Storia degli Orti Urbani

testo parzialmente tratto dal sito de La Compagnia del Giardinaggio

Per capire il perché di questo rinnovato interesse per la coltivazione dell’orto, bisogna tornare un po’ indietro con gli anni, all’epoca pre-industriale.
Fino a tale periodo, campagna e città hanno convissuto bene insieme, anzi, si può dire che nella storia occidentale ad ogni fase di crescita urbana si sia accompagnata una proporzionata crescita del patrimonio verde e dei campi a coltura.
Pensiamo alle ville venete del Settecento, che si trasformavano in cuori di prospere aziende agricole…

Gli orti erano piuttosto comuni in tutte le grandi città, ad esempio Roma manteneva un aspetto paesano ancora alla fine del XIX secolo, elemento che la caratterizzava
fortemente specie agli occhi dei visitatori stranieri, e che adesso rivive nelle famose cartoline “Roma com’era”.  Londra, cuore della Rivoluzione Industriale, seguiva opposto destino. Engels rimarcava come si potesse camminarvi per ore senza
neanche supporre la vicinanza con la campagna.

Lo stesso Engels, nella sua opera “La questione delle abitazioni” condannava il cosiddetto “cottage operaio”, cioè le casette costruite dai proprietari delle fabbriche per le famiglie operaie, le quali per averne diritto, dovevano pagare un affitto e venivano stipendiate di meno.

Un altro elemento su cui si basa la “guerra all’orto” pronunciata dalla moderna urbanistica è la convinzione – rivelatasi tragicamente sbagliata – di molti architetti (principalmente Le Corbusier), che le sorti e i destini della città e delle persone che lavorano dentro di essa, fossero autonomi e distinti da quelli della campagna.

E fu proprio nelle grandi città che si formò un forte contrasto tra proletariato e borghesia, che represse l’edilizia spontanea popolare con la sua cultura estetica e la sua morale dominante; ed è nelle grandi città che nacquero le prime moderne associazioni operaie, i sindacati, il cartismo, e movimenti politici come il socialismo.

Negli anni Trenta e Quaranta i regimi totalitari si impegnarono molto per favorire l’accesso alla proprietà della casa da parte dei ceti meno abbienti. Nacquero così le “borgate popolarissime”, mentre in America proprio in quegli anni si assisteva ad un fenomeno di neo-ruralismo: molti scappavano dalle città sempre più inospitali per
andare a vivere in campagna.

In Italia il minimo storico della coltivazione amatoriale dell’orto è stato raggiunto negli anni Sessanta e Settanta. La coltivazione di orti all’interno delle città era una vera anomalia, una stranezza, ed era sempre guardata con sospetto ed avversione: l’orto in città in poche parole- divenne simbolo di una condizione sociale ed economica inferiore. La città era considerata (e purtroppo lo è ancora) luogo per parchi e giardini, non per orti. E la vedevano in questo modo sia gli urbanisti che la gente comune: entrambi consideravano l’orto in città un elemento di degrado
paesaggistico.

Come i picchi minimi del numero di orti urbani sono collocabili nei venti anni di boom economico successivo al Secondo Dopoguerra, la rinascita dell’interesse per la coltivazione dell’orto coincide con la crisi economica che ha colpito l’Europa a partire dagli anni Ottanta.

Ma alla base della coltivazione amatoriale dell’orto in tempi attuali
non è tanto la necessità di fare economia (le statistiche evidenziano
infatti come una buona parte della produzione venga regalata ad amici
e parenti), quanto il desiderio di “sapere cosa si mangia” e la
preoccupazione alimentare per se stessi ed i propri figli.

È proprio di questi ultimi venti anni una rinascita di una vecchia
istituzione, quella degli “orti senza casa”, cioè di orti allocati
all’interno del tessuto urbano, che non appartengano a chi li
coltiva, ma proprietà di associazioni o delle amministrazioni comunali
ed assegnati a coltivatori non professionisti.
Il fenomeno nasce a Lipsia, in Germania, verso la metà del XIX secolo,
con i kleingarten riservati ai bambini, ma trova il suo aspetto più
interessante nei jardins ouvriers francesi.

I jardins ouvriers (giardini operai) sono un fenomeno nato alla fine
dell’Ottocento dall’attività di Monsignor Jules Lemire. Egli fu non
solo uomo di chiesa, ma anche professore e uomo politico di grande
statura. Durante i suoi trentacinque anni di mandato alla Camera dei
Deputati ottenne molte riforme per la protezione per gli operai e i
lavoratori. Nel 1899 chiese l’istituzione del Ministero del Lavoro,
che fu costituito nel 1906. Nel 1896 fondò la Ligue Française du Coin
de Terre e du Foyer (divenuta in seguito Fédération Nationale des Jardins Familiaux), che aveva come scopo quello di
favorire l’accesso degli operai alla proprietà della casa.
L’intento di Monsignor Lemire
non era unicamente materiale, ma anche morale: coltivare l’orto era
non solo una risorsa economica ed alimentare, ma anche un modo sano e
retto di passare il proprio tempo libero in compagnia della propria
famiglia, a contatto con la natura e al riparo della tentazione dell’
alcolismo, allora molto diffuso. La filosofia del jardin ouvrier
è sintetizzata nel famoso motto dello stesso Lemire:
“Il giardino è il mezzo, la famiglia è lo scopo”.

La Ligue trasse origine anche dall’Enciclica di Leone XIII
Rerum Novarum e dalle allora nascenti dottrine
democratico-cristiane, ma ben presto si liberò dell’influenza
religiosa, che ad esempio, pretendeva il riposo domenicale.

