Il neomutualismo

banlieuesda Banlieues n.3, aprile 1999

Prefazione

La lenta costruzione di una conflittualità pienamente autonoma, dispiegata su tutto il fronte del dominio capitalistico, richiede uno sforzo duplice, uno sguardo doppio. Conosciamo fin troppo bene la necessità di leggere la fase, di coglierne le linee forti di sviluppo, di elaborare teoria critica all’altezza dei meccanismi della produzione, di sollecitare l’avanzamento delle lotte. Anticipare e prefigurare ma anche ripensare, guardare in profondità ma a tratti volgersi indietro perché esiste una storia che è storia di conflitti radicali, di soggettività autonome, di processi d’autorganizzazione, tutta da riscoprire.

La relazione continuità-discontinuità, con cui siamo costretti a misurarci spesso, è una relazione complessa e problematica: non contiamo di risolverla in questa sede. Eppure, pur sapendo che “il movimento operaio nasce sempre da madre vergine” (Toni Negri), non ci va di lasciare il prezioso tesoro di una memoria ancora potenzialmente attiva nelle stanze di quei postriboli che sono conosciuti col nome di Istituti di storia del movimento operaio. Non vogliamo lasciare un patrimonio di lotte radicali nelle mani dei miopi gestori di questi postriboli.

Un’attenzione storiografica, quindi, volta alla riappropriazione e che vorremmo aperta perché proveniente dalla memoria del conflitto condotto dal movimento comunista rivoluzionario. Una rilettura costituente perché vuole collegarsi alle future lotte per il reddito, per la redistribuzione della ricchezza, per la riappropriazione del tempo.

La scommessa a cui il collettivo redazionale ha voluto dar corpo con questo contributo è proprio quella di intrecciare lettura della tendenza e ri-lettura storiografica, prefigurazione di nuove forme di conflitto e ricomposizione parallelamente alla riscoperta di passaggi della storia della lotta di classe a cui guardiamo da un lato per liberarli dal cappio della storiografia dominante dall’altro per provare, con tutti i benefici del caso, a riproporne il contenuto più profondo.

La scelta di alleggerire la linearità discorsiva a vantaggio della leggibilità ci ha spinto a collocare nelle note del testo una consistente mole di puntualizzazioni tutt’altro che superflue. Nell’apparato bibliografico è possibile rinvenire determinanti approfondimenti e riferimenti molteplici a testi spesso sconosciuti che ci auguriamo possano essere spesi in ulteriori percorsi di ricerca e analisi. Ancora una volta abbiamo cercato di fornire il maggior numero di strumenti fermamente convinti che nel vasto tessuto della cooperazione sociale la libera circolazione dei saperi sia un passaggio centrale in vista di un avanzamento collettivo quanto più esteso possibile.

Non c’è molto altro da dire se non riportare l’invito anceschiano a “continuare a parlare delle cose di cui vogliamo occuparci finché se ne possa veramente parlare”.

 

 

Cooperazione sociale e mutualismo operaio nella sussunzione formale e reale: preludi d’alterità costituente tra esodo intraprendente, riconquista del Welfare e dei nessi amministrativi dal basso.

Neomutualismo e neocomunalismo: prefigurazione di un nuovo scenario di conflitti? Questa domanda potrà forse apparire sconcertante. Essa, infatti, pone al lettore un’ipotesi: è possibile e necessario, in piena era postfordista, promuovere nuove forme di mutualismo e di cooperazione sociale che portino, oltre alla risoluzione d’interessi economici collettivi immediati, anche alla possibilità che i “nuovi schiavi” del lavoro flessibile, del lavoro atipico, del lavoro autonomo di seconda generazione, delle subforniture, si trasformino da individualità molecolarizzate sul territorio in singolarità cooperanti, in soggettività? Azzardando ancora di più: quello che oggi si potrebbe definire neomutualismo, potrebbe contribuire ad innescare un processo di ricomposizione sociale che porti queste nuove figure di sfruttati a riconoscersi come classe egemone capace di disegnare nuovi scenari di conflitto tra lavoro e capitale?

Sappiamo che nella storiografia dell’attuale area antagonista termini come mutualismo, cooperazione sociale, comunalismo, sono desueti e alludono a fenomeni sociali “antichi” bollati come riformisti.

Non siamo del tutto d’accordo. In noi permane il dubbio che quel movimento di moltitudini1 che, in Italia, ha avuto ufficialmente inizio nel 1854 con la fondazione del magazzino di previdenza di Torino e la sua conclusione nel 1925 con lo scioglimento coatto (più spesso coi saccheggi e col sangue) della Lega Nazionale delle Cooperative ad opera del fascismo, non sia stato analizzato con sufficiente zelo. Quantomeno, non si sia indagato abbastanza su singoli clamorosi e numerosi accadimenti di quegli anni. Episodi che, a nostro avviso, pur non legati da un disegno politico unitario (cosa che non si dava, data la frammentazione in ordine agli indirizzi politici, nel movimento cooperativo alle sue origini) avrebbero rivelato però l’avvio di un processo sociale e politico talmente importante, che si sarebbe dimostrato decisivo nella storia della contraddizione tra capitale e lavoro nel nostro paese, con origine e maggiore intensità nel nord agricolo e industriale.

Il processo di cui si parla è appunto quello in cui, nello svolgersi di più salti di paradigmi produttivi, indicativamente tra la seconda metà del 1800 e i primi vent’anni del ‘900, una massa enorme di contadini senza terra (oltre due milioni solo nella Padana secondo un censimento del l881) e di diseredati analfabeti diventarono soggettività politicamente coscienti, classe egemone rivoluzionaria: la classe operaia. Dall’organizzazione di un ammasso alimentare2 (così si chiamavano i primi magazzini cooperativi) per non morire di fame, ai grandi scioperi dei braccianti dalla primavera 1907 a tutto il 19083, all’occupazione delle grandi industrie dal settembre 1920 (il biennio rosso) ad opera dei consigli di fabbrica in armi.4

Attraverso quali passaggi tutto ciò è avvenuto?

Possiamo avviare una rilettura critica di quei sommovimenti che possa contribuire a darci ulteriori strumenti per un’analisi ancora più rigorosa della tendenza attuale?

Vorremmo rispondere proponendo alcuni spunti di riflessione, eliminando però fin da subito possibili equivoci che potrebbero sorgere, in chi legge, addentrandosi nell’argomento: siamo perfettamente consapevoli che il mutualismo e in generale ciò che economicamente ne deriva (coop. di consumo, di produzione, d’abitazione, di credito, ecc.), preso in sé, come meccanismo, come strumento puramente economico, non ci fa uscire dal modo capitalistico di produzione5. E’ stato in passato6 ed è ancora oggi un valido ausilio per migliorare la qualità della vita, poiché ci sottrae, in parte, alla mortificazione capitalistica procurandoci una parziale autonomia sui tempi e modi del lavoro. Ma è ben altro che ci proponiamo di ricercare nell’associazionismo cooperativo.

Detto questo vorremmo gettare, brevemente, uno sguardo al passato spingendoci oltre i luoghi comuni con i quali l’argomento in questione è consuetudinariamente considerato.

 

(1) Alle origini

 

Se la rivoluzione industriale in Inghilterra, intorno al 1750 si diede indicativamente come l’inizio di un mutamento di paradigma produttivo che invase l’Europa successivamente, portando con sé grandi trasformazioni sociali, in realtà, del passaggio dai mestieri artigiani ad una forma ancora primitiva di manifattura si ha imprecisa notizia solo dal 1810 – 20. E’ di quelle date, infatti, il fiorire delle prime forme di mutualismo e di lavoro in libere associazioni soprattutto in Inghilterra, Francia, Germania e Italia7. Ma nel nostro paese, tranne casi isolati in Liguria, Piemonte, Lombardia, il mutualismo si apprestò a divenire un fenomeno sociale solo contemporaneamente alla penetrazione del capitalismo nelle officine e nelle campagne, che si rivelò in modo significativo a cominciare dal periodo immediatamente preunitario. L’arrivo del nuovo modo di produzione trovò in Italia, a differenza degli altri paesi del nord Europa, un territorio estremamente arretrato socialmente8 con strutture economiche semifeudali che, attraverso un complesso sistema di gabelle, dazi, dogane e quant’altro, depredavano un paese quasi esclusivamente agricolo.

Ma per vedere i primi movimenti unitari delle masse contadine che sottendono, anche se in modo elementare, ad una forma di aperta lotta di classe e come diretta conseguenza lo sviluppo delle S.M.S. (società di mutuo soccorso), bisognerà attendere i moti causati dalla tassa sul macinato (1869)9, dopo che Garibaldi10 avrà unificato l’Italia dando luogo all’unione della borghesia ed alla creazione di un mercato unico nazionale. Ed è da qui in avanti che un capitalismo particolarmente “straccione”, monopolio della grossa borghesia agraria, spazzando via i mercati locali, concentrando le proprietà (incluse quelle ecclesiastiche espropriate e rivendute all’asta), trasformò profondamente l’ordine politico, economico e sociale precedente. In seguito a ciò, da nord a sud del nuovo stato-nazione, una massa sterminata di lavoratori agricoli già in condizioni economiche degradate, venne consegnata alla miseria e alla fame.

Nacque così, di fatto, un proletariato agricolo che si avviò, attraverso lotte sempre più unitarie e grazie all’espandersi a macchia d’olio del mutualismo, a riconoscersi come classe. E sta esattamente qui, in quest’ultima frase, l’intimo significato, il nodo cruciale del nostro parziale disaccordo con la storiografia “ufficiale”. Sosteniamo che il mutualismo, ma più in generale la cooperazione sociale sia ambivalente: è riformista e allo stesso tempo rivoluzionaria. E’ riformista se finalizzata all’economicismo, ma è rivoluzionaria se finalizzata al conflitto. E’ del tutto evidente che si tratta di un problema di direzione politica. Cercheremo ora di sostanziare quest’assunto.

Dopo aver inquadrato e collocato storicamente il fenomeno sociale in questione, non rimane che entrare con metodo critico nelle sue specificità, anche locali, per vedere come il movimento cooperativo, che arrivò, intorno al primo ventennio del ‘900, ad essere di vastissime proporzioni11, fu interpretato dal nascente proletariato agricolo e industriale quale strumento di ricomposizione sociale e di rottura con la borghesia.

Vedremo anche come questo movimento, nel suo percorso di maturazione, riuscì tendenzialmente a riassumere in sé tutte le caratteristiche di un’organizzazione di classe tesa all’abolizione dello stato delle cose presenti e alla prefigurazione di una civiltà nuova.

Vedremo, infine, come i dirigenti del movimento socialista, espressione della borghesia “democratica”, una volta intuito il pericolo che correva l’ancora debole capitalismo italiano, si fecero mediatori tra lavoro e capitale riuscendo, prima a riportare la spinta sovversiva dell’associazionismo entro i limiti della compatibilità capitalistica con l’imposizione del legalitarismo, poi a liquidarla definitivamente impedendole di difendersi e consegnandola così al nascente fascismo (1925).

Abbiamo già scritto che gli ideali associazionistici nacquero nell’Italia preunitaria intorno agli anni ’10-’2012. Continuando, occorre sottolineare che la cooperazione in Italia, già dalle origini, assunse immediatamente connotati politici. Mentre nel resto d’Europa, tranne alcuni casi13, il mutualismo venne introdotto e gestito dalla borghesia illuminata in senso paternalistico per aiutare gli “indigenti”. Nel nostro paese, intorno al 1860, gli ideologi della cooperazione furono il vecchio repubblicano Giuseppe Mazzini e il giovane liberale Luigi Luzzatti. Il primo predicava l’associazionismo come modello costitutivo del sistema generale dell’organizzazione sociale, riunendo nelle stesse mani capitale e lavoro (che diverrà poi lo slogan dei socialisti). Il secondo intendeva la cooperazione come semplice strumento di emancipazione economica, da affiancare all’impresa privata, che favorisse i ceti medi e i lavoratori in genere, imperniato sulla capacità collettiva di accumulo e investimento. Da quest’iniziale bipolarismo del pensiero associazionistico le prime esperienze sorsero nei luoghi dove più diffuse erano le rispettive scuole: in Piemonte e Liguria la repubblicana, In Lombardia e Veneto la liberale14. Solo dopo, dal ’70-’80, si aggiunsero i socialisti (nelle loro diverse varianti) e i cattolici15.

