essere una vita come la immaginavano teorici come adrienne maree brown in Emergent Strategy (2017) e i giovani attivisti dell’International Indigenous Youth Council, del Movement for Black Lives, Fridays for Future, del Sunrise Movement o della Wellbeing Economy Alliance. Le persone di questi gruppi immaginano la vita all’interno di comunità stabili e sane, rispettose delle differenze. Immaginano economie rigenerative e senza emissioni di carbonio, comunità che offrono un lavoro significativo a tutti coloro che lo desiderano. Hanno elaborato proposte politiche sofisticate (vedi link sopra), e hanno redatto resoconti dettagliati di una possibile economia del benessere. Si battono per quello che la studiosa di diritto Amna A Akbar del New York Times ha definito un sistema di governance “la cui lealtà primaria è verso i bisogni della gente invece che verso il profitto”. In breve, trovando la nostra sovranità personale e collettiva, potremmo, in solidarietà tra di noi, costruire una società fiorente per il bene comune, non solo per pochi eletti.

Data la nostra attuale situazione globale, la tentazione è quella di liquidare tutti questi pensieri come idealistici e ingenui. Eppure, se si presta molta attenzione, i segni della vita si stanno facendo strada ovunque nell’edificio dei vecchi. Come ci ricorda la teorica sociale Patricia Hill Collins, “c’è sempre la scelta e il potere di agire, non importa quanto la situazione sia tetra”.

Sì, un futuro di benessere sostenibile renderà obsolete molte competenze e professioni

I millenni tedeschi hanno chiamato i loro anziani con la missiva Ihr habt keinen Plan (2019), o ‘You Don’t Have a Plan’, e poi si sono messi a costruire una visione che mantiene la promessa per le generazioni future. L’intellettuale pubblico Rutger Bregman ci chiede di smettere finalmente di difendere l’indifendibile. Il suo libro Utopia per i realisti (2017) si fonda su una profonda realizzazione: molte utopie sono più realistiche della realtà attuale, per quanto quest’ultima sia difesa come unica opzione da coloro che hanno abiti, imponenti lauree universitarie e grandi conti bancari.

Abbiamo bisogno di un ampio dialogo democratico sul mix di politiche che potrebbero funzionare meglio nel promuovere il bene comune, nel superare la tragedia del privato. Una nuova libertà dovrà annidarsi nella realtà della natura e nei diritti degli altri. I limiti saranno riscoperti come essenziali per la libertà. Ciò richiederà transizioni difficili – lontano dai combustibili fossili o dal consumo di massa di carne o dall’accettazione di una disuguaglianza dilagante. Sì, un futuro di benessere sostenibile renderà obsolete molte competenze e professioni, eliminando probabilmente più posti di lavoro di quanti ne sostituiscano, aprendo opportunità di settimane lavorative più brevi per tutti. Tra i molti percorsi possibili in futuro, saranno essenziali le seguenti caratteristiche fondamentali:

normative locali, nazionali e internazionali che impediscano il superamento di soglie ecologiche critiche;
la riparazione dei più gravi fallimenti del mercato attraverso la contabilità dei costi reali, la corretta valutazione del lavoro essenziale, la fine della privatizzazione dei guadagni e la socializzazione dei costi, e la compensazione dei servizi ecosistemici essenziali e dell’economia della cura (una contabilità completa dei costi della benzina, per esempio, potrebbe far salire il prezzo a 16 dollari al gallone);
rendere disponibili a tutti i cittadini i servizi di base e il reddito di base (potremmo chiamarla una “verità evidente che tutti i Terrestri hanno un diritto inalienabile alle precondizioni della vita, della libertà e della felicità”);
l’accesso al lavoro per tutti, perché tutti meritano l’opportunità di dare un contributo significativo;
un riconoscimento morale di base che nulla – né la razza, né la nazione, né il genere, né i contributi personali, né il vostro codice postale – dovrebbe mai essere causa legittima di estrema povertà o di eccessiva ricchezza;
e, più fondamentalmente, un riconoscimento di base che non possediamo o controlliamo questo pianeta, ma semplicemente lo prendiamo in prestito “dalla settima generazione” – quelli che vengono dopo di noi. Il principio dovrebbe essere sempre, come molti hanno imparato all’asilo: “Lascialo buono come, o meglio, come l’hai trovato”.

Sì, è il momento di riscrivere la sceneggiatura. Un clima di profonda crisi, una pandemia globale, il razzismo sistemico e la disuguaglianza sono parte integrante della stessa brutta sceneggiatura, la tragedia del privato, aggravata dall’incapacità (o dalla mancanza di volontà?) dell’élite di contemplare un futuro migliore.

Anche se il ristretto egoismo, se elevato a ideologie al servizio del privato, ha ripetutamente portato il mondo sull’orlo del disastro, finora siamo sopravvissuti in gran parte grazie alla nostra capacità di cooperare. È giunto il momento di rendere la nostra eccezionale capacità umana di creare e cooperare parte delle nostre strutture di governance – parte della logica operativa delle società moderne. Forse allora potremo dare vita a ciò che gli altri possono solo immaginare: un sistema incentrato sul benessere delle persone e del pianeta, liberando le nostre capacità individuali e collettive.

Autore. Dirk Philipsen è uno storico dell’economia e un sostenitore dell’economia del benessere che insegna politica pubblica e storia alla Duke University in North Carolina. È anche un senior fellow presso il Kenan Institute for Ethics. Il suo libro più recente è The Little Big Number: How GDP Came to Rule the World and What to Do About It (2015).

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