Le Comunas del Venezuela

Reportage dallo storico quartiere 23 Enero

di Geraldina Colotti, Il Faro di Roma 01/03/2018

Dicembre 2017. Siamo nel quartiere 23 Enero. Con noi ci sono Edwin e Ronald, due compagni del ministero degli Esteri e del Psuv. Siamo un gruppo di internazionalisti composto da messicani, argentini, honduregni, guatemaltechi, colombiani. Entriamo in una stanza con qualche computer e denaro sul tavolo. E’ la sede di Banpanal, la nuova banca della comuna Panal 2021 Alexis Vive. Qui sta funzionando già una moneta alternativa, con biglietti di tre diversi tagli, el Panalito. “Un kg. di riso – ci spiega Andrés – nei negozi ora costa 15.000 bolivar, qui corrisponde a tre Panales. Ogni Panal equivale a 5 bolivar. Regoliamo i prezzi in base a una struttura di costi determinata dal fatto che qui produciamo parte di quel che consumiamo. Nella comune abbiamo istituito anche un sistema di controllo sociale: un ente di controllo comunitario per evitare il mercato nero che imperversa nel paese. Qui un commerciante non può speculare sul prezzo perché arriva un comunero e gli chiede conto: deve avere un registro in cui i prezzi devono essere trasparenti”.

Il Panal – spiega ancora Andrés – sorge come proposta alternativa in un periodo di guerra economica e scarsità dei beni alimentari, che colpiscono i settori meno favoriti. E promette di mettersi in relazione anche con il Petro, la criptomoneta lanciata dal governo per evitare le sanzioni Usa e sottrarsi all’egemonia del dollaro.

Continua Andrés: “Prima con la creazione della banca, poi con il Panal, vogliamo generare un flusso di moneta interna alla comuna, mettendo in pratica l’indicazione che ci dette Chavez già nel 2010. E’ il risultato di uno studio che stiamo compiendo da anni in base alle necessità della nostra economia. Il Panalito trae valore dalla produzione comunitaria, principalmente basata sull’agricoltura e sul commercio dei nostri prodotti. All’interno del grande mercato locale, dove si trova Banpanal, vi sono diversi laboratori artigianali. La proprietà è collettiva, e solo l’Assemblea patriottica decide impiego e fini della produzione”.

Qui vivono 13.000 persone, 3.300 nuclei familiari su 3 ettari di terra collettiva. Andrés ci spiega che i comuneros della Forza Patriottica Alexis Vive partecipano a una struttura nazionale che si chiama Eln Comunal Panal 2021 ed è federata con esperienze analoghe in diversi stati (Carabobo, Sucre, Lara, Cojedes…) in base a una piattaforma condivisa. “Chavez – ricorda Andrés – ci ha spinto a moltiplicarci per tutti i quartieri. Così abbiamo diffuso in tutto l’ovest di Caracas i Panalitos por la Patria, nuclei della comuna che crescono nelle zone popolari per applicare la consegna di Chavez: Comuna o nada”.

Quanto si è avanzato in questi anni su questo tema e quali sono le difficoltà che incontra il progetto di uno stato basato sulle comunas? Secondo Andrés, le comunas crescono, ma “purtroppo sono poche quelle realmente produttive e che esercitano una funzione di autogoverno. Invece, la costruzione del socialismo passa per l’autogoverno, che è il potere del popolo. Su questa base, invitiamo le compagne e i compagni che si trovano in altre parti del paese ad aggiungersi al progetto: ma senza diventare un’appendice dello Stato o degli imprenditori. Intendiamo esercitare controllo su uno spazio utilizzato a fini comunitari dal potere popolare”.

Chiediamo ad Andrés: qual è la vostra idea di autodifesa? Risponde: “Quella di sicurezza preventiva, che prevede la partecipazione di tutta la popolazione. Rispondiamo così alle speculazioni sui collectivos armati che verrebbero usati dal governo per compiti di repressione. La filosofia del Panal è invece la seguente: se toccano uno, toccano tutti. Come le api, da noi tutti i comuneros devono difendere questo spazio autogestito che ci è costato tanto e che esiste grazie alla rivoluzione bolivariana”.