(2) Cooperazione sociale tra composizione, conflitto di classe e sussunzione capitalistica

Se i moti a carattere insurrezionale unitario per l’abolizione della tassa sul macinato (1869) fornirono alle masse immiserite dal nascente capitalismo una larvata consapevolezza della propria autonomia, un’altra chiara consapevolezza, acquisita più avanti, fu che la riforma agraria, con la conseguente distribuzione delle terre, non si sarebbe mai fatta.16 Al contrario il capitalismo accelerò la sua penetrazione nelle campagne (anche) con la meccanizzazione dei lavori agricoli provocando, come si è già scritto, un profondo sconvolgimento economico, ma soprattutto sociale, a scapito delle classi agricole subalterne. L’aspetto più evidente di questo fenomeno fu il formarsi del proletariato rurale, in particolare del bracciantato avventizio, cioè i lavoratori dell’ultimo gradino della scala sociale contadina (poiché senza terra) i quali, prima legati stabilmente ai fondi, in quanto salariati da mezzadri, affittuari o coltivatori diretti, ne vennero in seguito espulsi.

Fu questo un processo di proletarizzazione fondamentale per le lotte a venire in tutta la Padana: impiegati a centinaia di migliaia nelle bonifiche e nei terrazzamenti (gli scariolanti) ruppero irrimediabilmente con il mondo contadino propriamente detto così la loro controparte non fu più il padrone agrario, ma direttamente lo Stato, in quanto, localmente, commissionario di quelle gigantesche opere. La conseguente nascita delle Leghe bracciantili fu l’esempio più evidente di una presa di coscienza e il tentativo di darsi un’organizzazione di classe.

Un ulteriore ingrossamento di quest’esercito di sottoproletari, già alcuni milioni, si verificò con l’unione ad esso di migliaia di piccoli artigiani espulsi dalla produzione industriale in via di massificazione. Le loro condizioni di vita si fecero, secondo le cronache, abbiette17.

E’ in questo disastroso quadro politico, economico e sociale che, non certo a caso, le S.M.S e le cooperative, nelle campagne e nei primi poli industriali, non solo si moltiplicarono enormemente ma divennero vere e proprie organizzazioni di resistenza proletaria. Nella misura in cui le grandi lotte nelle risaie, nei campi, nelle bonifiche e negli opifici andarono estendendosi, fu l’associazionismo cooperativo a fornire coscienza autonoma, quindi a innescare processi di autovalorizzazione e composizione di classe. «I salariati, venendo dalle più disparate province e regioni, perdono il loro sentire strettamente municipalistico e allargano la loro esperienza a più vasti orizzonti: sono costretti per intendersi tra loro a parlare italiano. Sono obbligati per moltissimi mesi dell’anno ad una vita in comune (durante il lavoro e durante il riposo), abbandonando il carattere individualista del contadino, e devono formarsi una mentalità collettiva, poiché la risoluzione dei loro problemi non è più un problema singolo ed individuale, ma un problema collettivo; sono costretti ad unirsi insieme ed a lottare insieme per risolvere insieme i loro problemi di classe contro i datori di lavoro. Si forma cioè una mentalità più operaia che contadina e le sorgenti leghe e cooperative divengono ambienti di vita e lotta comune, così come avverrà qualche anno dopo per gli operai delle grandi fabbriche.»18

Dal 1880, con l’inasprimento della crisi agricola in tutto il paese, provocato dalla massiccia importazione dall’America di grano e riso e dal cattivo raccolto nel Polesine del 1883 per l’inondazione dell’Adige, le lotte si fecero ancora più aspre e il loro carattere prima larvatamente di classe, assunse sembianze sempre più chiare. I moti de “la boje”19 trascesero gli obiettivi economici puntando alla rottura con la borghesia ed all’abbattimento del suo Stato. I dirigenti di quei moti apertamente insurrezionali provenivano in massima parte dalle S.M.S. e dalle Leghe di resistenza. Quando questi, nel marzo-aprile del 1885, furono ormai tutti arrestati per decapitare la protesta, essa, al contrario, prese ancora maggior vigore con manifestazioni di massa in favore dei compagni detenuti.

E’ opinione degli storici socialdemocratici che quel biennio di grandi sommovimenti sociali, il quale scosse dalle fondamenta l’assetto istituzionale, si concluse con una repressione spietata ad opera dell’esercito inviato nelle campagne dal Governo Depretis e con qualche “briciola” migliorativa concessa dallo stesso.

A nostro avviso ciò avvenne principalmente per una questione tutta interna al movimento la quale si ripeterà fatalmente molte altre volte nella storia delle classi subalterne nel nostro paese. Alla spontaneità rivoluzionaria delle masse, alla graduale presa di coscienza di sé come classe “naturalmente” protesa alla rottura completa con la borghesia, alla capacità di prefigurare un civiltà altra, non seguì, in generale, la formazione di un’ideologia scientificamente rivoluzionaria: condizione fondamentale per trasformare il moto spontaneo di massa in completo processo rivoluzionario. Mancò la presenza di intellettuali sinceramente rivoluzionari capaci di elaborare teoria e organizzazione rivoluzionarie. Essi, al contrario, poiché di provenienza necessariamente borghese, (dato che allora la cultura era accessibile esclusivamente a quella classe) non si saldarono mai alle masse in rivolta; le diressero sì, ma verso posizioni “gradualistiche”, “evoluzionitiche”, al massimo “giacobino-massimalistiche”.20

Nella concreta sostanza, gli intellettuali di sinistra con i loro partiti all’interno della classe, assicurarono la subalternità politica ed economica di quest’ultima alla borghesia imprenditoriale e garantirono la continuità della dialettica tra lavoro e capitale monopolistico.

Alla classe, fino all’avvento del fascismo, non rimasero altre forme di organizzazione proletaria dal basso che le S.M.S., le Leghe di resistenza e le cooperative nelle loro diverse specificità. Esse, come abbiamo già visto e più avanti verificheremo, continuarono costantemente a confermarsi nella funzione fondamentale di composizione e autovalorizzazione di classe, ma per le ragioni anzidette non si trasformarono mai in organizzazione rivoluzionaria, condizione imprescindibile per tentare l’avvio di un processo costituente verso l’abolizione dello stato delle cose presenti.

Vi furono comunque nella storia del movimento operaio diversi tentativi, poi tutti falliti, di costituzione di un partito di classe. Un esempio, il primo nel suo genere, fu il Partito Socialista

Rivoluzionario di Romagna (1880-1893)21, il quale, non a caso, nacque in una terra che in quegli anni era agitata da violenti scontri tra classe e Stato e, meglio ricordarlo ancora una volta, coordinata da una fitta rete di S.M.S. le quali investite dagli eventi abbandonarono i tradizionali fini assistenziali per trasformarsi in strumenti di conflitto e di contropotere territoriale.

Il P.S.R. voluto da Andrea Costa, in polemica con l’Associazione Internazionale dei Lavoratori (di ispirazione anarchica) ma distante dal marxismo, ebbe una vita breve ma intensa. La pubblicazione del programma del nuovo partito su un supplemento dell’Avanti!22 nel settembre del 1881 apparve affascinante: si affermava, sì, di volere le riforme, ma finalizzate alla conquista di spazi di manovra per il “popolo” con l’obiettivo facilitare il processo insurrezionale.23 Si prevedeva l’inevitabilità della “rivoluzione sociale” in forma violenta e l’avvento del “comunismo anarchico”. In più s’introduceva per la prima volta in Italia, nel pensiero socialista, il concetto di “dittatura delle classi lavoratrici”24; ma la novità, di immediata spendibilità che portò il partito di Andrea Costa fu il concetto di “comunalismo” il quale sarebbe stato poi alla base dell’azione teorico-pratica del partito per tutta la sua breve vita.

 

(3) Dalla cooperazione sociale alla conquista dei nessi amministrativi dal basso: un percorso inevitabile

 

Il concetto di “comunalismo”, che oggi traduciamo in “autogoverno comunitario”, diversamente delle altre fascinose e mirabolanti astrazioni costiane, fu applicato con gran successo in tutta la Romagna e in alcune parti dell’Emilia. Esso sviluppava un punto del programma del P.S.R. in cui si affermava l’uso dei canali costituzionali, ma per un fine esclusivamente rivoluzionario. Fu così che, teorizzando la presa dei comuni e il passaggio alla gestione collettiva delle proprietà comunali, i candidati del partito parteciparono alle elezioni e ottennero un risultato clamoroso, molto al di là delle più rosee aspettative.25 E del resto non poteva essere diversamente stante la radicalità delle lotte in corso in quel momento ed in virtù di un programma strategico che prevedeva, attraverso l’autogestione rivoluzionaria, di rendere i Comuni, una volta federati, cuneo di “contropotere organizzato” finalizzato alla “dissoluzione del sistema in un violento processo disgregatorio”. Esso poneva contemporaneamente le basi della nuova società. L’accezione tattica del programma si articolava in una lunga serie di punti i quali lo rendevano, per quei tempi, senz’altro sovversivo.26 La borghesia e il suo Stato non stettero a guardare sommessamente: Crispi fece prima una riforma che piegò ogni autonomia dei Comuni istituendo la Giunta Provinciale Amministrativa in pugno al Prefetto, poi fece sciogliere le giunte Comunali “ribelli” (ovvero quelle che avevano applicato le delibere consigliari più radicali) dai carabinieri e le fece commissariare dai delegati prefettizi.

Pensiamo non sia questa la sede per fare la storia completa del P.S.R., ma solo per coglierne gli elementi che riteniamo più interessanti in vista della prosecuzione del lavoro. Risulta di difficile comprensione il motivo per cui Costa, con in mano la quasi totalità dei Comuni della Romagna e parte dei Comuni emiliani, non chiamò i cittadini alla rivolta per difendere la conquista dell’autonomia politica e sociale nonostante lo scontro generale di classe avesse raggiunto in quegli anni una radicalità (composizione di classe, organizzazione, azione diretta) mai vista nemmeno durante i moti contro la tassa sul macinato. Al contrario, si fece eleggere in parlamento in coerenza alla sua teoria delle “candidature di protesta”, lasciando così che una leggendaria esperienza autonoma e autogestionaria retrocedesse al rango di pura testimonianza propagandistica. Diciamo solo che la risposta, in buona parte e molto sinteticamente, si può avere rileggendo il 7° capoverso del capitolo n° 2,” Cooperazione sociale tra composizione, conflitto di classe ecc.”27

Ma quale fu l’interazione tra comunalismo e cooperazione sociale? Le due entità politiche erano talmente correlate da fondersi in un tutt’uno. Quell’esperienza storica ci mostra di quale potenza costituente si può disporre unendo forze produttive collettive e capacità autonoma di autogoverno. Non è un caso che in tutti i Comuni conquistati dai socialisti rivoluzionari (in alcune località coalizzati con i repubblicani collettivisti), la cooperazione era preesistente e in taluni casi già da oltre vent’anni.

Se la battaglia del Costa fu coronata da uno stupefacente seppur transitorio successo fu perché la fittissima rete di S.M.S., Leghe bracciantili di resistenza, cooperative di produzione, lavoro, consumo e abitazione, in Emilia Romagna, ne aveva creato gli imprescindibili presupposti. Era già presente una vasta base di pensiero autonomo conflittuale sul quale fare presa. Una base formata da donne e uomini che chiedevano uno sbocco di rottura totale per porre fine alla proprie sofferenze. In Andrea Costa fu vista finalmente la guida verso la liberazione attraverso il conflitto e la prefigurazione di una società senza padroni. Ancora una volta, in un modo o nell’altro, la cooperazione sociale si configurò come strumento fondamentale in un processo strategico di liberazione. Come nel caso del Comune di Busto Arsizio (anche se solo nel 1914) caduto direttamente in mano ai candidati della Cooperativa Operaia bustese28 che scavalcò i partiti presentando una lista autonoma.

Sulla storia di quest’ultima paradigmatica esperienza comunitaria pensiamo vi sia assai da riflettere poiché nonostante i limiti imposti dalla situazione oggettiva esterna, rappresentata dalla continua minaccia di intervento del prefetto, e quella interna, in ordine “all’inquinamento ideologico” perpetrato dai dirigenti socialisti evoluzionisti e riformisti, rimane il fatto che una vasta comunità di cittadini attraverso la pratica cooperativa prese coscienza di sé come classe subalterna e sfruttata, fondò un pensiero autonomo e contemporaneamente intraprese un percorso costituente.

