Valori, denaro e linguaggio

di Felice Accame, A-Rivista (marzo 2018)

Una società basata sul “denaro a tempo” è un’ipotesi che nessun Potere a noi noto ha mai permesso né ci permetterebbe di verificare. Domandiamoci il perché.

1. Considerandolo come risultato di operazioni mentali il valore – ogni valore – “si costituisce con il porre una cosa in un rapporto, per la sua possibilità o meno di soddisfarlo”. Silvio Ceccato – cui si deve la semplicissima analisi – lascia implicito, allora, che le cose in questione devono essere almeno due – se no, addio rapporto – e che un’operazione mentale pregressa abbia determinato le condizioni della cosiddetta “soddisfazione”. Se l’acqua è valore, insomma, lo è in rapporto alla sete, per esempio, o in rapporto alla composizione chimica del nostro organismo e questo rapporto può andare a buon fine soltanto in base ad un sapere pregresso (quella volta che ho bevuto acqua ho soddisfatto la mia sete; l’acqua bevuta ha rimediato agli effetti della disidratazione).

2.  Sembrerà strano, ma, nella storia del mondo, questa consapevolezza è rara – rarissima – e contrastata – contrastatissima. Ha avuto più successo la tesi che sostiene la naturalità o l’assolutezza dei valori. In un caso o nell’altro, la loro trascendenza, perché sia quando si è invitati ad individuarli nel “gran libro della Natura”, come quando si è invitati più semplicemente a ottemperare ad una Tavola delle Leggi, sempre di una mediazione si ha necessità (lo scienziato, il guru, lo stregone, il prete, etc.). E nel momento in cui si sostiene l’origine trascendente dei valori – di qualsiasi valore -, va da sé che l’individuo ne venga espropriato. Con tutte le conseguenze sull’ordine sociale che una tale condizione comporta.

3.  Dio, Patria e famiglia, il piercing sull’ombelico, il telefono cellulare, i gerani sul davanzale, l’oro e la Bibbia, pertanto, possono essere considerati per il valore di cui sono investiti – da una, da una quindicina o da una miliardata di persone. La loro diffusione dipende sia dalla forza delle agenzie ideologiche che dalla predisposizione di coloro che li fanno propri o, meglio, da quel lungo e durissimo processo educativo cui l’individuo viene sottoposto prima di acquisire quel minimo grado di autonomia che, nella struttura sociale, potrà permettersi. Il biologo Richard Dawkins ci ha insegnato a vedere la diffusione delle idee in termini di infezione da virus e, in fin dei conti, l’analogia non risulta del tutto inutile. Le agenzie ideologiche, allora, fungono da untori.

4.  Alla Borsa dei Valori, Dio patria e famiglia hanno i loro alti e bassi, ma quotati lo sono sempre. Come i cibi e le bevande, anche se, in certe circostanze, il caviale vale più del pane (o viceversa) e il Moet&Chandon vale più della gazzosa (o viceversa). Ma si dà anche il caso di valori che, più o meno da un giorno all’altro, non vengono più quotati: il flogisto nella storia delle scienze fisiche, l’hula hop, la lettera 22 dell’Olivetti e l’abitino alla marinaretta ne sono alcuni esempi – anche se, in certi casi, cambiano semplicemente di listino: da valori d’uso a valori di scambio, da cose a simboli, da simboli a simboli di simboli. Da tutto ciò emerge come problema quello del tempo. Per quanto si diano da fare in questo senso le agenzie ideologiche più potenti, nulla sembra tanto valorizzato da poter resistere per l’eternità – come ogni altra attività umana, i processi di valorizzazione hanno una durata e questa durata è determinata anche – e, presumibilmente, non solo – dalla concorrenza: Dio patria e famiglia sono stati spesso considerati complementari e, pertanto, l’uno ha dato una mano all’altro; Cattolicesimo e relativismo, invece – almeno a sentirne la versione cattolica –, sembrerebbero conflittuali (che poi lo siano, visti i mutamenti di rotta nella storia della Chiesa, è tutto da dimostrare), come la Coca-Cola e la Pepsi o come la bistecca di manzo con la dieta vegana.

5. La rivoluzione proposta da Silvio Gesell parte dalla constatazione che il denaro è, al contempo, misura del valore delle merci e investito di valore in quanto tale nonostante che il rapporto tra il suo valore e il materiale di cui è costituito (l’oro, l’argento, i vari metalli, la cartamoneta – chissà come avrebbe penato se avesse saputo della sua riduzione a virtualità elettronica) sia sempre più labile. Contro l’accumulazione capitalistica e contro quella che oggi possiamo riassumere nel concetto di “speculazione finanziaria”, pertanto, Gesell propone il denaro deteriorabile – come una merce qualsiasi. “Lasciamo che sia danneggiato dalle tarme e dalla ruggine”, dice, “lasciamo che appassisca, che si corroda; e, quando muore, lasciamo che il proprietario si accolli le spese di sepoltura o incenerimento della carcassa”. A questo punto e soltanto a questo punto, come avrebbe voluto Proudhon, denaro e merci saranno “perfettamente equivalenti”. Che una società basata sul “denaro a tempo” – un denaro che vale sempre di meno dal momento in cui il cittadino se l’è guadagnato, un denaro che va fatto circolare e circolare alla svelta – possa essere una società più felice di quelle che conosciamo è un’ipotesi – non più che un’ipotesi – ma è un’ipotesi che nessun Potere a noi noto ci permetterebbe mai di verificare.