Juan Contreras, Coordinadora Simon Bolivar

Sempre nel 23 Enero incontriamo Juan Contreras, figura storica della Coordinadora Simon Bolivar. “Mettetevi comodi – scherza – di solito parlo tanto”. Parole che, però, catturano. Con lui, ascoltiamo una lezione di storia dal punto di vista di un’avanguardia nata e vissuta in questo quartiere. Un importante pezzo di storia delle classi popolari. “Questo barrio – racconta – fu costruito dall’anno 1953 al 57. In piena dittatura militare di Marco Pérez Jimenez vennero costruiti 56 edifici grandi di 14 piani e 42 edifici piccoli di 4 piani per una popolazione allora di 60.000 persone”. L’eloquio di Juan è pacato e preciso, basato su domanda e risposta. Quale idea ha guidato questo complesso urbanistico? L’idea nazionalista che muoveva la dittatura, il cui intento era quello di trasformare l’ambiente costruendo case al posto dei piccoli ranchitos insalubri. E Pérez che fa? Lo chiama “Unità residenziale 2 dicembre”. E perché? “In omaggio al giorno in cui prese il potere, il 2 dicembre del 1952, mediante una frode elettorale. Da allora, prese l’abitudine di battezzare le opere e così ha fatto con questo complesso urbanistico”.

E quando comincia a chiamarsi 23 Enero? “Il giorno in cui cade la dittatura”. Il 23 gennaio del 1958, “la gente che, secondo quella logica assistenzialistica, avrebbe dovuto essere grata per aver avuto un tetto, uscì per strada, cominciò a bruciare pneumatici e a lanciare pietre e avanzò verso il palazzo presidenziale. Qui, siamo a due isolati da Miraflores, il palazzo presidenziale”. Il 23 enero è un quartiere strategico per la vicinanza con il massimo simbolo del potere in questa repubblica presidenziale, ma ora anche perché vi riposano i resti di Hugo Chavez.

Un quartiere disegnato per settori. Gli edifici che si trovano nella parte est erano già stati assegnati. Ma. Il 23 gennaio del ’58, i manifestanti si spinsero fino alla zona in cui non c’erano state assegnazioni, “sfondarono la porta ed espropriarono gli appartamenti”. Juan Contreras ricorda però altri due elementi determinanti per la storia del 23 enero. Innanzitutto la rivoluzione cubana che infiammò tutta l’America latina e i Caraibi e che stimolò l’insorgenza armata: la guerriglia urbana e di montagna che ha avuto il suo fulcro in questo quartiere a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso. “Siamo cresciuti in questo scontro armato tra la guerriglia e le forze dell’ordine – dice Juan – , questo è stato un bastione della sinistra dal ’57 a oggi”.

L’altro elemento, ha a che vedere con il disegno dei blocchi. “Osservando qualunque paese latinoamericano o europeo, si vede che gli edifici sono costruiti in modo da non favorire la conoscenza, molte volte vivi in dei casermoni dove non sai neanche chi sia il vicino, neanche da un piano all’altro. L’architetto francese Carlos Raul Villanueva ha disegnato questo quartiere basandosi invece su un modello diverso. Qui ci conosciamo tutti, io conosco ogni abitante dei 150 appartamenti che ho vicino, mentre questo non succede negli edifici moderni dove l’individualismo fa premio sulla vita collettiva. Questa forma architettonica favorisce invece la vita comunitaria, non è costruita in verticale. Forse anche questo ha a che vedere con questa storia di rivolta che caratterizza il 23 enero”.

C’è poi una storia che pochi conoscono, anche fra quelli che abitano qui. “I blocchi piccoli – spiega Juan -, vanno da 1 a 42, ma i blocchi grandi no: vanno dall’1 al 7 e poi dal nove al 56. Non c’è il blocco 8”. La dittatura lo ha costruito? “Sì, ma il blocco 8 sta in Colombia, nella città di Cali. Allora, lì vi fu un incidente grave, l’esplosione di un convoglio dell’esercito dovuto a un errore nella manipolazione dell’esplosivo. Pérez Jimenez inviò allora la stessa squadra di tecnici e di ingegneri e operai impiegata nel 23 enero per costruire lì l’unità del Blocco 8. Il fatto curioso è che proprio in quegli edifici di Cali, che sono una copia di quelli del 23 enero, nacquero i primi nuclei di combattenti che daranno luogo all’Eln, la guerriglia colombiana guevarista che ora sta cercando di negoziare con il governo, come le Farc. Tutte le sfumature della sinistra – da quella radicale a quella light – hanno fatto vita qui. Dal Partito comunista, che si è formato in Venezuela negli anni ’30, al Psuv”.