Sul significato generale dell’interazione tra cooperazione e nessi amministrativi gestiti dal basso nel periodo “costiano” e oltre, come Busto Arsizio, può esserci utile l’esempio di Ravenna: «Ma i dati più significativi del Comune di Ravenna riguardarono le associazioni operaie. Furono soppressi tutti gli appalti pubblici, e questi ultimi furono assegnati unicamente alle associazioni cooperative dei lavoratori, cui vennero anticipate forti somme sulle opere da eseguire. Le forme di autorganizzazione create dal proletariato per uscire il più possibile dal quadro dei rapporti capitalistici di produzione venivano così rese componente di primo piano dell’economia del ravennate, e quel tanto di collettivismo che nella cooperazione era presente si tramutava in elemento stabile e fondamentale dell’organizzazione del lavoro nel territorio. Ma la giunta di Ravenna non si limitò a questo. Essa intervenne anche direttamente negli scioperi delle mondine e dei fornai del 1890, aiutando concretamente queste categorie a resistere e a piegare il padronato ai loro obiettivi. Così grazie all’iniziativa dei socialisti rivoluzionari, per la prima volta un Comune veniva trasformato in strumento al servizio della lotta di classe.»29

 

(4) La cooperazione e le donne

 

Grande importanza ebbe la cooperazione sociale per le donne poiché essa contribuì, non solo alla loro presa di coscienza come classe sfruttata, ma anche come genere subalterno, quindi del loro doppio sfruttamento. Troviamo le prime Associazioni per sole donne sul finire del 1840, soprattutto in Piemonte dal momento che, essendo Torino la capitale del Regno, in quella regione dimorava la gran parte della nobiltà e dell’aristocrazia.

Si sa che i nobili sono d’animo sensibile cosicchè, se da una parte misero alla fame i contadini nei

latifondi e gli operai negli opifici, dall’altra, forse preoccupati per lo spettacolo esteticamente indecoroso che il degrado umano da loro causato portava nei pressi delle loro residenze, realizzarono le Associazioni femminili. Queste si preoccupavano di raccogliere le donne più disagiate, insegnare loro il cucito, la cucina, la conduzione della casa, le buone maniere e un minimo di istruzione. Rigorosamente apolitiche, queste Associazioni erano costituite da socie onorarie, dame dell’aristocrazia o quantomeno della buona borghesia. Non mancavano gli esponenti maschili che spesso dirigevano le Società e le rappresentavano ai congressi, dato che ai quei tempi il fatto che una donna, anche se di “alto rango”, parlasse ad un pubblico veniva giudicata cosa sconveniente, impudica.

La presenza ai vertici di esponenti della nobiltà, aristocrazia, e grande borghesia rende ben conto dell’impronta paternalistico-assistenziale delle Associazioni Femminili; non erano infrequenti, tra l’altro, i casi in cui la presidenza onoraria veniva attribuita addirittura alla stessa Regina.

Ma sul finire degli anni ’70 qualcosa iniziò a cambiare. La natura paternalistica e assistenziale delle Associazioni femminili cominciò ad incrinarsi sotto la spinta delle idealità socialiste e delle lotte nelle campagne in favore del solidarismo di resistenza, dell’emancipazionismo, dell’organizzazione del conflitto contro quella stessa nobiltà e borghesia che a quelle Associazioni avevano dato vita. Il fenomeno fu particolarmente evidente in Piemonte e in Lombardia grazie anche alla infaticabile attività, a Milano, di Anna Maria Mozzoni, fondatrice, nel 1881, della Lega promotrice degli interessi femminili.30

Per quanto riguarda le S.M.S. l’ingresso delle donne non fu per nulla facile: erano impiegate in maggioranza nel settore tessile lavorando più degli uomini, in condizioni ambientali più disagiate e malsane e per salari irrisori. Fu quindi ovvia la loro sempre più pressante richiesta di adesione alle Società, ma il loro ingresso fu ostacolato dagli uomini i quali ribattevano che le donne, percependo salari minori non erano in grado di pagare gli stessi contributi dei lavoratori, inoltre si ammalavano molto più spesso dei loro colleghi. Infatti, si registra che in molte S.M.S. le donne pagavano quote associative superiori a quelle degli uomini.31

Questa discriminazione formata da una mistura di abissale ignoranza, ristrettezza mentale e timore di concorrenza(!)32determinò il fiorire di numerose Società cooperative femminili gestite e dirette esclusivamente da donne. E sta proprio in questo passaggio la migliore testimonianza di come le donne seppero non solo anticipare spesso gli uomini nell’acquisire coscienza di classe, ma anche unire questa coscienza a quella di genere. Più oltre vedremo come le due cose insieme aumentarono di intensità nella misura in cui più intense si fecero le lotte, soprattutto nelle campagne. Esemplare fu la lotta delle “trecciaiole” che provocarono seri disordini il 15 maggio 1896 a Brozzi, a S. Donnino e a Signa assaltando i carretti dei fattorini che speculavano sul loro prodotto al momento della consegna al commerciante. In seguito a queste lotte, già dal giugno seguente, sorsero in tutta la Toscana le prime cooperative delle lavoratrici della paglia.33

Intanto, sul versante delle attività di promozione culturale e sociale, la maggior parte delle Società femminili contribuirono all’istruzione delle socie organizzando ed istituendo biblioteche circolanti, scuole elementari e professionali, serali e festive.

Altre Associazioni organizzarono al loro interno (una minoranza) istituzioni cooperative di credito, di consumo e di produzione; altre ancora non possedevano un magazzino di previdenza, ma contribuivano, versando una somma, all’impianto del magazzino alimentare delle Società Operaie maschili di cui potevano servirsi liberamente.

Di sicuro più avanti, nel 1900, le lotte delle donne riunite in associazioni cooperative per perseguire i loro interessi, dopo aver spezzato la cappa paternalistica dei “cooperatori maschi”, svilupparono non poco i pregiudizi antifemministi del nascente movimento sindacale preoccupato di non poter controllare, attraverso le proprie logiche riformistiche, la spinta rivoluzionaria delle lavoratrici.34

Non v’è dubbio che la cooperazione femminile, ma ancora di più le Leghe di resistenza delle donne nelle campagne e nelle fabbriche, ebbero un ruolo fondamentale nel formare nuove coscienze critiche e di genere la cui radicalità crebbe in modo direttamente proporzionale all’intensità dello scontro di classe in atto. E’ il caso delle Leghe delle mondine quello che appare come più emblematico di una formazione di coscienza di classe che si “specializza” nella produzione di soggettività femminista.

La coltivazione del riso, dalla fine del 1800, anche se a fasi alterne dovute alle variazioni del mercato provocate dalle massicce importazioni, occupava in Italia una buona percentuale della produzione agricola complessiva. Le coltivazioni più intensive si trovavano, anche per le caratteristiche naturali favorevoli, nella Padana lungo i territori attraversati dal Po. Dal vercellese al rovigotto al ravennate le risaie erano sparse a macchie di leopardo laddove i lavori di bonifica delle zone umide erano stati convertiti a questa coltivazione. Il lavoro nei campi allagati, a quei tempi privo di meccanizzazione, prevedeva l’impiego di sole donne poiché considerato troppo faticoso, malsano e mal retribuito dagli uomini.35

Tralasciamo le lotte delle mondine, la descrizione degli episodi più significativi, le vittime in termini di uccise, ferite e arrestate, per mano dei reparti di bersaglieri, dei carabinieri e polizia. Esistono già numerosi testi sull’argomento che affrontano il problema ben più compiutamente di quel che saremmo capaci di fare noi.

Ciò che la storiografia non dice di queste donne è come esse imposero una trasformazione ed una rottura importante nel mondo sociale e culturale contadino.

Nei periodi di lavoro le mondine lasciavano le loro case e le abituali occupazioni per raggiungere le risaie. Provenendo dalle provincie del nord si radunavano numerose sui luoghi di coltivazione allargando così il loro orizzonte al di là delle costrizioni spazio-temporali della famiglia. Esse passavano insieme, giorno e notte, tutto il periodo della monda ed erano costrette ad abbandonare i dialetti per intendersi allargando così anche gli orizzonti culturali. Venendo a contatto con donne provenienti da altre esperienze veniva quindi socializzata la coscienza individualmente acquisita.

La coscienza collettiva si trasformò in lotta di classe per le condizioni proibitive del lavoro e per i salari da fame. Le Leghe di resistenza delle mondine furono gli organismi unitari d’organizzazione delle lotte che, in quanto formati da donne, erano scarsamente infiltrati da sindacalisti, riformisti e affini. Questo fece sì che le donne delle risaie, libere dai lacci famigliari, clericali e partitici, oltre agli scioperi autonomi più vasti e alle forme di lotta più radicali della storia del movimento operaio che fecero piegare la testa agli agrari conquistando così importanti miglioramenti, diedero il via alla conquista della coscienza di genere. Con il mutualismo, le lotte, la vita in comune, la risoluzione collettiva dei problemi quotidiani le mondine si costruirono, giorno dopo giorno, una coscienza di classe, un’intelligenza collettiva autonoma che le portò ad imporre la negazione della famiglia patriarcale e un ruolo non più subalterno, né in famiglia né nella società. Non a caso la mondina veniva considerata, dalla mentalità maschile del tempo, una donna “facile”, “disinvolta”, “poco per bene”, ma allo stesso tempo temuta dagli agrari e rispettata nel nucleo famigliare proprio per l’autonomia che si era conquistata.

Senza dubbio il caso delle mondine costituì una “anomalia” all’interno stesso del corpo di classe, ma soprattutto nella cooperazione in quanto esse, pur traendo dalla propria specificità la forza contrattuale e una coscienza duplice che le portò ad elaborare un pensiero autonomo, non caddero mai nel corporativismo. Al contrario, pur facendo della loro Lega la base associativa per l’organizzazione logistica delle lotte, per la riproduzione di coscienza, per la difesa dei propri interessi specifici, furono sempre interne alle lotte generali del proletariato nella cooperazione, nella resistenza e nella solidarietà con tutte le altre categorie di sfruttati.

 

(5) Fine di un sogno: dai lacci socialdemocratici al cappio fascista.

 

All’ondata rivoluzionaria del 1897-’98, fallita a Milano grazie all’immancabile collaborazionismo dei socialisti di FilippoTurati36 e alle cannonate del Gen. Fiorenzo Bava Beccaris, seguì la spietata repressione del governo Crispi. Quest’ultimo, avendo individuato nelle S.M.S. e nelle cooperative un formidabile generatore di soggettività rivoluzionaria, centri di organizzazione tendenzialmente autonoma e di resistenza operaia, quando non fu efficace il sabotaggio dei dirigenti socialisti, inviò prefetti e carabinieri per lo scioglimento coatto delle Società che più si erano distinte per la loro organicità al movimento insurrezionale di quel biennio.37 Inoltre, rilevante fu il numero degli arresti di dirigenti e soci di punta e folte le schiere di esuli in Svizzera per evitare il carcere. Il governo Crispi, per non lasciare nulla di intentato, fece sciogliere anche numerose cooperative ad ispirazione liberale e cattolica. Fu così che queste, invece di prendere in esame la politica repressiva del governo, additarono le cooperative a guida socialista e il loro legame con gli organismi operai in lotta come responsabili della crisi dell’associazionismo.

Di fatto, il cooperativismo “moderato” colse l’occasione per rilanciare il legalitarismo interclassista in funzione antisocialista. Richiamando una pretesa natura puramente commerciale della cooperazione, come autodifesa, e i propri meriti di pacificazione sociale ai quali, del resto, la borghesia stessa diede riconoscimento, cercarono di imprimere una svolta all’interno della Lega, finalizzata al contenimento dell’espansione dell’associazionismo di sinistra.

Al contrario di ciò che avrebbe dovuto suggerire una logica rivoluzionaria in quel caso, i dirigenti socialisti, coerenti fino in fondo all’agire legalitario-collaborazionista, dopo la sconfitta operaia e contadina del ’98, oltre a piagnucolare presso i tribunali locali per la riapertura delle cooperative sciolte dai prefetti asserendo l’illegalità (!) del provvedimento in base all’ordinamento governativo sull’associazionismo, pensarono bene che sarebbe stato più conveniente per la cooperazione prestare più interesse alle vicende governative affermando il concetto di “inscindibilità tra sviluppo dell’associazionismo e salvaguardia delle condizioni generali delle libertà democratiche”. Vale a dire che si doveva avere un dialogo più stretto con i gangli amministrativi per scongiurare altre derive militariste come soluzione dei conflitti sociali.