Nel 1906 la Ligue fu ammessa alle esposizioni della Société Nationale
d’Horticolture, e nel 1900 partecipò all’Esposizione Universale,
mentre nel 1927 si avviarono dei congressi internazionali a cui
parteciparono moltissime nazioni europee: Germania, Austria, Belgio,
Finlandia, Gran Bretagna, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda,
Polonia, Svezia, Svizzera e Cecoslovacchia.
Questi congressi sfociarono nella creazione dell’Office International des Jardins Ouvriers.

Nei trent’anni del boom economico successivo al Secondo
Dopoguerra i jardins ouvriers
vissero un periodo di declino, segnato da trascuratezza e disordine,
tale che le lamentele riguardo a questa forma di inquinamento
paesaggistico si fecero sempre più numerose ed insistenti, e si asserì
che la presenza degli orti operai all’interno
delle città le facesse assomigliare a delle bidonvilles. Ma già a
partire dagli anni Ottanta si assistette ad una rinascita, prodotta
principalmente dall’interesse e dalla collaborazione
delle autorità, locali e nazionali, che infusero nuovo vigore alla Ligue, tanto che attualmente alcuni tra i più antichi
jardins ouvriers sono inseriti nel circuito dei giardini storici di
Francia.
Alcuni hanno però criticato questi “abbellimenti”
poiché dettati da una morale ed una estetica borghese
sovrapposta a quella rurale.

L’esperienza della Ligue fu ben presto esportata all’estero, in
Belgio, Germania e anche da noi in Italia, dove però non ebbe
molta risonanza.
All’epoca il Fascismo aveva promosso l’iniziativa dell’
“orticello di guerra”, nel quadro della “battaglia del grano” e
della ruralizzazione degli italiani che Mussolini perseguiva. In
particolare l’Opera Nazionale del Dopolavoro Ferroviario fu molto
attiva in questo senso, e promosse concorsi per l’abbellimento delle
stazioni ferroviarie. Il “Dopolavoro” partecipava anche alle
periodiche riunioni dell’Office International.

Negli anni Trenta anche l’America conosceva l’esperienza dei
relief gardens (orti di soccorso) e durante la Seconda Guerra Mondiale quella dei victory gardens.
Dopo la Guerra gli orti urbani subirono un declino, fino ai primi
community gardens che nacquero intorno agli
anni Settanta, nel corso dei quali alcuni gruppi di cittadini,
denominati “green guerrillas”, reagirono all’inerzia delle
pubbliche amministrazioni di fronte al degrado paesaggistico, urbano
e morale di interi quartieri. Si recuperarono quindi zone abbandonate a
se stesse, degradate e fatiscenti, per riportarle a nuova vita (avete
visto “Green Card, matrimonio di convenienza”?).

L’iniziativa si diffuse velocemente in tutte le grandi metropoli
statunitensi (in particolare New York e San Francisco) e canadesi, ma
purtroppo le finalità economiche e politiche finirono per prevalere su
quelle naturalistiche ed ecologiche, e gli orti urbani sono oggi
diventati un importante strumento di politica sociale.

In questa fase di seconda giovinezza degli orti urbani c’è una
maggiore diversificazione del beneficiario dell’orto. Non solo operai
e gente di basso ceto, ma anche impiegati, insegnanti, e
professionisti. Diminuiscono i pensionati e si abbassa l’età
media. Aumentano le colture da fiore e il gusto borghese per il
decoro, si incrementa il numero delle donne.

L’Italia, oltre la parentesi fascista, prontamente chiusa e rimossa,
non ha una storia associativa riguardo agli orti urbani. La creazione
di orti urbani è sempre originata da iniziative individuali,
disorganiche, spesso abusive, mal tollerate se non apertamente
disprezzate od osteggiate dagli abitanti dei quartieri in cui si
trovano.

A tutt’oggi le statistiche rivelano che per la totalità degli
intervistati gli orti non possono convivere con la città, che sono
antiestetici e danno un aspetto decadente, “di paese”. Insomma, che
il posto dell’orto è la campagna, mentre la città è il luogo del
giardino e del parco. I tenutari degli orti sono considerati dei
poveracci, dei parassiti della società, improduttivi, quasi dei
“barboni”.

Il declino dell’orticoltura ornamentale negli anni Sessanta e
Settanta è stato la conseguenza del disprezzo per ogni forma di
economia domestica imposto dalla cultura industriale e urbana, ma
anche dalla nascita di altri modi per impiegare il proprio tempo
libero. Deleteria a tal riguardo è stata la televisione, tanto che la
storia dell’orto in Italia si può dividere in epoca pre e
post-televisione. A ciò va aggiunto il processo di democratizzazione
della vacanza al mare. Infatti in quegli anni alla rispettabilità
sociale e familiare conferita da un orto o un giardino ben tenuto, si
sostituisce quella del “mese al mare” ( avete presente “Il sorpasso”?), ovviamente incompatibile con il mantenimento di un orto,
interrompendo così la secolare tradizione di un giardino come segno di
distinzione sociale delle classi più agiate, e dell’orto come una
prerogativa di quelle meno abbienti.

Il rinnovato interesse per l’orticoltura ha anche un’altra causa:
oltre a comportare uno stretto rapporto con la natura, non c’è
necessariamente bisogno di mettersi in discussione e a reinventare
continuamente se stessi e il proprio gusto. In poche parole tiene
attivi e rilassa.

Inoltre, proprio per la sua capacità di rispondere ad un duplice
ordine di esigenze intime socializzare con gli altri
ma anche isolarsi e dialogare con se stessi, la cura dell’orto è da
sempre un’attività praticata sia dalla gente comune che dagli
intellettuali.

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