STORIA DELLA SINISTRA RADICALE

Juan Contreras ricapitola per noi anche la storia della sinistra radicale venezuelana. Spiega che nasce da due tronconi: il Pcv sorto negli anni Trenta e il Mir, Movimento de Izquierda Revolucionario, una divisione del Partito Accion Democratica. Un partito socialdemocratico che va al potere alla caduta della dittatura e che poi negli anni Sessanta si divide, dando luogo a una frazione più radicale, che si denomina Mir. “Tutti gli altri gruppi che sorgono nella sinistra radicale e le organizzazioni politico-militari degli anni Sessanta vengono da lì e hanno fatto vita politica nel 23 enero. Per questo, sessant’anni dopo, il quartiere continua a essere un bastione di sinistra e un referente per il paese”.

Per i visitatori internazionali, Juan Contreras ricapitola la storia di alcune organizzazioni. Negli anni Sessanta, il Pcv che aveva partecipato alla lotta armata, invita a un ripiegamento tattico, dice che la lotta armata è finita e che bisogna partecipare alla democrazia borghese. Per questo, subisce una scissione tra il 1964 e il ’65. Nel ’66 nasce il Prv, il Partito della Rivoluzione Venezuelana, diretto da Douglas Bravo. Juan precisa: “Potremmo dire che, dopo il Che e dopo la sua morte, fu il guerrigliero più conosciuto. Oggi è ancora vivo, ma purtroppo è contro il proceso rivoluzionario”.

Il Prv si forma nel 66 e il Mir chiama al ripiegamento tattico alla fine del ’69. Nel 1970 nascono perciò altre due organizzazioni politico-militari: Bandera Roja e la Or, l’Organizzazione dei Rivoluzionari. “Diciamo – continua Juan – che queste sono le ultime organizzazioni di carattere politico-militare che pensano di prendere potere con le armi, ed hanno fatto vita qui. La mia generazione, quella più vicina alla decade dei ’60, ha ricevuto questa formazione e ha militato in una di queste tre organizzazioni”. Qual era la concezione di queste tre organizzazioni – Prv, Or e Bandera Roja? Oltre all’organizzazione militare avevano una struttura aperta. Quella del Prv si chiamava Ruptura e aveva un giornale con lo stesso nome. Bandera Roja era costituita anche da tre tronconi legali: il Comite de lucha estudiantil revolucionaria (Cler), rivolta agli studenti; i Comitati di lotta operaia per gli operai nelle fabbriche (Clor); e il Comite de lucha popular (Clp) per il quartiere. Il giornale di Bandera Roja si chiamava Que Hacer.

La Or aveva un braccio legale che si chiamava Lega socialista, fondato da Jorge Rodriguez padre. Nella Lega socialista ha militato anche il presidente Nicolas Maduro. Jorge rodriguez muore sotto tortura il 25 luglio del 76, dopo il sequestro di un industriale Usa di cui venne accusata la Lega socialista in quanto braccio legale della Or. “Perché racconto tutto questo? si chiede Juan, e così si risponde: perché la storia di questo barrio è strettamente connessa alla nostra storia recente. Tutto quel percorso di lotta armata contro la democrazia camuffata che ha governato dal 58 al ’98 è indissolubilmente legato a questo quartiere. Per esempio oggi riposano qui resti di Chavez. Il 4 Febbraio, quando Chavez organizza la ribellione civico-militare, dove impianta il suo stato maggiore per dirigerla? Qui, nel quartiere che oggi si chiama appunto 4F, Cuartel de la Montagna”. Era il vecchio quartiere Cipriano Castro, costruito nel 1903 e inaugurato nel 1907. Da quell’anno fino al 1950 ospitò la scuola militare del Venezuela, in cui si formavano i cadetti. Tra il ’50 e l’81 si converte nel Ministero della Difesa. Dal 5 marzo del 2013, dopo la morte di Chavez, diventa il Museo storico militare. Qui – dice ancora Juan – si concentra nostra storia. Una storia di lotta e di resistenza”.

I militari progressisti

Trent’anni prima del 4 febbraio ’92, c’erano già stati il Carupanazo e il Portonazo, due insurrezioni civico-militari di soldati che agivano insieme alla sinistra rivoluzionaria. Certe volte – spiega Juan -, “in Europa non si capisce perché da noi vi siano militari progressisti legati alla sinistra com’è accaduto nel Carupanazo, che ha evidenziato un’alleanza tra Pcv, Mir e militari progressisti; o nell’insurrezione civico-militare del 4 maggio ’62; o il 2 giugno ’62 a Puerto Cabello, il Portonazo che pure fallì. Molti militari hanno diretto dei fronti guerriglieri nel Prv di Douglas Bravo. “Da noi c’è una tradizione di militari insorti, che hanno scelto di schierarsi in quegli scenari politici. Fra loro vi sono stati anche dei desaparecidos”.