Fu così che socialisti, liberali e cattolici lanciarono la loro Lega nazionale delle cooperative nella “lotta per la democratizzazione degli organi dello Stato”, che tradotto sarebbe: coogestione politica ed economica della cooperazione sociale tra Lega e Stato. Fu sempre così che a quasi vent’anni di distanza dall’esperienza comunalistica del Costa si ricominciò a parlare di nessi amministrativi ma in termini di municipalismo.38 «Erano proprio i cooperatori a delineare un programma amministrativo di chiara ispirazione democratica, imperniato sulla richiesta della riforma delle imposte comunali, del riordinamento degli uffici, del sollecito riscatto dei servizi pubblici delle imprese private [la municipalizzazione dei trasporti cittadini, gas, luce acqua]…della partecipazione di rappresentanze delle organizzazioni operaie nelle varie commissioni, della promozione delle cooperative di consumo [ecc.].».39

Ebbe inizio così, in una condizione di terrore, con centinaia di cooperative ancora chiuse, con i morti di Bava Beccaris appena sepolti, con l’apporto fondamentale dei socialisti, il lento declino in cui la cooperazione prese la via definitiva del riformismo (la coogestione di cui sopra), maturando in sede locale ciò che ebbe ulteriore sviluppo in sede nazionale dal 1900 con Giolitti. Infatti, la politica sociale giolittiana favorì l’approvazione di ben dodici leggi in favore della cooperazione come premio di fedeltà alle Istituzioni dei socialdemocratici che a quell’epoca, sfruttando il disorientamento dei proletari sconfitti dal terrorismo di Stato e il proprio tradimento, controllavano ormai gran parte del movimento cooperativo.40

Giunti a questo punto abbiamo davanti a noi ancora circa venticinque anni di storia della cooperazione di “sinistra” ormai apertamente fagocitata e diretta dal P.S.I.. Se negli anni passati, nelle S.M.S., nelle cooperative e nelle Leghe di resistenza, prevalse la spinta rivoluzionaria ad opera dei quadri di base, ora esse sono ormai completamente imbrigliate dai funzionari locali del Partito, date le disposizioni del XI congresso. D’ora in poi tutto si fa inevitabilmente prevedibile: il processo di sussunzione capitalistica del movimento cooperativo italiano, con la politica giolittiana alla quale il P.S.I. è organico, si completa e diventa un dato di fatto.

Certo non mancheranno episodi di resistenza anche dura e di solidarietà con gli organismi operai in lotta (come vedremo), ma, e ovviamente non solo nella cooperazione, ogni slancio rivoluzionario della classe verrà scientificamente fatto fallire dalle élite dirigenziali, nell’ordine: del P.S.I., del sindacalismo rivoluzionario, del P.C.d’I. in un tragico gioco delle parti. L’elite, formata da una casta ristretta di intellettuali proveniente dalla borghesia illuminata e democratica che non sarà mai «organica alla classe» (Gramsci), orienta le lotte dei proletari in termini di dirigenza politica, vuole il suo Stato più umano e usa il linguaggio rivoluzionario come specchietto per le allodole; il proletariato, al contrario, quello Stato vuole abbattere e nel conflitto di classe prefigura, nell’instaurazione di una nuova civiltà, la fine della dialettica fra lavoro e capitale.

Prima dell’avvento del fascismo la cooperazione sociale attraversò ancora, insieme alle organizzazioni operaie e contadine, tre momenti storici di carattere insurrezionale: i grandi scioperi generali nazionali del 1904 e del 1907-8,41 la “settimana rossa” nel ’14 e il “biennio rosso” con l’occupazione armata delle fabbriche nel ’19-’20.

Pur tuttavia fino alla fine rimase aperta la contraddizione che caratterizzò il movimento cooperativo di sinistra: la componente di base, formata dai soci contadini e operai, soprattutto nei piccoli centri agricoli e nelle città con grandi fabbriche, conservò la propria spinta sovversiva supportando organicamente la resistenza proletaria nelle lotte; mentre la dirigenza socialista (nella Lega naz. delle coop.), formata da borghesi collusi con lo Stato, sabotava scientificamente ogni tentativo rivoluzionario dall’interno, per conservare la propria classe e gli interessi di quest’ultima. Paradigmatico, a tal proposito, fu il comportamento della Lega di fronte alla guerra in Libia. Consapevole di quanto fosse importante, per la borghesia imprenditoriale cercare nuovi mercati in quel momento di forte crisi economica interna, non prese mai una posizione di netto rifiuto dell’imperialismo, ma sostanzialmente di accettazione del fatto compiuto e di compromesso.42 Se la posizione della Lega sulla colonizzazione della Tripolitania e Cirenaica non fu addirittura interventista lo si dovette al fatto che l’associazionismo del nord-Italia, e in modo radicale quello emiliano-romagnolo, fu nettamente contrario. Diversamente, buona parte della cooperazione del sud vide, nelle nuove regioni depredate agli indigeni, la terra promessa riscuotendo la benevolenza di Giolitti e dei socialisti riformisti Bonomi e Bissolati. Infatti, un caso fra tanti, il Sindacato siciliano delle cooperative pescherecce fu incoraggiato dal Governo e finanziato da diverse Casse di Risparmio.

All’uscita dalla Grande Guerra l’Italia si ritrovò con un processo inflazionistico galoppante, dovuto alle gigantesche spese belliche sostenute, che portò l’indice generale dei prezzi a livelli insostenibili. Non potendo la riconversione dell’industria bellica riassorbire la gran massa di forza lavoro ritornata dal fronte ed avendo gli Stati Uniti bloccato l’immigrazione, il numero di disoccupati lievitò a oltre due milioni.

Esplose di nuovo il movimento di massa nelle città e nelle campagne, ma questa volta con un grado di coscienza più alto. Sviluppato dalle sofferenze della guerra e dalla vittoria di Lenin in Russia, il sentimento rivoluzionario non fu più patrimonio solo dei militanti, ma investì ampi settori della popolazione. Questa volta la lotta fu apertamente, coscientemente, per l’abbattimento dello Stato. Il “biennio rosso” fu, senza dubbio, il momento insurrezionale più maturo e consapevole della storia del nostro paese. E lo testimonia la comparsa, per la prima volta, di organismi operai e contadini armati. Durante le occupazioni delle fabbriche, ad opera dei Consigli Operai in armi, imperversarono in diverse città le “Guardie Rosse” che diressero gli espropri ai magazzini alimentari dei privati nel corso dei moti contro il caroviveri. Quello che non si poté distribuire subito alla popolazione veniva portato coi camion (anch’essi espropriati) alle cooperative e distribuito successivamente. Sorgono i “Soviet annonari”. Gli scontri armati fra “Guardie Rosse”, che sorvegliavano l’esterno delle fabbriche, e forze dell’ordine furono frequenti. Il ruolo fondamentale delle cooperative di città nell’occupazione delle fabbriche è già stato descritto nel commento al punto 2 della nota 4.

Non diversamente andò nelle campagne (con un drammatico distacco dalle lotte operaie in città che non venne mai colmato e che fu uno dei motivi fondamentali della sconfitta generale): al sud, con l’importante apporto delle cooperative rosse, i contadini poveri e i braccianti occuparono le terre scontrandosi con l’esercito inviato a difesa del latifondo; al nord, in Emilia Romagna imperversò il fenomeno del “Galletto Rosso”43, nel cremonese nacquero i “Consigli di Cascina” che occuparono i fondi ed operarono la gestione collettiva. Ovunque, con punte di massima radicalità nella Padana (che costarono decine di morti), ci si scontrò con la forza pubblica per avere sostanziosi aumenti salariali e l’imponibile di manodopera (fissazione di un minimo di manodopera obbligatoria a carico dei proprietari per ogni unità di superficie). Anche qui il ruolo delle cooperative di consumo e di resistenza, soprattutto negli scioperi ad oltranza, fu strategico e vitale.

Non vorremmo far perdere tempo a chi legge indagando sui responsabili del fallimento dell’insurrezione proletaria del ’19-’20 poiché, dati gli avvenimenti precedenti, ci appare evidente (ma per chi vuole, al riguardo, il Del Carria né da una cronaca dettagliatissima e, a nostro avviso, una corretta valutazione politica44). Vorremmo chiudere questo episodio riportando, sembra quasi una beffa, il titolo di un articolo che apparve sul quotidiano “Il Tempo” del 3 novembre 1921: “Giolitti propone agli operai della FIAT di assumere la gestione dell’azienda in forma cooperativa.”45

I primi episodi di aggressioni fasciste alle cooperative si ebbero già durante il biennio come annuncio dell’intensificazione geometrica che si ebbe dopo le elezioni amministrative del 1920: nella primavera del ’21 oltre 150 cooperative risultavano saccheggiate e distrutte. Le zone più colpite, in particolare, furono il ferrarese, il mantovano, il rovigotto, il reggiano, il bolognese, il milanese, poi la Puglia e la Sicilia. Furono colpite sistematicamente per prime le Associazioni rurali di resistenza e consumo poi quelle cittadine.46

Come reagì la Lega nazionale delle cooperative diretta dalla segreteria Vergnanini e in particolare la componente socialista (maggioritaria)? Ben lontani dal comprendere che un iniziale manipolo di criminali, foraggiati dagli agrari, si stava trasformando con grande rapidità in un polo di aggregazione politica, con obiettivo la disarticolazione del movimento cooperativo in quanto catalizzatore di forze tendenzialmente rivoluzionarie, e infine la presa del potere,47 trattò la questione come in campagna si faceva contro i rischi inevitabili della grandine o delle inondazioni: la Lega organizzò «…una cassa mutua di assicurazione obbligatoria, con capitale iniziale ed un funzionamento speciale allo scopo di concorrere a facilitare l’opera di restaurazione delle varie cooperative [distrutte], indipendentemente dalle rivalse per indennità contro i responsabili [!].»48 Quest’ultima ridicolaggine farebbe sorgere una certa ilarità se non fosse per le centinaia di morti, di arresti e di distruzioni che provocò il descritto approccio della Lega, ma soprattutto dei socialisti, al problema così come si dava con eclatante chiarezza fin dal ’20-’21. Chiarezza che invece i soci di base avevano ben acquisito visto che (come testimoniano i bollettini governativi, delle questure e le cronache dei giornali del tempo), soprattutto nelle campagne, spesso difesero le loro cooperative, armi alla mano, creando il panico tra gli squadristi.

Così, mentre i socialisti, come allo scoppio della guerra di Libia, si arroccarono sull’attendismo sperando che la tempesta passasse in fretta; tra l’affidamento ai propri deputati di istanze al ministro degli interni per il ritorno alla legalità e il richiamo ai cooperatori a “non reagire alle provocazioni fasciste”, cadevano, disarmati dai loro dirigenti, gli ultimi bastioni della cooperazione rossa come la Federazione pavese delle cooperative agricole, il Consorzio cooperativo di consumo di Mantova, le Cooperative di Molinella, l’Unione edilizia di Roma. Con un decreto ministeriale venivano eliminati i rappresentanti delle cooperative nel c.d.a. dell’Istituto di credito per la cooperazione e venivano commissariati colossi come l’Umanitaria e l’Unione cooperativa di Milano.49

Liquidati gli ultimi piagnistei dei dirigenti socialisti, vinta nel sangue l’ultima flebile resistenza della base, con decreto prefettizio, la Lega nazionale delle cooperative fu sciolta. Il R.D. n° 2228 del 30 dicembre 1926 istituiva l’Ente Nazionale per la cooperazione con il quale il fascismo, facendo propria l’istanza cooperativistica, consolidò la propria base di massa.50

 

(6) Neomutualismo e neocomunalismo: preludi d’alterità costituente?

 

Riassumendo brevemente, la nostra analisi porta a comprendere come il mutualismo prima, le cooperative e le leghe di resistenza poi, abbiano svolto nella classe un fondamentale processo di autoriconoscimento e ricomposizione. Abbiamo visto come questo processo fosse in perfetta dialettica con le lotte: più esso procedeva, più le lotte si radicalizzavano. Più il processo riempiva di senso i vuoti della coscienza, più le lotte esprimevano pensiero autonomo antagonista quindi organizzazione di contropotere tesa, non all’ammorbidimento degli effetti cioè le riforme (come volevano i socialdemocratici), ma all’abbattimento della causa cioè del capitale monopolistico. Sul fallimento e la sconfitta delle lotte proletarie di quel periodo storico ci pare di aver dato sufficienti elementi nonché imput per l’approfondimento degli stessi.

Abbiamo preso in esame il mutualismo in Italia nel periodo delle sue origini, che va dal 1854 al 1925, poichè lo riteniamo fondamentale per la comprensione delle origini della classe.51

Lo abbiamo fatto fornendo solo una parte, e in modo sommario, dei dati a nostra disposizione poiché l’obiettivo di questo lavoro non è la ricostruzione storica, ma solo la proposta di inizio di una riflessione critica dalla quale poter fare scaturire domande le cui risposte possano, nella materialità dell’azione politica, portarci a prefigurare nuovi conflitti e la conseguente fondazione di percorsi costituenti.

Se è vero che il paradigma postfordista della produzione capitalistica52, adeguando i cicli della produzione alle nuove regole del mercato globalizzato, ha abolito la centralità operaia istituendo nuove figure di sfruttati in concorrenza fra loro; se è vero che questo processo, in seguito alla molecolarizzazione del lavoro vivo, ha bloccato la produzione di soggettività antagonista e messo a valore la cooperazione sociale tra i soggetti produttivi, come risultante della centralità, negli attuali meccanismi dell’accumulazione capitalistica, dell’intellettualità di massa e del lavoro immateriale; se è vero che in seguito a ciò non è più il tempo materialmente costretto alla mansione lavorativa dell’individuo, ma il suo intero tempo di vita ad essere messo a valore, dovere del pensiero critico è tentare di capire come e quanto sia possibile fondare, per poi verificarli soggettivamente nella pratica politica, percorsi ricompositivi finalizzati all’apertura di nuovi conflitti con obiettivo strategico la fine della dialettica tra lavoro e capitale.