6. Sia latente che esplicita, nelle formulazioni delle tesi di Gesell è l’analogia tra circolazione del denaro nella società e circolazione del sangue nell’organismo. Negli anni Sessanta del secolo scorso, nel tentativo di applicare schemi marxiani ai suoi studi sul linguaggio, Ferruccio Rossi-Landi scrisse Il linguaggio come lavoro e come mercato in cui in termini di quella categoria di “scambio” che caratterizza il rapporto mercantile viene analizzata la comunicazione umana. A Rossi-Landi ho rimproverato l’idea di un potere “autorigenerativo” del linguaggio del tutto autonomo dall’attività mentale che designa e, pertanto, non ho mai potuto apprezzare le sue speculazioni sul “capitale linguistico” e sul “plusvalore linguistico”. Ho anche fatto notare che la prima obiezione alla sua analogia gli proviene dallo stesso Marx che lui invoca. Infatti, “comparare il denaro con la lingua”, dice Marx nei Grundrisse, è “falso” – esattamente come falsa è la comparazione tra circolazione del sangue e circolazione del denaro: “Le idee nella lingua non vengono trasformate in modo tale che la loro particolarità vada dissolta, e il loro carattere sociale esista nella lingua accanto a loro, come per i prezzi accanto alle merci. Le idee non esistono separate dalla lingua. Le idee, in quanto devono essere tradotte dalla loro madre lingua in una lingua straniera prima di aver corso, in ordine a divenire scambiabili, offrono già una maggiore analogia; l’analogia non sta allora però nella lingua, ma nel suo esser straniera”. Tuttavia, va anche detto che, dal momento che porre un rapporto tra due cose è sempre possibile, un’analogia non è mai “falsa” – può essere utile o meno, può condurre in un vicolo cieco o ad una contraddizione (come l’analogia tra sistema solare e struttura dell’atomo), può essere tirata per i capelli, ma non “falsa”.

7. Sentendomi libero analogizzante, allora, posso provarmi a riflettere sul linguaggio in termini più o meno geselliani. L’impegno semantico che prendiamo – il rapporto che poniamo fra un designante e un designato -, infatti, è “a tempo”; contratto una volta, non si può mai dire quanto dura. Il linguaggio è drammaticamente geselliano. Un confronto fra due dizionari della stessa lingua in epoca diversa lo testimonia in modo inequivocabile: i significati scivolano, le parole si metaforizzano – e, nell’uso, anche le forme della loro espressione si modificano. Nella comunicazione, alle parole scelte non viene riconosciuto soltanto il loro valore d’uso, ma anche un valore di scambio (si pensi a quando qualcuno butta lì una parola in lingua straniera o, più semplicemente, alla funzione di una frase all’interno di un determinato contesto – per esempio, alla funzione di far notare il potere di qualcuno sull’interlocutore al di là del significato esplicito e letterale di quanto effettivamente detto). Ma questi valori hanno durata limitata – in linea di massima potremmo dire che più aumenta il flusso di comunicazioni (che ai giornali si aggiunga la radio, poi la televisione, poi internet e poi i telefoni cellulari) e meno resiste il rapporto semantico posto (e c’è anche il caso che, nel corso di una stessa unità di conversazione la stessa parola finisca con l’essere usata con più di un significato). Le parole subiscono un processo inflazionistico. Rilevava già Quintiliano che “novità e cambiamento riescono graditi nell’eloquio, e più diletta ciò che è inatteso”, ma occorre anche tenere ben presente che “ogni nuova creazione sminuisce in qualche modo il valore del precedente conio”. Come ben sa il narratore di barzellette, guai a raccontarne una per la seconda volta allo stesso interlocutore e, come ben sa chi vuol convincere di un’argomentazione, mai usare espressioni che, dal tanto uso, sono ormai diventate “formule”. Sul piano strettamente politico, i pericoli di questo stato di cose, però, sono evidenti. La generalizzazione degli impegni semantici implica la relazione sociale – la possibilità di comunicare, in teorica parità, fra tutti e con tutti. Dal parlante onesto e consapevole, ogni slittamento di significato andrebbe dichiarato all’interlocutore, perché in caso contrario l’asimmetria sociale che già li caratterizza non potrebbe che aumentare. Ma questo – per tornare alla base della mia argomentazione – non farebbe che impoverire le alternative a disposizione di chi, invece, utilizzando il veicolo del linguaggio, spaccia valori come qualcosa di dato, trascendente la persona che, facendoli propri, deve comportarsi di conseguenza.

Felice Accame

Nota
Per la definizione operativa del “valore”, cfr. S. Ceccato, La mente vista da un cibernetico, Eri, Torino 1972. Per il resto, cfr. S. Gesell, Il valore del denaro, a cura di Luca Gallsi, Mimesis, Sesto San Giovanni 2014. Cfr. F. Rossi-Landi, Il linguaggio come lavoro e come mercato, Bompiani, Milano 1968. Cfr. F. Accame, Il linguaggio come capro espiatorio dell’insipienza metodologica, Odradek, Roma 2015. Per i Grundrisse di Marx, si veda il capitolo 2, al paragrafo 14, nell’edizione Dietz Verlag, Berlino 1974.

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