Contreras analizza ancora quel periodo. “Il Pcv, nel ’57, lancia una teoria: l’unica maniera di prendere il potere qui è l’unità di forza armata e popolo, l’unione civico-militare. Il Pcv dice che si deve lavorare nelle caserme, Douglas Bravo è uno dei mentori del comandante Chavez. Klever Ramirez, Alfredo Maneiro della Causa R, Pablo Medina che ora sta dalla parte dell’opposizione, hanno “allevato” Chavez e una generazione di militari progressisti fino a costruire l’insurrezione civico-militare”. Un altro elemento importante è il ruolo dei proceres, dei predecessori indipendentisti. Il Venezuela ha l’unico esercito che ha liberato 5 nazioni, che non ha invaso né si è approfittato della ricchezza dei paesi, ma che al contrario li ha liberati. Questo patriottismo si è mantenuto nei militari. In Venezuela, a differenza di quanto è accaduto in America latina, per esempio in Cile o in Argentina, qualunque persona del popolo può fare carriera militare nella Forza Armata, com’è accaduto a Chavez. In Cile o in Argentina, invece, prima vengono le élite, che di solito hanno cognomi tedeschi o italiani. Anche per questo, in Venezuela, i militari potevano anche essere formati all’accademia militare degli Usa, ma poi finivano per essere di sinistra.

“Qui nel 23 enero – ricorda ora Juan – tra il ’58 e il ’98 abbiamo avuto circa 120 compagni uccisi nelle proteste. In questo quartiere abbiamo cercato di copiare esattamente lo schema guerrigliero degli anni ’60. Nel decennio dei ’70, siamo cresciuti all’insegna di una brutale repressione. La nostra vita è trascorsa più in strada che in casa. La polizia colpiva nel mucchio. Ci colpivano coi caschi sulla testa, coi manganelli anche se non facevi niente, solo perché avevi i capelli lunghi. Ti prendevano per i capelli, ti chiedevano la carta d’identità, la facevano cadere e quando ti abbassavi per prenderla ti colpivano selvaggiamente. La loro consegna era: prima spara e poi… Quella repressione ci ha formato. La gente che continua a pensare alla rivoluzione e milita qui, viene da quella generazione ribelle degli anni ’70 che piano piano ha preso coscienza e si è organizzata a sinistra. E’ stato come un riflesso condizionato. Prima correvamo e chi cadeva veniva preso. Poi la gente ha cominciato a organizzarsi, a tirare bottiglie e pietre e nei vari passaggi dove si ferma l’ascensore, negli intermezzi, la nostra generazione tirava pietre alla Guardia Nazionale. L’infanzia, l’adolescenza… è trascorsa come per una sorta d’istinto di sopravvivenza. Mi ricordo un amico d’infanzia, Carlo alberto Vielma Blanca. Era un liceale, aveva 15 anni, lo ammazzarono il 17 febbraio del ’76, durante le proteste per la visita di Kissinger che si stavano svolgendo nelle principali città, nelle università e nei licei. Una guardia lo ha ucciso nel 23 enero con un fucile Fal. Quella morte ci ha marcato. Io avevo 14 anni, non si pensa alla morte a quell’età. Ma quella tragedia ci ha dato più forza per organizzarci nella sinistra rivoluzionaria”.

Sul 23 enero si sperimentava la reazione a ogni tipo di aumento e privatizzazione. “Eravamo come un termometro sociale: se un provvedimento passava qui, ok, se c’erano disturbi, lo frenavano. Fino agli anni ’80 e 90, il 23 enero è stato la nostra piccola Cuba, perché mentre entravano enormi ricchezze nel paese, qui si protestava per i servizi, per la mancanza di acqua e per la quantità di morti pagate per le proteste. Siamo stati una piccola Cuba perché come Cuba è stato il bastione rivoluzionario dell’America latina, il 23 enero è stato un faro di resistenza in Venezuela”.