In quest’ottica, adeguando il metodo di analisi al continuo evolversi della tendenza capitalistica e indagando rigorosamente ogni manifestazione di nuove istanze di liberazione, ci siamo uniti, senza riserva alcuna, a chi sostiene la parola d’ordine del Reddito di Cittadinanza universale nella sua accezione di strumento di ricomposizione di classe, di reddito sganciato dalla prestazione lavorativa, di emancipazione della cooperazione produttiva, di sottrazione intraprendente al lavoro comandato, di equa redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta e di prefigurazione della civiltà del non-lavoro.

Ci chiediamo però se a questo pur formidabile strumento di emancipazione sia possibile affiancarne altri con eguale capacità di creare immaginario e senso comune e, al fine, farli interagire completandosi l’un l’altro. Ci chiediamo ad esempio se sia utile tentare una ricontestualizzazione del mutualismo e della cooperazione alla luce di una nuova storiografia di classe ed alla luce degli affascinanti significati, costitutivi di coscienza autonoma e di conflitto, ma allo stesso tempo sconosciuti che da questa esperienza tendenzialmente rivoluzionaria (nel suo primo periodo storico) possiamo ancora estrarre.

E’ vero, non si possono fare parallelismi, ma a ben guardare si potrebbero trovare, paradossalmente, alcune singolari corrispondenze tra lo stato della classe, poniamo, nel 1850, e oggi (con evidente riferimento al lavoro autonomo di seconda generazione, al popolo delle partite IVA, ai lavoratori delle subfoniture, a tutte quelle individualità del lavoro eterodiretto che vivono però l’illusione di fare, prima o poi, i soldi): in ambedue i casi ci troviamo di fronte ad una moltitudine di individui non coscienti come classe subalterna sfruttata. Costretti dal bisogno, ingannati dal condizionamento sociale del proprio tempo, accettano supinamente le regole schiavistiche imposte loro dal mercato capitalistico il quale non ha altro scopo che la massima estrazione di plusvalore ottenuta con il massimo sfruttamento della forza lavoro.

Come abbiamo già visto, la moltitudine di metà ‘800 trova nelle associazioni mutualistiche la sua prima forma di autoriconoscimento come classe; più tardi, con le cooperative di lavoro e consumo, tenta di svincolarsi dal mercato capitalistico. Più avanti ancora, con le Leghe di resistenza, diventa soggettività politica: l’attacco è alla borghesia, l’obiettivo è la presa del potere.

La moltitudine del 2000, i nuovi schiavi dell’intellettualità-massa; quale il percorso? Quali gli strumenti che porteranno al proprio autoriconoscimento come classe e alla ricomposizione? Quali le forme adeguate di cui si doteranno per una conflittualità nuova e radicale?

Mai come ora la crisi seguita alla rottura della dialettica – lotte operaie motore dello sviluppo capitalistico – è apparsa in tutta la sua evidenza rendendo il capitale puro comando sulla ricchezza socialmente prodotta. Sempre più esterno e parassitario alla produzione esso permane come vincolo giuridico. Leggendo la tendenza, vediamo gran parte dell’intellettualità-massa, nei processi di produzione postfordista, sostituire i ruoli e le funzioni d’impresa che prima erano del capitale ed esercitarle, oltre che su se stessa , sul resto del lavoro materiale e immateriale; «Dentro la sussunzione scientifica del lavoro produttivo, dentro la crescente astrazione e socializzazione della produzione, la forma lavoro postfordista è sempre più cooperante e autonoma. Autonomia e cooperazione significano: la potenza imprenditoriale del lavoro produttivo è ormai completamente nelle mani del proletariato postfordista.», (A. Negri).

Ma contemporaneamente osserviamo che in seguito all’esternità e alla parassitarietà capitalistica, all’interno di questa crisi, vengono a crearsi, oggettivamente, tutte le condizioni in termini di potenzialità rivoluzionaria per una radicale ridefinizione del rapporto lavoro vivo-capitale, poiché se la cooperazione sociale produttiva, con un esodo intraprendente,53 si sottraesse alle attuali modalità del ciclo produttivo cesserebbe di produrre plusvalore. Potrebbe dare, invece, massimo dispiegamento al suo enorme potenziale ricompositivo: valorizzazione in senso comunista del general intellect riappropriato, prefigurazione di una civiltà “altra” fondata sull’autogestione della macchina produttiva sociale e dei nessi amministrativi e su un processo fondativo in continuo divenire.

Paradossalmente vediamo il lavoro vivo generare grande capacità di cooperazione sociale produttiva (totalmente sussunta) come funzione vitale dell’attuale ciclo di produzione delle merci, ma incapacità di autodeterminarsi politicamente quindi di cogliere ed amministrare, per proprio tornaconto, come classe egemone solidale, la congiuntura favorevole che si è venuta a determinare.

Appare quindi più che evidente che se pensiamo alla fuoriuscita dal circuito della valorizzazione capitalistica della cooperazione sociale produttiva, alla riappropriazione collettiva della produzione sociale, al general intellect come frutto della socializzazione del lavoro vivo affrancato dalla espropriazione capitalistica e dalla sua funzione strategica nello sfruttamento capitalistico del lavoro, non possiamo non pensare ai soggetti interni a questo processo come agli attori di un movimento dell’autorganizzazione che generi coscienza di classe, soggettività politica, pensiero autonomo in rete.

Noi, naturalmente, non abbiamo ricette miracolose da proporre, ma solo elementi di riflessione e di ricerca da sottoporre all’intelligenza collettiva: pensiamo a quali tattiche articolare, tutte interne ad una più ampia strategia politica che già si è descritta, che inneschino processi generali, di ampio respiro, tesi alla ripresa della ri/produzione della soggettività politica.

Vogliamo quindi capire se è possibile riattualizzare, reinventare o comunque intravedere nelle forme di società solidali e di lavoro associato opportunamente riadeguate all’oggi, un altro potente strumento finalizzato al disvelamento di embrioni di soggettività che inneschi un processo il quale, partendo dalla socializzazione delle esperienze individuali, costruisca e sedimenti lungo il suo percorso: 1) ricomposizione di classe e produzione di pensiero critico autonomo in rete; 2) capacità, attraverso il conflitto, di sottrarre la cooperazione sociale produttiva, lavoro vivo, alla sussunzione formale e reale capitalistica; 3) attivazione dell’unione di saperi, competenze e attitudini in una logica autogestionaria e d’autorganizzazione che trasformi in potenza costituente54 aggregati sociali, che inevitabilmente andrebbero formandosi, in grado di autoamministrarsi con forme radicalmente innovative di governo dal basso (Soviet dell’intellettualità-massa)55 sottraendosi così concretamente allo Stato, in cui creare e sperimentare forme libere di riproduzione della vita; 4) capacità di produzione di progettualità politiche autonome ri/generatrici di soggettività incompatibili con il comando capitalistico e il suo Stato.

Se pensiamo al lavoratore autonomo posfordista e postwelfarista comprendiamo immediatamente come esso sia privo delle più elementari forme di copertura sociale oltrechè di rappresentanza per la difesa dei diritti, diversamente dal lavoratore dipendente.

Aldo Bonomi, in una conferenza a Bologna il 23 settembre ’98, in un passaggio in cui parlava di embrionali episodi di cooperazione solidale da promuovere nelle nuove forme del lavoro autonomo, esemplificava: «…se, poniamo, 40 partite IVA impegnate in un comparto produttivo esternalizzato di una fabbrica, invece di versare individualmente i contributi ad un’Assicurazione per garantirsi un indennizzo in caso di infortunio o malattia, lo facessero collettivamente presso un unico Istituto, sicuramente spunterebbero un prezzo minore del premio con buon vantaggio per tutti.».

Vero, diciamo noi, ma non ci accontentiamo, perciò rilanciamo: e se le partite IVA invece di 40 fossero 4000? Se fossero impegnate, invece che in una sola impresa, in diverse imprese di segmenti produttivi diversi esternalizzate e no localizzate nella tal regione? Se invece di rivolgersi collettivamente ad un Istituto privato lo facessero presso la Società di Mutuo Soccorso da loro stesse creata? Ancora di più: se queste 4000 individualità, in seguito, si riunissero in Società Cooperative? A prescindere dal vantaggioso interesse economico immediato, e già la prospettiva di questo dovrebbe essere un buon motivo iniziale che potrebbe spingere le individualità a cooperare, è evidente che si innescherebbe un circuito di soggettivazione, poiché le motivazioni che le hanno rese ora singolarità cooperanti dovrebbero radicalizzarsi fino a renderle coscienti di sé come classe sfruttata, quindi coscienza collettiva capace di creare organizzazione e pensiero autonomo in senso antagonista.

Ma, a questo punto, non v’è più soluzione di continuità poiché su tale precedente potrebbero sorgere numerose altre S.M.S e cooperative in qualsiasi segmento della produzione in ogni regione e costituirsi in rete solidale.

Potremmo ipotizzare anche una rete solidale di S.M.S., le quali non avendo scopi di lucro, con il surplus di denaro risultante dal non immediato utilizzo nel comparto assicurativo (o per altri meccanismi propri) potrebbero finanziare progetti culturali o produttivi sociali (no profit) a livello locale e nazionale per (anche) la ri/produzione di soggettività politiche antagoniste.

Uno di questi, il primo che ci viene in mente, potrebbe essere uno spazio pubblico non statuale deputato alla libera formazione e allo sviluppo del pensiero critico come i Licei delle Scienze Sociali e le Università delle Scienze Sociali.56

Potremmo pensare alla conquista dei nessi amministrativi come condizione sine qua non perché il processo di cui si parla abbia la sua massima accelerazione nel sottrarre la cooperazione sociale produttiva, il lavoro vivo, la produzione sociale, alla valorizzazione capitalistica. Potremmo pensare al massimo dispiegamento delle potenzialità costituenti dell’autorganizzazione e dell’autovalorizzazione per la costruzione di nuovi potenti rapporti di forza che vadano a scardinare gli attuali meccanismi di governo locale entrandoci, imponendo così una serie di riforme dal basso che vadano a prefigurare una definitiva rottura con il sistema predatorio, clientelare e privatistico del ceto politico che attualmente infesta i nostri Comuni.

Defiscalizzazione dell’associazionismo produttivo e abolizione degli appalti pubblici in favore esclusivo di cooperative già costituite e da costituirsi; ridefinizione radicale del rapporto tra servizi e diritti negati come quelli inerenti la casa, la gratuità dell’istruzione, della sanità, degli asili nido; blocco immediato della privatizzazione dei servizi e dei beni comunali; assunzione, da parte del Comune delle assicurazioni (sugli immobili, sulla vita ecc.) come uno tra i diversi metodi di autofinanziamento. Queste non sono altro che alcune di mille anticipazioni che si potrebbero fare e che, in parte, abbiamo già visto tra le note numerate di questo lavoro. Ma anche se potrà apparire paradossale ci ritroviamo nella condizione in cui l’imposizione di alcuni di quei profondi cambiamenti, che segnarono l’esperienza comunalista di fine ‘800, ancora oggi assumono un carattere rivoluzionario e si rendono di nuovo necessari poiché si tratta di riforme radicali e dal basso, contropotere territoriale, giusta redistribuzione di reddito sociale sotto forma di servizi e prefigurazione di una nuova civiltà. Diritti conquistati con un duro conflitto di classe costato molte centinaia di vite e di secoli di carcere. Questi diritti ci sono stati tolti nel corso del tempo a causa delle politiche della borghesia imprenditoriale che di volta in volta indossava la maschera da dirigente socialista, sindacalrivoluzionario, pciista, e quant’altro.

Ed è con la consapevolezza che si deve partire dal presupposto che non si tratta certo di tornare banalmente al passato, ma, ben consci che non si tratterà di un “pranzo di gala”, dobbiamo organizzare l’uscita di massa dalla “miseria del presente” per costruire altrove la “ricchezza del possibile”, dando inizio ora ad un processo costituente in continuo divenire generatore del conflitto permanente, come prefigurazione della civiltà del non lavoro, dell’era della democrazia di base non rappresentativa, del sovietismo di massa, della valorizzazione in senso comunista del lavoro sempre più sottratto alla sussunzione capitalistica come attività libera e creativa della cooperazione sociale produttiva.

 

 

 

 

 

 

 

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1Vogliamo dare legittimità, in questo lavoro, al termine “moltitudine” nell’accezione articolata da P. Virno: «Il contrasto politico decisivo è quello che oppone la Moltitudine al Popolo. Il concetto di “popolo”, a detta di Hobbes (ma anche di larga parte della tradizione democratico-socialista), è strettamente correlato all’esistenza dello Stato, anzi, ne è un riverbero: “Il popolo è un che di uno, che ha una volontà unica, a cui si può attribuire una volontà unica. Il popolo regna in ogni Stato” e, reciprocamente, “il re è popolo”. La cantilena progressista sulla “sovranità popolare” ha per contrappunto acre l’identificazione del popolo con il sovrano o, se si preferisce la popolarità del re. La Moltitudine, invece, rifugge dall’unità politica, recalcitra all’obbedienza, non consegue mai lo status di persona giuridica né, quindi, può “promettere, fare patti, acquistare e trasferire diritti”. Essa è antistatale, ma, proprio per questo, anche antipopolare: “I cittadini, allorchè si ribellano allo Stato, sono la moltitudine contro il popolo”.»

Cfr. P. Virno, Virtuosismo e rivoluzione, Luogo Comune, n°4, 1993, p. 17.

2Cfr. W. Briganti, Il movimento cooperativo in Italia 1854 1925, Editrice Cooperativa, Roma, 1976, da p. 11.

3Nel maggio-giugno 1907 entrano in sciopero oltre 40.000 braccianti solo nel ferrarese. Risponde il sud tra settembre e novembre con scioperi di braccianti e operai con saccheggi di magazzini padronali, occupazioni delle terre, sabotaggi. Ma è nel marzo 1908 che l’agitazione raggiunge il culmine con la rivolta di Parma rimasta in mano ai contadini della provincia e agli operai della città, circa 30.000, per tre giorni. Leggendo le cronache del tempo, risulta più che evidente lo stato preinsurrezionale.

Cfr. R. Del Carria, Proletari senza rivoluzione, Edizioni Oriente, Milano, 1970, vol. I, pp. 408-419.

4Fin dai primi giorni di settembre quasi un migliaio di officine furono occupate dalle maestranze in tutta Italia: gli occupanti circa 400.000 principalmente nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova……Nella sola Torino, la capitale operaia d’Italia, gli occupanti furono 100.000.

Dirà poi Giolitti al Senato: «Come potevo impedire l’occupazione? Si tratta di 600 manifatture dell’industria metallurgica. Per impedirne l’occupazione avrei dovuto mettere una guarnigione in ciascuno di questi opifici, nei piccoli un centinaio di uomini, nei grandi alcune migliaia……E chi sorvegliava i 500.000 operai che restavano fuori dalle fabbriche? Chi avrebbe tutelato la sicurezza pubblica nel paese?»

Il Prefetto di Milano telegrafò il 4 settembre: «Le maestranze che occupano gli stabilimenti metallurgici seguitano ad armarsi e a rafforzare difese. Maestranze altre industrie premono sui dirigenti organizzazione per estendere movimento. Ho interessato Buozzi e altri per resistere tali pressioni. Turati da me pregato presterà opera sua diretta facilitare componimento» (corsivo nostro). Anche in questo caso la situazione fu di carattere insurrezionale.

R. Del Carria, Ibidem, vol. II, pp. 117-118.

5Il lavoro associato non intacca, nemmeno minimamente, l’essenza del modo capitalistico di produzione: il plusvalore. Possiamo affermare inoltre che il mov. coop. è un’arma a doppio taglio: se in via del tutto teorica, da solo, fosse portato al suo massimo sviluppo si trasformerebbe in una sconfitta per le classi subalterne in quanto, razionalizzando la produzione e calmierando i prezzi, porterebbe queste ultime al puro economicismo. Assisteremmo ad un appiattimento nella concorrenza economica con la borghesia a scapito della lotta di classe.

6Lo stesso Lenin fissava i compiti delle coop. di consumo nel congresso dell’Internazionale Socialista di Copenaghen (28 agosto – 3 settembre 1910), proponendo il seguente progetto di risoluzione:

«Il congresso ritiene:

1 – che le cooperative di consumo migliorano la situazione della classe operaia restringendo il campo dello sfruttamento dei commercianti e intermediari di ogni tipo, influendo sulle condizioni di lavoro degli operai che lavorano nelle aziende dei fornitori e migliorando le condizioni dei loro dipendenti.

2 – che queste cooperative possono avere grande importanza per la lotta di massa, economica e politica, del proletariato, appoggiando gli operai durante gli scioperi, le serrate, le persecuzioni politiche, ecc.»

Da: M. Franceschelli, L’assalto del fascismo alla cooperazione italiana, Editrice coop., Roma, 1949.

Per quanto riguarda il punto n°2 della citazione precedente, l’intuizione di Lenin ebbe la sua migliore verifica nelle occupazioni delle fabbriche del ’19-’20. Le cronache ci confermano, infatti, che se gli operai poterono sostenere per così lungo tempo le occupazioni, se le loro famiglie poterono continuare a nutrirsi nonostante l’interruzione all’erogazione dei salari, è perché centinaia di piccole e grandi coop. di consumo, in una grande gara di solidarietà, fornirono alle associazioni operaie in lotta generi alimentari, aprendo un largo credito, vendendo a prezzo di puro costo o gratuitamente quelle che potevano.

Su Lenin e coop. vedere anche: Lenin, Opere Scelte, op. cit., cap. Sulla cooperazione, p. 714.

7Le antiche corporazioni, che assicuravano agli artieri la difesa dei propri interessi e lo sviluppo più o meno razionale dei rispettivi comparti merceologici e degli scambi, entrarono in crisi poiché inadeguate al nuovo modo di produzione. Questo passaggio costrinse gli artigiani, per poter sopravvivere, a cooperare riunendosi per specialità (trasformandosi così in operai di mestiere) e a fondare società di mutuo soccorso e cooperative di resistenza.

Sulla rivoluzione industriale in Inghilterra vedere: E.J. Hobsbawm, La rivoluzione industriale e l’impero, Piccola Biblioteca Einaudi.

8Nel 1860 oltre l’80% della popolazione era formata da contadini quasi tutti analfabeti. A liv. nazionale gli analfabeti erano il 75%; solo nel meridione il 90%.

Cfr. R. Del Carria, op. cit., vol. I, p.123.

9La borghesia postunitaria unificata, dopo essersi impadronita di tutti i nessi amministrativi, impose una fiscalità predatoria costituita per il 65% da tributi indiretti causando l’ulteriore immiserimento dei contadini e per il 35% da contributi diretti colpendo duramente i piccoli proprietari. Inoltre gravavano, sugli uni e sugli altri, le imposte provinciali e comunali come il dazio sui consumi e la sovraimposta fondiaria. Per la prima volta non soltanto i contadini, ma tutte le classi subalterne, unitariamente, danno vita ai moti sul macinato lasciando sui campi e sulle piazze, complessivamente, secondo stime incomplete, 257 morti, 1099 feriti e 3788 arrestati.

Cfr. R. Del Carria, op. cit., vol. I, pp. 123-125.

10E’ irresistibile associare il nome di Garibaldi all’episodio di Bronte. La fucilazione di 4 contadini e l’incarcerazione di altri 316 di cui 37 all’ergastolo ad opera di Bixio (agosto 1860), in seguito all’insurrezione popolare per la divisione delle terre da espropriare ai ricchi latifondisti, preannunciò per la prima volta scopertamente di quale “rivoluzione” egli stava diventando l’acclamato “eroe”.

Cfr. R. Del Carria, Ibidem, vol. I, pp. 52-56.

11Già da un censimento del 1902 delle cooperative esistenti si contano 2823 coop. di produzione e di consumo con 500.000 associati, più 1.800 di credito che portavano i soci, complessivamente, ad 1.000.000. Da un calcolo approssimativo, se i benefici di ciascun socio si estendessero almeno alla propria famiglia, risultavano almeno 5.000.000 le persone direttamente o indirettamente interessate alla cooperazione.

M. Degl’Innocenti, Storia della cooperazione in Italia, Editori Riuniti, Roma, 1977, pp. 157-158.

12Come testimonia ad es. La pia unione di S. Bernardo di Parma, sorta nel 1715 e riordinata nel 1834; la S.M.S dei cocchieri, servitori, sellai e calzolai a Modena del 1824.

Cfr. A. Zavaroni, Uniti siamo tutto, Mazzotta Editore, Milano, 1977, pp. 55-56.

13Occorre citare per prima l’esperienza dei Probi Pionieri di Rochdale del ’48 e i tentativi di formazione dei villaggi cooperativistici di operai secondo le teorie di Robert Owen, poi le Banche di anticipazione di Schulze-Delitzch in Germania, sempre del ’48, ambedue di dottrina liberale. Infine le S.M.S. e gli “ateliers nationaux” francesi sorte dalle teorizzazioni di Saint-Simon, Louis Blanc, Charles Fourier, Lassalle.

14«A Torino il magazzino di previdenza promosso dal cavourriano Boitani, modello a tanti altri simili che si diffusero rapidamente in Piemonte; le banche popolari in Lombardia e nel Veneto, campo d’azione del Luzzatti e dei suoi amici; nel genovese le cooperative di produzione intorno alla Confederazione Operaia di osservanza mazziniana.»

W. Briganti, op. cit., p. 15.

15L’apparizione ufficiale dei cattolici nella cooperazione italiana è del 1° gennaio 1898 con la nascita della “Federazione delle Unioni cattoliche cooperative agricole di tutta Italia” che raccoglie le cooperative di ispirazione cattolica precedentemente nate. L’organo ufficiale è il periodico “La Cooperazione Popolare” diretto da Don Luigi Cerruti.

Dal periodico “La Cooperazione Italiana”, Milano, 1898.

16«Infatti Gramsci aveva osservato come il partito della sinistra risorgimentale mancasse addirittura di un programma di governo che riflettesse le rivendicazioni essenziali delle masse popolari, in primo luogo dei contadini (ad es. la riforma agraria). [ poiché] Secondo R. Romeo una distribuzione delle terre ai contadini – avrebbe però travolto l’unica forma di capitalismo esistente, destinato a funzionare, nelle condizioni storiche dell’Italia, come meccanismo essenziale dell’accumulazione e trasferimento dei redditi agricoli al servizio dello sviluppo urbano e industriale -».

A. Zavaroni, op. cit., p. 79.

17Si ebbe così una vasta immigrazione interna di braccianti in perenne ricerca di lavoro che a volte si trovava “a giornata”, a volte periodico durante le bonifiche. Soprattutto nella Padana erano altamente diffuse la sottoalimentazione, la pellagra e nelle zone umide adiacenti il Po la malaria; nel 1881 i casi di pellagra accertati (quindi in difetto) furono 104.067. Si ebbero in più, a carattere periodico, epidemie di colera dovute alle pessime condizioni abitative; sempre nel 1881 si contarono 55.000 morti per questa malattia.

Cfr. R. Del Carria, op. cit., pp. 179-180.

18R. Del Carria, op. cit., vol. I, p.182.

19“la boje” o “la boi”, a seconda dei dialetti padani. Trad.: la pentola bolle, il coperchio è saltato. Dall’83 all’85 gli scioperi e le manifestazioni di massa dilagarono in tutto il nord Italia con particolare violenza nella pianura padana. Nel mantovano, nel cremonese, nel rovigotto, nella bassa padovana ed emiliano-romagnola fu illegalità di massa: si distrussero numerosi impianti viticoli dei padroni, si diede fuoco alle macchine agricole, si saccheggiarono i magazzini, gli scontri coi Carabinieri e Polizia si susseguirono costantemente. La risposta dello Stato non si fece attendere: furono sciolte d’autorità le leghe bracciantili locali, le cooperative di resistenza, ne furono imprigionati i responsabili per l’organizzazione delle lotte; ma i tumulti non si fermarono. Nell’autunno dell’85 vi fu una seconda più massiccia ondata repressiva, alla quale parteciparono anche numerosi reparti dell’esercito. Questa volta, in seguito ad arresti e perquisizioni di massa e ulteriori scioglimenti di cooperative, la rivolta si fermò. Solo nell’85 gli arrestati furono 51.720. Da una Circolare del Ministero dell’interno del 20 novembre 1886.

20«…perché la lotta di classe passi dalla fase rivendicativa a quella politica il metodo proposto è quello di conquistare i poteri pubblici per trasformarli in uno strumento per l’espropriazione economica e politica della classe dominante [!]. La lotta non deve generare rotture violente o scontri frontali, ma la corrosione lenta e graduale del potere politico borghese.» Dallo statuto di fondazione del PSI, 1892 in: A Riosa, Il PSI dal 1892 al 1918, , Ed. Cappelli, Bologna 1969, p. 40.