Contreras prende fiato e racconta ancora: “In centinaia, incappucciati e con le molotov, ci siamo scontrati con la polizia, abbiamo organizzato la nostra Intifada come in Palestina, tirando le pietre ai blindati. Appena fuori di qui, c’era una postazione della polizia metropolitana, un commissariato in cui negli anni ’70 si torturava, e vicino ce n’era uno molto più grande: appartenevano alla Disip, la Direzione generale degli organismi di repressione, e al Dim, il Dipartimento di intelligence militare. Cercavano i guerriglieri e le persone di sinistra, concentravano qui il grosso degli effettivi e facevano perquisizioni ai dirigenti sportivi, ai leader sociali e progressisti e culturali perché qui tutti erano guerriglieri. Fu un modello di repressione per trent’anni. Diego Arria, che vive negli Stati uniti, è stato il promotore di questo tipo di impostazione”.

Poco distante, c’è la radio comunitaria Al Son del 23. Nel quartiere ce ne sono altre 4: La Piedrita, El Panal, Arsenal e Combatir Libertario. “Una situazione impensabile prima di Chavez – dice Juan – . Dove prima c’era un commissariato e un parcheggio per la polizia, ora c’è una sala computer gratuita, a disposizione della popolazione. Abbiamo uffici di registro, anagrafe e cliniche veterinarie gratuite, una libreria del Sur, una biblioteca. Sappiamo che possono dominarci più con l’ignoranza che con la forza e che la battaglia va ingaggiata anche sul piano culturale. Poi c’è il club dei nonni in cui lavorano sia cubani che venezuelani per organizzare le attività degli anziani e il loro rapporto con la gioventù attraverso dibattiti e forum. Quando Chavez ha vinto le elezioni, c’erano solo 250.000 pensionati. Oggi quasi il 95% degli anziani usufruisce di una pensione anche se non ha i contributi o ha lavorato nell’economia informale. E la pensione è equivalente al salario minimo. Mentre nei paesi neoliberisti come l’Argentina vengono tagliate le pensioni, qui aumentano perché il nostro è un modello alternativo”.

La Coordinadora Simon Bolivar è nata nel ’93 a seguito di un viaggio a Cuba di un gruppo di studenti del 23 enero. “Subito – ricorda Juan – siamo stati criminalizzati, si disse che eravamo andati lì per addestrarci. La Coordinadora si basa su tre linee strategiche e un principio fondamentale: primo, la costruzione del potere locale, da ogni spazio del barrio costruire potere popolare sommando il lavoro organizzativo. Chavez è riuscito a portare a sintesi tutte le lotte del paese dal ’59 al ’98. La costituzione bolivariana stabilisce che un gruppo organizzato in uno spazio territoriale può occupare anche un commissariato di polizia per farne un uso diverso. Noi qui lo abbiamo fatto senza chiedere il permesso. Abbiamo cacciato la polizia, riscattato gli spazi abbandonati al degrado nell’assenza di politiche pubbliche. Inondare i nostri quartieri di droga a basso prezzo era stata una politica dei governi precedenti per distrarre le giovani generazioni dalla lotta. Ci siamo scontrati anche con quelli che una volta erano di sinistra ma poi hanno scelto la vita facile trafficando con la droga. Alcuni nostri compagni sono stati uccisi. Un secondo asse del nostro lavoro è stato quello di riscattare le tradizioni. Le diverse feste culturali sono state un ponte per comunicare con le comunità, per parlare di politica, costruire partecipazione. Abbiamo capito che la partecipazione non si decreta, perché la gente partecipa dove si sente a suo agio. Il terzo elemento strategico ha a che vedere con lo sport, un grande antidoto contro alcol e droga. Ora la Coordinadora è presente in 13 stati del paese e accompagna il proceso bolivariano”.

E Juan tiene a precisare: “Non crediate che non avessimo dubbi nei confronti di Chavez e dei militari. Siamo figli di un’America latina che ha prodotto Stroessner in Paraguay, Pinochet in Cile, ma ad ogni insorgenza siamo stati presenti e restiamo in prima fila contro questa guerra non convenzionale che colpisce il Venezuela: che nasconde gli alimenti, fa schizzare i prezzi, crea allarmi attraverso le reti sociali. Abbiamo fatto degli errori, certo, perché le rivoluzioni le fanno gli uomini, non le macchine, ma resistiamo e i risultati ci sono. Potete constatarlo direttamente”.


comunes

Per approfondire:

 

Communes and Workers’ Control in Venezuela
Building 21st Century Socialism from Below
Haymarket Books (2018)

 

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