21Sulla storia del P.S.R. consigliamo l’ottima opera:

V. Evangelisti E. Zucchini, Storia del Partito Socialista Rivoluzionario, Ed. Cappelli, Bologna, 1981.

Interessante anche l’analisi che ne fa il De Carria, op. cit., pp. 196-199.

22L’Avanti!, che allora era un settimanale, fu creato dal Costa. Il nome pare sia stato ripreso dall’omonima testata della socialdemocrazia tedesca Vorwarts.

Cfr. V. Evangelisti E Zucchini, op. cit., p. 32.

23Le principali erano: suffragio universale, diritto di riunione e di sciopero, limitazione dell’orario di lavoro, cessione ai contadini delle terre incolte, piena autonomia dei comuni e abolizione dell’esercito di leva da sostituire con la “nazione armata”.

Ibidem, p.26

24Nell’accezione costiana la dittatura di classe è temporanea, ovvero: «…dura dall’inizio della rivoluzione fino al suo definitivo trionfo, con l’instaurazione del collettivismo. Questa concezione non va assolutamente confusa con l’interpretazione leninista del concetto marxiano di – dittatura del proletariato -. Secondo tale interpretazione, la dittatura del proletariato dura quanto il collettivismo e termina quando, eliminate le ultime vestigia delle classi sociali, si estingue anche lo Stato e s’instaura il comunismo. Per i socialisti rivoluzionari, invece, la dittatura delle classi lavoratrici termina prima dell’instaurazione del collettivismo, o meglio, contemporaneamente

Ibidem, p. 45.

25Alle elezioni del 20 ottobre 1889 furono conquistati i comuni di Cesena, Savignano, Forlimpopoli, Castrocaro, Santarcangelo, Cervia e altri minori. A quelle del 27 ottobre .fu la volta di Imola, dove Il Costa fu eletto consigliere, poi Faenza, Predappio e Morciano. Il 3 novembre il P.S.R. vinse a Budrio e l’11 novembre a Ravenna, Massalombarda e in molti altri piccoli centri della provincia.

Cfr. V. Evangelisti E. Zucchini, op. cit., pp. 199-200.

26I punti più significativi del programma erano: autonomia comunale completa, soppressione della giunta amministrativa; estensione del diritto di voto per tutti gli abitanti del Comune (ricordiamo che il suffragio universale ancora non esisteva in Italia, votavano solo gli uomini e non tutti); soppressione delle spese di lusso e di culto; soppressione delle tasse indirette e del dazio di consumo; nessuna imposta ai lavoratori e intervento materiale e morale in loro favore in caso di sciopero; rappresentanza diretta, nel consiglio comunale, della classe operaia e delle sue associazioni; istruzione laica e integrale, ispirata ai principi egualitari del socialismo; assistenza agli studenti indigenti; passaggio delle terre delle Opere Pie al Comune, e loro gestione da parte delle associazioni bracciantili; premi alle società costruttrici di case operaie e cooperanti all’igiene pubblica; appoggio alle agitazioni per la giornata lavorativa di 8 ore, per l’abolizione del lavoro infantile, per la riduzione del lavoro femminile, per la fissazione di un salario minimo; premi e facilitazioni per la costituzione di associazioni di produzione, consumo e resistenza tra i lavoratori; abolizione degli appalti e aggiudicazione dei lavori comunali alle cooperative.

Ibidem, p. 197.

27Andrea Costa, al di là del suo massimalismo barricadiero, della mancanza di una chiara visione di classe (parlò ,infatti, sempre di “popolo” o “classi lavoratrici”, mai di proletariato), dell’assenza della critica (che noi riteniamo fondamentale) del modo capitalistico di produzione, rimane una delle figure più emblematiche, trasparenti, contraddittorie, passionali e romantiche della storia delle classi subalterne in Italia. Si devono al Costa (pur nel disaccordo) alcune tra le pagine più belle del pensiero rivoluzionario di fine ‘800, dalle appassionate polemiche con gli anarchici Malatesta, Cafiero, Merlino e i socialisti riformisti Turati e Anna Kuliscioff, alle storiche infuocate interpellanze parlamentari, ai comizi sovversivi nelle piazze dove fu più volte bastonato e arrestato dai regi carabinieri e polizia. Si deve al Costa l’introduzione del concetto di rivoluzione come riscatto autonomo delle masse, positivamente ereditato dagli anarchici, e la prefigurazione dell’organizzazione della “società futura” nell’ideologia socialista, ma soprattutto del concetto di “comunalismo”, sul quale si teorizza ancora oggi (autogoverno comunitario, ripresa e gestione dal basso dei nessi amministrativi).

28La Coop. Op. di Busto fu una filiazione della S.M.S. dell’omonimo Comune nel 1893. A quella data contava 355 soci, nel 1913, un anno prima della conquista del Comune a maggioranza assoluta, salì a 1400, nel periodo di massimo sviluppo (1918), su 30.000 abitanti, vi erano 2.000 famiglie di soci. La Coop. Op. promosse la fondazione di numerose altre cooperative nel circondario che insieme formavano il Consiglio dei Lavoratori di Busto il quale si riuniva ogni giovedì per esaminare i problemi della cittadina; esso rappresentava 10.000 soci delle leghe di resistenza, 2.000 famiglie iscritte alla cooperativa, 1.500 soci del Circolo operaio di mutuo soccorso, 3.000 soci dei circoli famigliari, 2.000 iscritti all’Università popolare. La Coop. Op. era proprietaria di 3 edifici i quali ospitavano: i magazzini generali, i forni, la salsamenteria, il teatro del popolo, gli uffici della coop., il circolo operaio di M.S., la Cassa popolare deposito e prestiti, la C.d.L. con le leghe operaie, la “fanfara rossa” e i “ciclisti rossi”, la scuola di recitazione, la redazione del giornale Il Lavoro (organo della coop.), le organizzazioni socialiste, l’albergo ristorante, la Lega tra gli impiegati e la Biblioteca proletaria. Nel circondario aveva aperto 10 spacci alimentari, 2 caffè birrerie, una bouvette, un altro albergo ristorante, 4 forni e 2 negozi di tessuti e calzature. Questa la rete sociale, di conseguenza i rapporti di forza che la Coop. Op. di Busto seppe creare dal 1893 al 1918 circa sul suo territorio. Ci appare quindi ovvia la conquista del Comune nel 1914.

Cfr. M. Degl’Innocenti, op. cit., pp. 182-183.

29Da: V. Evangelisti E. Zucchini, op. cit., p. 201, il corsivo è nostro.

30Cfr. Franca Pieroni Bortolotti, Alle origini del movimento femminile in Italia 1848 1892, Einaudi, Torino, 1963.

31Su questi e altri fatti circa la discriminazione delle donne sul lavoro vedere la raccolta di autori vari dal titolo: L’audacia insolente, la cooperazione femminile 1886 1986, Marsilio Editore, Venezia, 1986.

32Spesso i giudizi furono di questo tenore: «La donna scaccia l’uomo dalla fabbrica perché sentendo minori bisogni, essendo più arrendevole e pieghevole dell’uomo, non avendo limiti di tempo nelle occupazioni, ma soprattutto accettando mercedi minori aveva, agli occhi degli industriali, pregi particolari che la rendevano preferibile all’uomo.»

Cfr. A. Bebel, La donna e il socialismo, Max Kantorowicz, Milano, 1891, pp. 209-214.

33Cfr. P. Villari, Le trecciaiole, in Nuova Antologia, 1° agosto 1896, pp. 393-410.

34«In queste ultime [le donne] si trova una maggior tendenza a violare la disciplina e una impulsività qualche volta pericolosa. La ragione non è difficile a scoprirsi quando si pensi che la donna oltre a essere più debole e quindi più irritabile dell’uomo, è ancora poco addestrata all’esercizio difficile dell’organizzazione.»

I. Bonomi C. Vezzani, Il movimento proletario nel mantovano, Biblioteca della critica sociale, Milano, 1901, p.14.

35La gran parte del lavoro in risaia era stagionale e si concentrava nei relativamente brevi periodi della semina e del raccolto; questa caratteristica, unita alla qualità di semplice manovalanza che quel lavoro richiedeva, richiamava mano d’opera femminile in quanto l’economia famigliare contadina prevedeva che la donna, oltre al compito di riproduzione della forza lavoro (in senso marxiano), avesse anche quello di arrotondamento del bilancio famigliare. Oltre alla fatica provocata dal dover stare in acqua dai ginocchi in giù e contemporaneamente con le mani, nel lavoro in risaia spesso le mondine “veterane” contraevano artrite deformante alle estremità e la malaria per la presenza della zanzara anofele, date le acque stagnanti. Inoltre il compenso giornaliero era irrisorio e per di più una parte veniva pagata in riso.

36Il 6 maggio 1898 alle ore 12 l’insurrezione spontanea per l’aumento del prezzo del pane esplose in seguito all’arresto di due operai che distribuivano manifestini ai passanti. Alcune migliaia di operai affluirono davanti al commissariato ove erano rinchiusi gli arrestati reclamando il loro immediato rilascio e lanciando sassi. Per primo intervenne il dirigente socialista Dell’Avalle che ottenne una relativa calma promettendo la liberazione dei due operai, ma poco dopo la Questura confermò l’arresto di uno di loro. Nel volgere di breve tempo scese in strada tutto il quartiere di Ponte Seveso, poi, alla volta del commissariato uscirono in massa gli operai della Pirelli, della Stigler, della Grondona, della Vago e dell’Elvetica. Con alla testa le donne il corteo si scontrò violentemente con la truppa di rinforzo. Alle ore 14 arrivarono Turati e Rondani che improvvisarono un comizio nel tentativo di far desistere gli insorti. Turati lasciò il fido Rondani a calmare la folla inferocita e si recò, solo, al commissariato a parlamentare. Egli tornò un’ora dopo con un nulla di fatto e al quel punto, pur di scongiurare l’insurrezione, s’inventò di sana pianta di aver ottenuto la liberazione dell’arrestato e l’abolizione del dazio sul grano. Ma Turati, collaborazionista e bugiardo, nulla ottenne: l’insurrezione fu inarrestabile ma restò spontanea, i socialisti, rivoluzionari a parole ma complici dello Stato nei fatti, invece di guidarle, abbandonarono le masse e, a nostro parere, furono responsabili, al pari di Bava Beccaris, del triste bilancio delle 4 giornate di Milano. Il bollettino della Questura confermò 118 morti e 450 feriti. Altri osservatori e “La Tribuna” affermarono 800 morti e alcune migliaia di feriti.

Cfr. R. Del Carria, op. cit., pp. 323-335.

37La repressione fu massiccia ed estesa: le prime a saltare furono, non a caso, la coop. legate agli organismi di resistenza operaia nei piccoli-medi centri della Padana (Baricella, Molinella, Minerbio, Budrio, Argenta, Ravenna ecc.). A Milano la proclamazione dello stato d’assedio da parte dell’autorità militare portò alla chiusura del Ristorante operaio cooperativo, della Coop. di Niguarda, della Coop. di consumo “Leonardo da Vinci”, della Coop. ferroviaria di consumo e anche dell’importante Società Umanitaria. A Torino non furono risparmiati i più grossi organismi come l’Alleanza Cooperativa. Seguirono centinaia di coop. in tutta Italia.

38Attenzione alla distinzione tra comunalismo (il “prendiamoci i Comuni” di Andrea Costa)* e municipalismo. La differenza non è solo linguistica come potrebbe apparire, ma sostanziale. Il comunalismo allude all’esperienza della Comune di Parigi, quindi alla sua accezione conflittuale, autogestionaria, di autogoverno comunitario (ancora oggi, nel dialetto bolognese il Comune è definito al femminile: la Cmóuna). Al contrario, il termine municipalismo, indica lo spirito partecipazionistico al Municipio come istituzione locale dello Stato, il cui riconoscimento è implicito. Più tardi, con l’avvento del fascismo il termine Municipio fu enfatizzato e reso l’unico indicativo il governo locale.

* Questa frase, che nei comizi elettorali e nelle agitazioni divenne una bandiera, proviene dallo storico discorso che il Costa pronunciò al Politeama Golinelli di Imola l’8 luglio 1883 con il quale diede inizio alla campagna elettorale del P.S.R. di Romagna. Il suo discorso si concluse così: «…Appunto per ciò, o signori, non vogliamo più sapere di voi; e non esitiamo a dichiararvi che intendiamo d’impadronirci dei nostri Comuni». Cfr, L. Arbizzani Aldo d’Alfonso, Comuni e province nella storia dell’Emilia-Romagna, Editori Riuniti, Roma, 1970, p. 28. Alle pagg. 45-50 troverete la versione integrale di “Un sogno“; uno splendido poemetto del Costa in lingua ottocentesca apparso su Almanacco popolare del 1882, Imola, Lega Tipografica, 1881, 3° ed., pp. 29-40.

39Cfr. M. Degl’Innocenti, op. cit., pp. 145-146.

40Ostentando un linguaggio pseudo-rivoluzionario che, dati gli avvenimenti precedenti già descritti, appare ingiurioso prima ancora che ridicolo, al XI congresso del P.S.I. tenutosi a Milano il 21-25 ottobre 1910 si afferma: «Così anche in Italia in questo ultimo decennio è sostanzialmente modificato nella valutazione del movimento cooperativo operaio che viene ormai accettato come un sussidio validissimo per completare l’azione di resistenza pura e mettere in moto, a favore del proletariato, un poderoso arsenale di multiformi congegni pei quali l’assetto borghese è intaccato e penetrato in tutti i suoi organi costitutivi…i congressi del Partito Socialista sono dunque costretti ad occuparsi di questo dilagante movimento…questa forma di organizzazione non può essere abbandonata a sé…Il Partito Socialista ha il dovere di interessarsi attivamente del fenomeno e di adoperarsi perché esso si svolga serenamente e converga verso le finalità del socialismo.» (Il corsivo è nostro)

Da: A. Riosa, Il Partito Socialista Italiano dal 1892 al 1918, Ed. Cappelli, Bologna, 1969.

Arturo Labriola invece, se da una parte affermava che nelle cooperative «…si annidava l’elemento più intelligente, più famelico e più temibile del socialismo» (Cfr. A. Labriola, Storia di dieci anni, Milano, 1910, p. 305.) dall’altra criticava aspramente il P.S.I. poichè, a suo avviso, aveva fatto della cooperazione una «…storia di piccole cose e di uomini meschini, di avvolgimenti tortuosi e di continue menzogne, senza lampi e senza scatti.» Riferendosi ai rapporti economici e di potere che attraverso la cooperazione socialista si intessevano tra Partito e Stato, governo, banche. Infatti, uno dei fondamenti della politica giolittiana era la concessione dei lavori pubblici alle cooperative. A tal proposito pensiamo che parlare di “tangentopoli” come degenerazione nel P.S.I. dei nostri tempi, sia piuttosto riduttivo.

41In seguito alle stragi di contadini e di minatori ad opera dei carabinieri il 17 maggio a Cerignola (Bari), il 4 settembre a Buggerru (Iglesias) e il 14 settembre a Castelluzzo (Trapani) la “frazione rivoluzionaria” del P.S.I. guidata da Labriola appoggiata dai repubblicani, dagli anarchici e dalle Camere del Lavoro a maggioranza sindacalista rivoluzionaria, sulla spinta della spontaneità delle masse inferocite per gli eccidi, proclamarono lo sciopero generale nazionale. Lo sciopero fallì nel sangue (non certo di chi lo dichiarò) poiché un conto è lanciare le masse all’assalto, ben altro è organizzarle verso un obiettivo strategico in una chiara visione di classe. Nella totale assenza di quest’ultimo gli operai furono lasciati alla loro spontaneità e i carabinieri di Giolitti fecero il resto.

La sconfitta del 1904 non fece desistere la masse dallo scendere di nuovo in piazza, questa volta contro la chiamata alla leva militare (con lo scopo da parte dei coscritti delle classi ’76,’77, ’80, ’84 di non essere mandati a uccidere gli scioperanti), per miglioramenti salariali in fabbrica e in campagna, contro le stragi dei carabinieri e altri raparti dell’esercito che non accennavano a finire. Questi i motivi degli scioperi generali nazionali del ‘906, ‘907, ‘908, questa volta sostenuti da una nuova compagine agitatoria che aveva fatto esperienza nello sciopero del ‘904. Erano i sindacalisti rivoluzionari; intellettuali della piccola borghesia “arrabbiata” e del ceto medio che si staccarono dal P.S.I. considerandolo «riformista e conservatore» (Labriola). Seguaci delle teorizzazioni di Sorel, concepivano lo sciopero generale come “momento supremo rivoluzionario, risultante dello scontro finale tra le classi”. Se da una parte seppero interpretare e ideologizzare la spinta rivoluzionaria delle masse, dall’altra, non disponendo di alcuna strategia né di un progetto politico di classe, passando da un fallimento all’altro, si isolarono progressivamente. Operarono fino al ‘914 quando dopo il crollo dell’Internazionale e il fallimento della “settimana rossa” il loro rivoluzionarismo sindacale piccolo-borghese trovò miglior fortuna nel mussolinismo socialista, nell’interventismo, nella retorica del superuomo e, a tempo debito, nella formazione del primo squadrismo fascista.

42M. Degl’Innocenti, Il socialismo italiano e la guerra di Libia, Roma, 1976, pp.131 sgg.

«La Lega non ritiene opportuno per ora assecondare un movimento di organizzazione cooperativo in Tripolitania e in Cirenaica, riterrebbe però un errore, finita la guerra, lasciare in balìa le nuove regioni, che costano al popolo italiano il tributo di sangue e di denaro, alla speculazione privata.» (Il corsivo è nostro).

La Cooperazione italiana, 24 febbraio 1912.

43Più che degna di nota, indicativa della radicalità dello scontro, non citata dalla storiografia “ufficiale” è una forma spontanea di lotta armata clandestina attiva già prima del “biennio rosso” (ma in forma meno estesa) nota nel biennio come il “Galletto Rosso”: si trattava di nuclei di braccianti, sovente provvisti di armi da fuoco, che con incursioni notturne colpivano le proprietà degli agrari incendiando le loro case, stalle, fienili, colture, macchine agricole e quant’altro causando danni economici ingentissimi allo scopo di far cedere i padroni che resistevano agli scioperi o che avevano affidato ai carabinieri la risoluzione delle controversie economiche con i contadini. Peraltro le cronache de “Il Resto del Carlino” (1920) riportarono anche sequestri di persona, sempre ai danni di agrari.

V. Evangelisti S. Secchi, Il galletto rosso. Precariato e conflitto di classe in Emilia -Romagna 1880 1980, Marsilio Editori, Venezia, 1982.

44Cfr. R. Del Carria, op. cit., vol. II, cap. XIV-XV.

45Turati e i socialisti riformisti ne furono entusiasti, ma Gramsci e il gruppo dell’Ordine Nuovo furono risoluti: «…passo dell’astuta politica di Giolitti per addomesticare l’azione della classe operaia torinese sottomettendola alla politica delle classi dominanti» (Gramsci). Gli operai FIAT rifiutarono.

46Gli squadristi si spostavano nelle le campagne a bordo di camion forniti dalle prefetture e dall’esercito. La tecnica era collaudata: agli assassinii e ai saccheggi nelle coop. prese di mira seguiva l’arrivo dei carabinieri che arrestavano tutti coloro i quali avevano tentato di difendersi. In molti altri casi i fascisti imponevano la chiusura minacciando soci e dirigenti i quali in queste condizioni non potevano più operare. In altri casi ancora, alla coop. aggredita era imposta la convocazione del c.d.a. al quale, funzionari del P.N.F. mandati appositamente, dichiaravano l’obbligo di scioglimento, imponendo il commissario prefettizio o il passaggio al Sindacato nazionale fascista delle cooperative e relativa cessione allo stesso dei beni immobili e del capitale sociale. In quest’ultimo caso era consuetudine che parte del bottino venisse incamerato dai ras locali. Ancora oggi esistono immobili che furono rapinati alle cooperative, in regolare proprietà catastale a famiglie di capi fascisti di allora.

Cfr. A. Zavaroni, op. cit., p. 189.

47«Dell’ingresso in parlamento di 35 deputati fascisti, invece, fu scritto [su “La Cooperazione] che si trattava di una minoranza di incendiari e di grassatori , senza seguito nel paese. Eppure, proprio la elezione di quella pattuglia di deputati fascisti avrebbe dovuto far riflettere sulla legittimazione che il fascismo aveva ormai conseguito in poco più di un anno presso ampi strati di piccola e media borghesia urbana e rurale, e soprattutto da parte di imprenditori e agrari.»

M. Degl’Innocenti, op. cit., p. 425.

48Ibidem, p. 423.

49Ibidem, pp. 443-444.

50Ibidem, p. 447.

51La ricerca storiografica, anche qui testimoniale, sul mutualismo può contare su una quantità rilevante di dati. In ogni biblioteca comunale, nell’archivio di ogni cooperativa, anche la più piccola, si possono trovare dati significativi e interessanti per la riscrittura, questa volta da un punto di vista di classe, di un periodo storico la cui esatta comprensione ci è stata finora negata da storici interessati perché in contiguità politica con chi, ai tempi, fu diretta causa del fallimento di un movimento la cui natura era rivoluzionaria.

52Coadiuvato efficacemente dalla storica coerente e scientifica opera di sabotaggio delle lotte autonome da parte dei partiti e dei sindacati di Stato nella classe.

53«Chiamiamo Esodo la defezione di massa dallo Stato, l’alleanza tra general intellect e Azione politica, il transito verso la sfera pubblica dell’Intelletto. Il termine non indica affatto, quindi, una mesta strategia esistenziale, né l’uscita in punta di piedi da una porta secondaria, né la ricerca di un interstizio che offra riparo. Al contrario, con “esodo” si intende un modello di azione a tutto tondo, capace di misurarsi con le “cose ultime” della politica moderna, insomma con i grandi temi articolati via via da Hobbes, Rousseau, Lenin, Schmitt (si pensi a coppie cruciali quali comando/obbedienza, pubblico/privato, amico/nemico, consenso/violenza ecc.). Oggi, non diversamente da quanto avvenne nel Seicento sotto il pungolo delle guerre civili, va perimetrato da capo un ambito degli affari comuni. Tale perimetrazione deve esibire l’occasione di libertà insita in quell’inedito intreccio tra Lavoro, Azione e Intelletto, che finora, invece, abbiamo soltanto patito.

L’Esodo è la fondazione di una Repubblica. Ma l’idea stessa di “repubblica” esige il congedo dall’ordinamento statuale. Se Repubblica, non più Stato. L’azione politica dell’esodo consiste, pertanto, in una sottrazione intraprendente. Solo chi si apre una via di fuga, può fondare; ma, viceversa, solo chi fonda riesce a trovare il varco per abbandonare l’Egitto.

…dell’Azione in quanto sottrazione intraprendente (o esodo fondativo), …parole chiave. Ecco le principali: Disobbedienza, Intemperanza, Moltitudine, Soviet, Esempio, Diritto di resistenza, Miracolo.»

Cfr. P. Virno, op. cit., p. 11.

54«Nella società postindustriale, dove il “general intellect” è egemone, non c’è più posto per il concetto di “transizione”, ma soltanto per il concetto di “potere costituente”, come espressione radicale del nuovo. La costituzione antagonista non si determina dunque più a partire dai dati del rapporto capitalistico, ma a partire dalla rottura con esso; non a partire dal lavoro salariato, ma a partire dalla sua dissoluzione; non sulla base delle figure del lavoro, ma da quelle del non lavoro.»

M. Lazzarato A. Negri, Derive Approdi n°0, 1992, p.31.

55«La distruzione dello Stato non può essere concepita che attraverso un concetto di riappropriazione dell’amministrazione. Vale a dire dell’essenza sociale della produzione, degli strumenti di comprensione della cooperazione sociale produttiva. Amministrazione è ricchezza, consolidata e messa al servizio del comando. Riappropriarsene è fondamentale, riappropriarsene attraverso l’esercizio del lavoro individuale posto nella prospettiva della solidarietà, nella cooperazione per amministrare il lavoro sociale, per far sempre più riccamente riprodurre il lavoro immateriale accumulato.

Qui nascono dunque i Soviet dell’intellettualità-massa. Ed è interessante notare come le condizioni oggettive della loro insorgenza si combinino perfettamente con le condizioni storiche del rapporto antagonistico fra le classi. Su quest’ultimo terreno, l’abbiamo precedentemente sottolineato, nessun compromesso istituzionale è più possibile. I Soviet saranno dunque definiti dal fatto che essi immediatamente esprimeranno potenza, cooperazione, produttività. I Soviet dell’intellettualità-massa daranno razionalità alla nuova organizzazione sociale del lavoro e ad essa commisureranno l’universale. L’espressione della loro potenza sarà senza costituzione.»

Cfr., A. Negri, Repubblica costituente, Riff Raff, aprile 1993, p. 80.

56Da un’idea di Pino De March, dell’Associazione Zone d’Attesa, Bologna.

Precisiamo che con questo, non si vogliono certo abbandonare le lotte per trasformare i Licei e le Università di Stato in luoghi del libero sapere, ma la legge per la parificazione della scuola privata pare inevitabile. Tanto vale intervenire portando così la contraddizione all’interno e contrastare il dilagante oscurantismo clericale nella formazione del sapere nel momento in cui esso, oggi, è centrale nella produzione.

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